Fede e religione

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Giobbe rifiuta una religione mercantile
Il rischio della Legge fine a se stessa
Una fede senza stupore non è più fede

Così dicono di Giobbe: “Tu distruggi la religione” (Gb 15,4).

È vero: Giobbe “distrugge” la religione, una certa religione fatta di precetti, di norme, di convenzioni, ma lo fa a favore della ricerca di Dio.

Questo è il suo problema come era quello dell’antico fedele: “Il tuo volto Signore io cerco. Non nascondermi il tuo volto”.

È la questione fondamentale, che Giobbe vuole scandagliare per arrivare alla radice.

Giobbe e la religione del Dio che premia il giusto e punisce l’ingiusto

Gli “amici” cercano di ingabbiarlo dentro gli schemi della teologia della retribuzione, secondo cui il giusto è premiato da Dio e l’ingiusto è punito.

“Se ti converti” dicono “sarai felice”.

Una sorta di assicurazione per star bene con una visione mercantilistica della religione del “do ut des”, dove la religione serve a dare sicurezza e quindi tranquillizza: “Sii buono, e Dio ti premia”.

Giobbe non ci sta. Prende sul serio le contraddizioni della vita, le mancate risposte, i silenzi di Dio. Rifiuta quegli schematismi, contesta il “catechismo” imparato a memoria nelle sinagoghe, denuncia l’inadeguatezza degli stereotipi religiosi, e si rivolge a quel Dio muto con estrema libertà, chiedendogli conto del suo operato.

Le grandi domande di Giobbe: Perché il male col suo devastante eccesso? Cos’è il peccato? Chi è Dio?

Perché il male col suo devastante eccesso? Cos’è il peccato? Chi è Dio?

Giobbe non rifiuta Dio, ma rifiuta quel Dio di una religione conformista, che non conosce l’afflato dello Spirito.

Il suo è un problema prettamente teologico: Dio e la sua conoscibilità.

Questa la fede.

Giobbe scopre il volto di Dio attraverso la via povera della prova, del dolore innocente, e non attraverso la via dottrinale, quella della Legge. Legge che pure è giusta e santa perché dono di Dio, ma che rischia di diventare un idolo quando, invece di far trasparire il Mistero, lo vela, lo rinchiude e lo incasella.

La vita “scandalosa” di Gesù

Gesù abbatte nella sua pratica quotidiana quei tabù culturali, religiosi, con cui la religione di allora governava e manteneva il controllo.

Una vita, quella di Gesù che, agli occhi dei rigidi cliché del tempo, risultava scandalosa, intollerabile. Lui che relativizza il sabato e il tempio, anche se effettivamente li radicalizza facendone risaltare l’originario significato.

Una vita controcorrente, che pure non aboliva la Legge, ma le riconosceva il giusto ruolo.

La Legge è il liberto che porta al Maestro. Ma non è il Maestro. Il Maestro è il fine. Cristo è il fine

La Legge, come insegna Paolo (Gal 3,23), è come un pedagogo, un liberto, che conduce l’alunno al Maestro. Ma non è il Maestro. Non si può sostituire a Lui. È un mezzo.

Il Maestro è il fine. Cristo è il fine.

Il rischio della Legge, il suo grave limite, è quello di diventare autoreferenziale perché, mentre mette in evidenza sé, anziché il Vangelo, perde la sua funzione educatrice trasformandosi in legalismo fine a se stesso.

Una religione senza lo stupore della novità

Così la religione si appesantisce, e, stretta nella sua rigidità, risulta spenta, un’astrazione, una realtà epidermica, senza spessore, con un alfabeto diventato incomprensibile ai più.

Una religione in cui la preoccupazione della conservazione affossa lo stupore della novità. Una religione che si appiattisce sulle tradizioni socio-culturali, ma senza una visione critica, o ristagna su pratiche devozionali, su precetti morali sganciati dal Vangelo.

Hans Küng in “Essere cristiani oggi” sostiene che

Essere cristiani significa vivere, agire, soffrire e morire in modo veramente umano, in conformità a Gesù Cristo, nel mondo di oggi. Mettersi dietro a Lui assumendo il suo stile, i suoi movimenti, la sua vita. Tutto questo viene prima dell’apparato religioso, della visibilità delle strutture o delle norme morali.

Anche Rahner esprime lo stesso pensiero quando afferma:

Il fine è Dio nella mia vita.

Giobbe ne sarebbe contento e così tutti i Giobbe di ogni tempo assetati di verità e di amore.

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