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Trasparenza. Le parrocchie: i bilanci, le responsabilità condivise

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La trasparenza, quando viene invocata, lo è perché si percepisce che è scarsa oppure perché si sospetta che non vi sia affatto. Eppure, ai cristiani l’onestà nel dire e nel fare è richiesta in modo molto chiaro da Gesù: «Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno» (Mt 5,37). Spunti importanti dal cammino del Sinodo.

 

 

Diocesi e parrocchie: non nascondere le cose

Il tema è emerso in modo diretto nel Cammino Sinodale, a partire dalle consultazioni della “base” nelle fasi narrativa e sapienziale. Era impossibile ignorare la richiesta di trasparenza avanzata dai cattolici che continuano a scegliere di appartenere alla Chiesa.

La questione è affrontata nel documento finale del Cammino Sinodale, Lievito di pace e di speranza, in due paragrafi distinti. Al numero 62, ad esempio, si chiede che lo stile della trasparenza diventi oggetto di formazione «dei presbiteri e di tutti coloro che operano nella pastorale, per verificare la qualità relazionale dei contesti ecclesiali, formando alla tutela dei minori e degli adulti vulnerabili». Il paragrafo 74, invece, sollecita l’elaborazione di «piani strategici di utilizzo, valorizzazione ed eventuale alienazione dei beni, garantendo trasparenza, sostenibilità e giustizia dei bilanci diocesani”. In entrambi i casi, l’Assemblea sinodale invita in particolare diocesi e parrocchie a non nascondere le cose: anzitutto perché ciò è contrario al Vangelo, ma anche perché rappresenta una chiusura rispetto alla corresponsabilità. È importante dirlo con chiarezza: la trasparenza è richiesta a tutti i membri della Chiesa: presbiteri, laiche e laici, consacrati e consacrate, religiosi e religiose. Non è un tema che riguarda solo il clero o i livelli più alti dell’istituzione: coinvolge tutti.

A proposito dei bilanci delle parrocchie

Stando all’esempio dei bilanci, non sempre le parrocchie li rendono pubblici alla propria comunità o alla diocesi. Né è chiaro quanti gruppi parrocchiali, composti da laiche e laici, siano disposti a rendere conto delle risorse di cui dispongono e a metterle a servizio dell’intera comunità. Conosciamo tutti persone che si costituiscono in oscure forme societarie (!) in parrocchia e si autogestiscono, rifiutandosi di rendere conto del loro operato: è una deriva, ovviamente, ma esiste.

È utile allora mettere ordine nei pensieri: la trasparenza è strettamente legata alla corresponsabilità e alla formazione. C’è un appello diretto a vescovi e parroci, nel paragrafo 74, perché si impegnino nella trasparenza di tipo economico. È loro, secondo il diritto canonico, la responsabilità civile e penale dell’economia parrocchiale: per spiegarci meglio, se il volontario che tiene la contabilità in parrocchia fa un errore grave, è il parroco che finisce nei guai. È possibile che, dovendo rispondere personalmente delle decisioni, alcuni sacerdoti temano la delega informale delle questioni economiche. Le persone chiamate a questo servizio devono essere affidabili e preparate. La richiesta del Cammino Sinodale si muove in questo senso: se il diritto canonico offrisse indicazioni più chiare per consentire deleghe o procure operative, forse qualche presbitero si sentirebbe più tranquillo e abbasserebbe le difese. La novità in proposito è che la Conferenza Episcopale Italiana si è impegnata ad avviare un percorso che renda possibile, senza stravolgere il diritto vigente, una maggiore partecipazione di laiche e laici competenti attraverso eventuali deleghe o procure.

E a proposito di formazione e di coscienza

Qui si apre il tema della formazione. La competenza tecnica, infatti, non è sufficiente per operare in ambito ecclesiale: sono necessarie anche una coscienza formata, la conoscenza della vita della Chiesa, oltre a onestà e rettitudine. Lavorare per una parrocchia non è come operare in un’azienda orientata al profitto: richiede uno stile e una responsabilità diversi, ai quali anche i laici coinvolti sono chiamati a prepararsi.

Un secondo tema riguarda la corresponsabilità e l’importanza degli organismi di comunione. Le comunità, infatti, hanno l’obbligo di affiancare il parroco nella gestione dei beni materiali, considerati strumenti di comunione e non solo risorse amministrative, attraverso il Consiglio Parrocchiale per gli Affari Economici. Il primo passo verso la trasparenza è proprio questo: condividere le questioni economiche con persone che, nella comunità, hanno a cuore questo ambito e lo vivono come un servizio.

Tutte le nostre parrocchie hanno il Consiglio Parrocchiale per gli Affari Economici? Un altro suggerimento che proviene dal Cammino Sinodale è legato alla pubblicazione del bilancio di missione, che non solo dà indicazioni di carattere economico, ma rende conto anche degli ambiti pastorali di una parrocchia. Proprio per questo la Diocesi di Bergamo, quest’anno, ha pubblicato il suo primo bilancio di missione, nell’ottica della trasparenza e della compartecipazione.

La Chiesa delle origini e i suoi comportamenti esemplari

In conclusione, la Chiesa nasce come realtà assembleare e trova il suo fondamento nella comunione tra i credenti, che si riconoscono reciprocamente come fratelli e sorelle. Negli Atti degli Apostoli emergono più volte differenze di vedute tra gli apostoli della prima ora: segno di una comunità viva, attraversata da tensioni ma capace di confronto. Di fronte alle incomprensioni, si cercava di far fronte con parresia, cioè con un parlare franco, con buona coscienza e con fiducia nell’azione dello Spirito. In questo senso, la trasparenza appare come una dimensione originaria della vita ecclesiale. Un orizzonte analogo si ritrova anche nel Concilio Vaticano II, nei cui documenti si auspica, pur non in termini così attuali e diretti, una trasparenza della verità, della comunicazione, della vita e della Chiesa in genere.

Lascio queste riflessioni, consapevole che restano parziali di fronte a questioni così ampie e complesse. Tuttavia, esse richiamano ancora una volta tutta la Chiesa, in ogni sua componente, alla corresponsabilità tanto invocata, perché non resti solo dichiarata, ma trovi concreta attuazione nella vita ecclesiale.

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