Inizia domani il “Triduo Santo” della Pasqua. Dopo l’ultima cena Gesù si reca nel Giardino del Getsemani. La morte ormai imminente lo angoscia. Il mirabile quadro di Goya dice bene la solitudine consolata da una debole luce che viene dall’alto, Un pensiero di Pascal, una poesia di Carlo Betocchi

La notte buia di Gesù in un quadro di Francisco Goya
Il dipinto di Francisco Goya che raffigura Gesù in agonia nel giardino, anticipa di pochi mesi il ciclo delle Pitture nere.
È un quadro essenziale, severo, eseguito con una stesura veloce e sicura, di grande espressività.
La luce diagonale dei raggi attraversa il buio, investe l’angelo e illumina il volto, le spalle, le mani e la veste di Gesù.
Egli ha il viso rivolto verso l’alto, è inginocchiato, si piega in avanti nella supplica, le braccia sono allargate, pronte per la croce.
Sa che gli amici sono vicini ma addormentati, irraggiungibili, la sua solitudine è ancora più assoluta, la notte nera, desolata, impenetrabile.
Non decifriamo l’espressione del volto, sul quale intuiamo soltanto un’angoscia indescrivibile; non sappiamo se quell’angelo del conforto sia una presenza interiore o un’allucinazione disperata del desiderio.
Un pensiero di Blaise Pascal
“Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo; non bisogna dormire durante questo tempo”.
La frase di Pascal richiama il mistero di un’atroce, interminabile notte di lotta e sofferenza vissuta da Gesù, ma dice anche l’agonia e il dolore di tutti coloro che nel tempo e nella storia (sconosciuti o noti) vivono una terribile prova che pare senza fine.
Anche per noi molte volte è quello della notte il tempo dei pensieri e sentimenti tormentosi che ci assediano. E vorremmo soltanto dormire, stordirci, non pensare al nostro peccato e miseria, al dolore e alle ingiustizie che subiamo e che facciamo.
Pascal ripete l’invito che Gesù rivolge agli amici in questa notte di tristezza, nel giardino ch’era un tempo familiare divenuto ora estraneo ed ostile: “Perché dormite? Alzatevi e pregate per non entrare in tentazione”.
Una poesia di Carlo Betocchi
Non desideriamo troppe parole in questi giorni, bastano quelle delle Scritture.
Anche le liturgie sono concentrate ed essenziali nei loro gesti e silenzi.
Leggiamo qui soltanto una poesia di Carlo Betocchi che “piega le ginocchia perché non teme di pronunciare il vero” (Andrea Caterini).
E sono forse questo smarrimento e la supplica ad essere la verità interiore e ultima nei giorni e momenti di aridità e di angoscia in cui invochiamo la salvezza.
“E so quanto la vita sia discorde
con se stessa; il suo disegno
intricato; il suo discorso enigmatico.
La guardo e ne raccolgo la figura,
le credo e non le credo, anche il dolore
ha due volti, anche l’amore: resto
così, stordito, avvolto in questo slittare
della coscienza che quanto più sa,
meno è tranquilla. Ma non cedo:
dal sapere il comprendere deduco;
dal comprendere il gemere. Sospiro,
temo: e insieme sento di meritare,
dal patire, in esso inabissandomi,
una sostanza men fievole, un’unità
in cui spero nel mio dolore,
una speranza diversa, un volto
umiliato dal non conoscere più,
dall’aver fede, soltanto fede,
come grido che tace e ha la sua pace”.