XXVII domenica del tempo ordinario (immagine: tempera di Giuseppe Sala).
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Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.
La parabola pone il discepolo di fronte alle proprie responsabilità nell’impegno della sequela: Gesù ammonisce l’ascoltatore a non esigere ricompense ma a guardare alla dedizione che gli viene richiesta nella logica più alta del cammino di fede.
Confesso che la traduzione dell’aggettivo greco άχρέίοί con “inutili” (riferito ai servi) urta un po’ la mia sensibilità di lavoratore in quanto mi pare svilente, quasi spregiativo, del lavoro svolto da chi compie quotidianamente il proprio dovere: mi sembrano invece interessanti le proposte avanzate da alcuni filologi neotestamentari che interpretano άχρέίοί come “non indispensabili” oppure “non necessari” (così l’edizione del Nuovo Testamento interlineare del Nesle-Aland), peraltro vicine alla versione ufficiale spagnola «Somos simples servidores».
Abbiamo fatto quanto dovevamo fare
La parabola ci invita a riflettere sul valore e sul significato della nostra azione. Da un lato definisce il nostro ruolo come non indispensabile, liberandoci dallo stress da prestazione e dalla paura di deludere, come se sulle nostre spalle dovesse ricadere tutto il peso della soluzione dei problemi che siamo chiamati ad affrontare: non siamo noi i padroni. Dall’altro riconduce la nostra attività alla categoria del dovere, offrendoci la serenità di coloro che al termine della giornata in coscienza possono dire «Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».
Viviamo in una società dove tutto deve essere certo, pronto alla scadenza, il risultato garantito, mentre il Vangelo ci insegna ad accettare che non saremo mai compiuti, che la nostra vita è sempre una bozza, ma questa incompiutezza, oltre che assolutamente realistica, è positiva perché ci rende più liberi nell’agire. Il messaggio evangelico ci mette in guardia dal sentirsi insostituibili, o in qualche modo perfetti al servizio di Dio e dei fratelli, consapevoli dei propri limiti e delle proprie fragilità senza sentirsi mai pienamente realizzati nel proprio servizio alla Parola del Maestro, ponendoci in un cammino autentico di conversione, di miglioramento.
Operatori del Regno
D’altro canto, sappiamo che Gesù non svilisce affatto il nostro “fare” ma lo colloca sempre in una dimensione più alta: «E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa» (Mt 10, 42).
Ecco allora che il nostro impegno, svincolato sia dall’ansia del risultato sia dall’accampare crediti, ci richiama all’essenza dell’agire: l’essere discepolo, il sapere che il nostro operato si inserisce in un contesto ben più grande: nell’avvento del Regno dove «uno semina e uno miete. Io vi ho mandati a mietere ciò che voi non avete lavorato; altri hanno lavorato e voi siete subentrati nel loro lavoro» (Gv 4, 37-38).
La matita nelle mani di Dio
Il mio agire allora non è fondato su quella utilità che io e il mondo possono vedere o valutare al momento, ma nella essenza del bene compiuto, sia esso, almeno nell’apparenza, tanto o poco.
Madre Teresa non ha risolto i problemi della miseria e dell’emarginazione di Calcutta: ha assistito dei moribondi raccolti per strada - attività che nella logica di questo mondo è probabilmente abbastanza inutile - ma ha dato dignità a migliaia di uomini, ha dato senso a delle vite abbandonate, ha avviato un processo virtuoso che solo a lunghissimo termine ha potuto dare i suoi frutti evidenti.
Soprattutto ha mostrato il volto buono e misericordioso di Cristo, consapevole e gioiosa di essere «come una piccola matita nelle Sue mani, nient’altro. È Lui che pensa. È Lui che scrive. La matita non ha nulla a che fare con tutto questo. La matita deve solo poter essere usata».
Non è falsa modestia, è lo sguardo profondo della fede che rigenera i cuori.
L’etica e la necessità del bene
Qui possiamo individuare uno dei fondamenti dell’etica, anche laica, del lavoro, aziendale: il bene va fatto perché è bene. Questo principio è fine a sé stesso e non richiede ulteriori giustificazioni o valutazioni del risultato, nella consapevolezza che così operando, nella armonia delle azioni etiche, si realizza, anche materialmente, un bene più grande, più profondo, più duraturo.
La dottrina sociale della Chiesa
La dottrina sociale della Chiesa orientata al perseguimento del bene comune, e non al profitto immediato, ha offerto e può offrire importanti elementi di riflessione e orientamento sull’agire concreto nella società e nel lavoro.
Il concentrarsi esclusivamente sul risultato non garantisce affatto il benessere e, seppure indirettamente, la crescita della società nel suo complesso ma anzi, specie in una prospettiva a lungo termine, può portare a maggiori e forse irreparabili danni (es. sociali o ambientali). È invece comprovato che l’agire, anche economico, nel rispetto sostanziale dei valori etici, la correttezza, la trasparenza, l’onestà, la sostenibilità, la tutela delle persone e dell’ambiente assicura un risultato sociale complessivamente molto più alto e duraturo.
È attraverso l’interiorizzazione di valori etici condivisi che sarà possibile affrontare le sfide che il futuro ci riserva, siano esse legate ai cambiamenti climatici, alla tutela della biodiversità, al rispetto della dignità umana, alla costruzione di una società più giusta, alla salvaguardia della pace.