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Papa Francesco, 10 anni. Dossier/7
Francesco, dieci anni di pontificato,
da Lampedusa nel 2013 dove persero la vita 130 persone,
a Cutro con la tragedia sulle coste della Calabria

È da Lampedusa che lancia la sua invettiva contro la “globalizzazione dell’indifferenza” che, insieme all’ “economia che uccide” diventerà uno dei temi ricorrenti del suo pontificato.

“Adamo dove sei?” e a Caino “Dov’è tuo fratello?”, “Dov’è il sangue del tuo fratello che grida fino a me?”. 

“Anche oggi”, dice il papa, questo interrogativo emerge con forza. “Chi risponde del sangue del fratello?”. 

Ognuno si rinchiude nella bolla dell’anonimato, uomini senza nome e senza volto, “senza la capacità di compatire e di piangere”. 

È da Lampedusa che il papa ci insegna a guardare il mondo stando dalla parte delle vittime, gli ultimi, i più fragili, i senza parola, e lo fa in nome del Vangelo, prendendo come archetipo il samaritano, a cui dedica un intero capitolo nella Fratres omnes. 

“Chi è il mio prossimo?”

La ragione del suo impegno e delle sue costanti denunce si trova nella Evangelii gaudium, il “manifesto” del suo pontificato, nella quale contesta la cultura dell’ “usa e getta”, che considera l’uomo come un bene di consumo, quindi eliminabile quando non serve più, un’economia che produce povertà e “scarta gli uomini mentre consuma il pianeta”.

Anche nella Laudato sì‘ Francesco dedica un ampio spazio all’azione umana, quando è deviata al punto di contraddire la realtà fino a distruggerla, e quando il potere tecnologico, politico ed economico rimane avulso da riferimenti di carattere etico, culturale, spirituale.

Una visione che riguarda il mondo intero e la sua giustizia

Tutto questo non fa che acuire le disuguaglianze sociali con le devastanti conseguenze che tutti noi conosciamo: emigrazioni, conflitti sociali, addirittura guerre.

Una visione che riguarda il mondo intero e la sua giustizia.

Nella Fratres omnes il papa alza il velo sulle “ombre di un mondo chiuso”, con la costruzione di muri, non solo quelli di mattoni, e di nazionalismi sempre più aggressivi che impongono un modello culturale unico fondato sul profitto che divide, emargina producendo nuovi schiavi a livello mondiale.

Il papa ci sprona “a pensare e a generare un mondo aperto al mondo intero”

La Chiesa: la necessità di una cambiamento profondo

Ora, questo afflato universale, Francesco lo riversa nella Chiesa, proponendo un cambiamento profondo, radicale.

La domanda fondamentale è: come oggi, trasmettere il Vangelo e vivere la fede in un Occidente, e non solo, così scristianizzato?

Questo è il compito affidato al Sinodo, un cammino fatto insieme, un cammino difficile e faticoso perché esige un cambio di mentalità in un processo di conversione continua per saper discernere i “segni dei tempi” e su questi costruire un’altra Chiesa.

Non una fede diversa, ma un modo diverso di vivere la fede

Non una Chiesa diversa, come Gesù, che non propone una fede diversa, ma un altro modo di vivere la fede, non legato a una tradizione che inchioda  la Parola al passato, ma fondato sulla sua persona e al messaggio che incarna.

È il papa dalle porte aperte, che reclama la dignità di ogni uomo in quanto tale, prima ancora di uomo religioso: “C’è un diritto umano, un diritto all’umanità che è prima di ogni altro diritto”.

Francesco icona di Gesù

Ed è qui che Francesco diventa un’icona di Gesù.

Il papa si scaglia senza mezzi termini contro il clericalismo e la cultura clericale, che ha portato a una afasia del popolo, al disimpegno, alla non partecipazione.

Nella Chiesa spesso le strutture delle istituzioni hanno neutralizzato il soffio dello Spirito.

E contro questo modello di Chiesa, il papa usa espressioni molto dure come quando, rivolgendosi alla Curia romana per gli auguri natalizi, invita a un serio esame di coscienza per riconoscere i peccati, dalla vanagloria di sentirsi superiori, all’alzheimer spirituale, all’accumulo di denaro e di potere, al profitto mondano, fino alla divinizzazione dei capi e alla schizofrenia esistenziale.

Poi in Evangeii gaudium denuncia una Chiesa mondana che sotto drappeggi spirituali e pastorali ha la pretesa di dominare ogni spazio trasformando la Chiesa stessa in un pezzo di museo, appannaggio per pochi.

“Insomma, “una tremenda corruzione con apparenza di bene”. L’ipocrisia fatta sistema.

Parole certamente dure. Ma chi non ricorda quelle pronunciate da Gesù contro gli scribi e i farisei:

Guai a voi scribi e farisei ipocriti, guide cieche, sepolcri imbiancati…” (Mt 23)

o la violenza con cui scaccia i mercanti dal tempio, episodio ricordato da tutti e quattro gli Evangelisti, o quando, nel tempio, rivolgendosi alle autorità religiose, provocatoriamente afferma

I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Mt 21, 31).

Al di sopra di tutto, la misericordia

Tuttavia, da un lato la denuncia del peccato che abita l’uomo, dall’altro la misericordia che il papa definisce “l’architrave che sorregge la vita della Chiesa” e a cui ha dedicato il giubileo del 2016.

Misericordia: non una parola astratta, ma “un volto da riconoscere, da amare, da servire” alla sequela di Gesù, “la cui persona non è altro che amore”.

Ciò non vuol dire annacquare il Vangelo, anzi, significa averne colto l’essenza: è l’amore forte, audace, scandaloso fino alla croce, è quello su cui saremo giudicati Mt 25,31-46).

“Occorre, dice il papa, far crescere una cultura della misericordia che sia rivoluzione e non teoria”

E non chiuderla in una cella intimistica, ma riscoprire il suo valore sociale “per restituire dignità a milioni di persone che sono fratelli e sorelle, chiamati con noi a costruire una città affidabile”, e dar vita a una “comunità alternativa”, basata sul comando dell’amore per mezzo del quale siamo tutti fratelli.

È la misericordia del Padre che Gesù incarna nella sua vita.

Tutto il resto è relativo.

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