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San Francesco, Giorgia Meloni, un imprenditore anonimo e credente

Meloni Assisi

Confronto estemporaneo fra le dichiarazioni di Meloni ad Assisi e quelle di un imprenditore anonimo. Meloni "tira dalla sua" anche Francesco. L'imprenditore credente non tira dalla sua né Francesco né il Vangelo. Dice che la sua messa è trattare bene i suoi dipendenti

 

 

"Francesco insegnava il rispetto". Ma a quelli della Fottilla il rispetto è stato negato

Leggo i giornali e leggo dell’intervento di Meloni ad Assisi. La Presidente ha fatto notare che san Francesco insegnava il rispetto e l’ascolto, rispetto nel comprendersi e nel comprendere le ragioni degli altri.

E mi sono venute in mente, per una specie di riflesso condizionato, le parole che Giorgia Meloni ha riservato ai naviganti della Flottilla: l’iniziativa era inutile perché c’era il governo che ci pensava, “Non vogliono la pace ma lo week end lungo”, “irresponsabile insistere. Forse sofferenze dei palestinesi non erano la priorità”. Da una parte la pace e il rispetto di Francesco, dall’altra le aggressioni a gente che “diceva la sua” con una manifestazione pacifica. Due cose opposte. Il guaio è che la stessa Meloni dice l’una e l’altra cosa.

"Siamo servi inutili. La mia messa è fare bene il mio mestiere di imprenditore"

Parlo del mio disagio con un imprenditore amico. Gli chiedo come va il lavoro. Va bene: “siamo al più dieci per cento, mentre in tutto il nostro settore è crisi” (il settore è quello della plastica). “Vi date da fare, immagino”, gli dico. “Facciamo il nostro dovere”, risponde. E mi cita, lui imprenditore a me prete, il vangelo di domenica: “Siamo servitori inutili”. L’imprenditore in questione è credente e praticante. Ma non ci tiene molto a quella qualifica.

Mi spiega anche il perché. “Io non cito, qui sul lavoro, il vangelo e san Francesco”. E mi spiega: “il mio modo di vivere un po’ – solo un po’ – il vangelo e di fare come mi ha insegnato s. Francesco è di fare bene il mio mestiere, di assicurare lavoro ai miei dipendenti, di trattarli nel rispetto e di riconoscere quello che fanno (So che ogni anno distribuisce dei consistenti “premi di produzione” oltre gli stipendi e a una mia domanda mi dice che ha l’impressione che anche i suoi dipendenti “si accorgono, forse” che è importante che l’azienda vada bene quando molte altre vanno male. Mi pare vengano volentieri a lavorare”).

Gli chiedo se pensa di far venire me che sono suo amico o qualche altro prete a celebrare “una bella messa” nella sua azienda. Mi dice che non ne sente la necessità e che, probabilmente, non lo farà mai. “La mia messa, aggiunge, è quella che vivo con la comunità cristiana la domenica e qui, in azienda, la mia messa è fare bene il mio lavoro.

Magnifico. E’ proprio vero che l’Italia che lavora è molto meglio dell’Italia che governa.

P.S. Di messe se ne celebrano tante, in effetti, troppe, forse. Bisognerebbe diminuirle un po’ anche perché più il tempo passa più sono deserte e non si capisce perché si debba continuare a celebrarle. Abbiamo invece disperato bisogno di credenti imprenditori, impiegati, operai, che fanno – pardon: che cercano di fare – qualcosa – solo qualcosa – di evangelico, cioè di giusto e di buono, là dove lavorano.

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