Qualcuno arriva a dire che i vangeli li ha scritti Gesù. L'ignoranza della Bibbia è vasta e di lunga data. Gli anni vicini a noi hanno ricuperato qualcosa della conoscenza perduta. Ma siamo ancora nel guado. Parere molto autorevole di un protagonista della cultura teologica e biblica, Brunetto Salvarani (foto)
In un precedente articolo (Chi è Gesù? Boh.) eravamo partiti dalla nostra impressione che«nel corso di qualche decennio sia andato evaporando un patrimonio di concetti, immagini, nomi tradizionalmente collegati alla dimensione religiosa, all’esperienza cristiana in particolare». Abbiamo voluto proseguire il discorso in dialogo con Brunetto Salvarani, che, in epoca recente, ha tra l’altro curato i volumi collettanei "L’analfabetismo biblico e religioso. Una questione sociale" (EDB) e "Il libro assente. Sull’ignoranza della Bibbia" (Marietti 1820). Teologo, giornalista e scrittore, Salvarani è docente di Missiologia e Teologia del dialogo presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna di Bologna e gli Istituti di Scienze religiose di Modena, Bologna e Rimini: «In questi volumi – spiega – sono raccolti gli atti di due distinti convegni organizzati dalla Fondazione Pietro Lombardini per gli studi ebraico-cristiani, che ha sede a Novellara, in provincia di Reggio Emilia».
Lei condivide, intanto, la nostra diagnosi? Domandando da chi siano stati scritti i vangeli a ex studenti liceali diplomatisi con un ottimo punteggio, capita di sentirsi rispondere: «Da Gesù Cristo».
«Sì, la diagnosi è corretta. Purtroppo. Peraltro, questa situazione di estesa ignoranza religiosa e in particolare biblica non si è prodotta da un giorno all’altro: i suoi presupposti risalgono a diversi secoli fa, al periodo in cui il Concilio di Trento (1545-1563) attuò la scelta di basare l’identità cattolica su una prospettiva antitetica a quella luterana. Lutero aveva rivendicato il principio del Sola Scriptura, del riferimento esclusivo alla Bibbia come criterio per definire i contenuti della fede cristiana. Da parte dei Padri tridentini, invece, vi fu il divieto di utilizzare le traduzioni della Bibbia in lingua volgare: abbastanza paradossalmente, si arrivò al punto che la Bibbia in volgare fu inclusa nell’Indice dei libri proibiti».
Per molto tempo, dunque, nei Paesi di tradizione cattolica la gran parte dei fedeli non poté avere una frequentazione diretta delle Scritture?
«Sì, l’approccio al testo biblico nelle lingue nazionali sarà concretamente permesso viris tantum doctis, se dotati di una licenza scritta del vescovo o dell’inquisitore: e di fatto la lettura della Scrittura da parte dei laici cesserà del tutto, in ambiente cattolico, per diversi secoli. Laloro conoscenza biblica passerà solo per la Biblia pauperum (gli episodi del Primo e del Nuovo Testamento rappresentati dagli artisti sulle pareti delle chiese). Una novità si verifica sotto il pontificato di Leone XIII, con la Providentissimus Deus (1893): in tale enciclica, riferendosi appunto alla Bibbia, Papa Pecci esprime il desiderio “che in modo sempre più sicuro e abbondante si renda manifesta, per l'utilità dei gregge del Signore, questa fonte della Rivelazione cattolica”. Nel 1909, poi, per volontà di Pio X, nasce il Pontificio Istituto Biblico, allo scopo di “promuovere il più efficacemente possibile la dottrina biblica e tutti gli studi connessi secondo lo spirito della Chiesa cattolica”.
Una vera svolta, però, avviene solo nel 1943, con la Divino afflante Spiritu di Pio XII: per la prima volta si riconosce la legittimità di una lettura della Bibbia in una prospettiva storico-critica (cioè di leggerla tenendo presenti il criterio dei generi letterari, i risultati di un’analisi filologica condotta sui testi, gli apporti dell’archeologia e di altre scienze storiche). Arriviamo così giusto all’altro ieri, cioè al 18 novembre del 1965, data in cui Paolo VI promulga la Dei Verbum, la costituzione dogmatica del Vaticano II “sulla divina rivelazione”: qui si afferma chiaramente che la conoscenza della Bibbia è una componente essenziale dell’identità cattolica e che lo studio scientifico delle Scritture è un elemento imprescindibile per il presente e il futuro della vita della Chiesa».
Negli anni immediatamente successivi al Concilio, moltissimi laici intrapresero con meraviglia ed entusiasmo una lettura ragionata della Bibbia.
«È vero, si ebbe allora una notevolissima spinta in questa direzione, con la nascita di un gran numero di gruppi, anche giovanili, che si ritrovavano attorno allo studio delle pagine bibliche. Nel 1973 fu pubblicata un’edizione rivista della Bibbia di Gerusalemme, destinata a diventare per molti cattolici l’edizione della Bibbia “per eccellenza”, con il suo ricchissimo corredo di commenti ai testi e note esplicative.
Peraltro, la domanda che oggi si pone è: quanto di quella spinta è ancora in atto, nella Chiesa, a distanza di poco più di mezzo secolo? A me pare che vi sia bisogno di riprendere in mano la cosa, di rilanciare la questione del rapporto dei credenti con la Scrittura. Va detto, in positivo, che la conoscenza dei testi biblici oggi è resa possibile anche tramite la liturgia della Messa nelle varie lingue nazionali; tuttavia, la novità apportata dal Vaticano II non sembra aver annullato quella sostanziale lontananza dei laici cattolici dalla Bibbia che aveva caratterizzato i secoli antecedenti.
Considerando poi la cornice sociale di una secolarizzazione ormai imperante e di un consumismo come stile di vita prevalente, ebbene, non mi pare strano che i ragazzi italiani di oggi, tranne eccezioni, sappiano molto poco della Bibbia. Alcuni di loro possono forse avere orecchiato alcuni elementi della Bibbia in quanto “Grande Codice” della cultura occidentale, secondo una famosa definizione di Northrop Frye: in qualche opera letteraria, canzone, film o fumetto potrebbero aver ritrovato riferimenti più o meno espliciti al Primo o al Nuovo Testamento.
Mi permetto, su questo punto, di citare un libro che ho pubblicato con la casa editrice Claudiana, La Bibbia di De André, oltre a un saggio sui testi delle canzoni di Francesco Guccini che ho scritto insieme a Odoardo Semellini, Di neve di pioppi e di parole, con una prefazione del cardinale Zuppi (Ancora Editrice)».
A livello scolastico, tuttavia, si offrono ai giovani degli strumenti per cogliere e interpretare i rimandi a questo «Grande Codice»? Non prevale, in molti docenti, il sospetto che qualsiasi discorso sulla Bibbia tenda ad avere una connotazione confessionale, se non proprio clericale? E tuttavia, il tentativo di spiegare Dante, Manzoni, Michelangelo, Rembrandt (o perfino Le avventure di Pinocchio di Collodi) senza operare dei riferimenti alla Bibbia non è fallimentare in partenza?
«Frye giustamente rimarca quanto la Bibbia sia penetrata nei più diversi ambiti della cultura occidentale, dalla filosofia al diritto, dalle arti figurative alla musica. Giacomo Leopardi, nello Zibaldone, dichiara di condividere l’opinione di Alfieri per cui Omero e la Bibbia sarebbero “i due gran fonti dello scrivere”; e persino un filosofo polemico verso il cristianesimo come Nietzsche deve ammettere che “per noi Abramo è più di ogni altro personaggio della storia greca o tedesca. Tra ciò che sentiamo alla lettura dei Salmi e ciò che proviamo alla lettura di Pindaro o Petrarca c’è la stessa differenza che tra la Patria e la terra straniera”.
Su questo punto mi pare che negli ultimi decenni, anche in Italia, stia maturando una certa consapevolezza. Da libro “assente”, la Bibbia può divenire un “libro ritrovato” nella cultura diffusa. Circa il preconcetto a cui lei alludeva – l’idea cioè che a scuola degli scritti biblici si possa parlare solo nell’ora di religione -, la mia impressione è che non sia poi tanto condiviso. Può essere che la visione sia parziale, perché quando sono invitato a parlare come teologo e biblista nelle scuole, l’invito mi giunge normalmente da insegnanti già sensibili all’argomento. Però, in generale, non ho mai riscontrato né tra i docenti né tra gli alunni atteggiamenti di rifiuto, di chiusura pregiudiziale».
Lei è tra i fondatori di un’associazione che vorrebbe promuovere una conoscenza non necessariamente confessionale della Bibbia, anche nelle scuole.
«Sì, con un gruppo di amici due anni fa abbiamo fondato BET – Polo Biblico (sito Internet betpolobiblico.it), un’associazione con sede a Padova che si prefigge appunto di contribuire alla conoscenza dei rapporti che intercorrono tra i testi della Bibbia, la nostra cultura e la nostra società. La Bet è la seconda lettera dell’alfabeto ebraico, ma ha anche il significato di “casa”: vorremmo al tempo stesso accogliere e diffondere i contributi di tutti coloro che da più punti vista si vanno interessando alla questione. Il nostro stile non è poi molto diverso da quello di Biblia, un’altra realtà attiva da molti anni in Italia nell’approfondimento e divulgazione della cultura biblica».
L’ultima nostra domanda concerne la tesi espressa dal sociologo francese Olivier Roy in un suo volume del 2008, La santa ignoranza. Religioni senza cultura. La tesi di Roy è che i fondamentalismi del nostro tempo, paradossalmente, sarebbero caratterizzati da una profonda ignoranza delle radici delle tradizioni religiose a cui teoricamente si richiamano: i nuovi «jihadisti» mediamente non sanno molto del Corano e della storia dell’islam; gli Evangelical americani diffondono una versione legalista, basata su norme e precetti, del cristianesimo. La non conoscenza delle proprie radici va di pari passo con un irrigidimento dell’esperienza religiosa in forme aggressive?
«Sì, con Olivier Roy dobbiamo riconoscere che i caratteri del religioso contemporaneo sono incomparabilmente diversi rispetto a quelli che davamo per naturali anche nel recente passato. E che il cristianesimo in buona parte ha perso il contatto con le culture storiche che aveva prodotto e in cui si riconoscevano largamente le masse dei fedeli: si è verificato un vero e proprio processo di deculturazione.
Così, nel quadro della santa ignoranza denunciata dall’ex direttore di ricerca all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, il fondamentalismo avrebbe - purtroppo - un grande avvenire: con riferimento a una forma di religiosità che, nel migliore dei casi, non s’interessa affatto del sapere, e nel peggiore considera che troppa cultura sia nociva per l’uomo di fede. Io credo che in questo suo libro Roy sia riuscito a vedere lontano.
Per quanto riguarda noi cristiani, se ne potrebbe trarre un motto: “La Bibbia, maneggiare con cura”. I testi biblici vanno indagati, studiati e – da parte di chi crede – pregati, ma bisogna farlo con molta attenzione: quando questa viene meno, corriamo il rischio che la Bibbia divenga una miccia d’innesco per le nostre rivendicazioni, pulsioni e rancori, consapevoli o inconsci. Il pericolo che le Scritture vengano strumentalizzate in chiave oppositiva, contro il “nemico di turno”, non riguarda solo il Primo Testamento».
Può benissimo succedere anche con il Nuovo?
«Anche il magistero cattolico ha meritoriamente messo in guardia contro questa eventualità, per esempio con un importante documento del 1993 della Pontificia Commissione Biblica, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa.
Il problema principale di una lettura fondamentalista della Bibbia – si legge in questo documento – è che contraddice il carattere storico della rivelazione di Dio: il fondamentalismo “rifiuta di ammettere che la Parola di Dio ispirata è stata espressa in linguaggio umano ed è stata redatta, sotto l'ispirazione divina, da autori umani le cui capacità e risorse erano limitate. Per questa ragione, tende a trattare il testo biblico come se fosse stato dettato parola per parola dallo Spirito e non arriva a riconoscere che la Parola di Dio è stata formulata in un linguaggio e una fraseologia condizionati da una data epoca”. Dunque, lo straordinario patrimonio di saggezza e di umanità custodito nella Bibbia può essere strumentalizzato e piegato a interessi di parte: lo vediamo purtroppo anche oggi, ad esempio in Ucraina e in Medio Oriente, in conflitti che vengono “sacralizzati” utilizzando la Bibbia come una clava da brandire contro l’avversario. Un dramma nel dramma…».