Il presepio di Greggio/01. Il presepio viene “inventato” da s. Francesco. Con lo scopo di “far vedere” l’umanità del Bambino del Natale. E Greccio diventa come Betlemme
Due diversi racconti su come Francesco ha realizzato il presepio
Tommaso da Celano nella sua Vita di Francesco racconta che il frate, nel 1223 (tre anni prima di morire), volle allestire un presepio a Greccio, un borgo situato nella valle di Rieti, per «fare memoria («memoriam agere») del Bambino nato a Betlemme»: «in qualche modo intravedere con gli occhi del corpo («utcumque corporeis oculis pervidere») i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato; come fu adagiato in una mangiatoia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello»(Vita del beato Francesco, 84)[1]. Francesco esprimeva con questa iniziativa la sua particolare devozione per Il Natale del Signore per la ragione che, sebbene il Signore abbia operato la nostra salvezza nelle altre solennità, pure, diceva il beato Francesco, fu dal giorno della sua nascita che egli si impegnò a salvarci. (Compilazione di Assisi, 14).
Anche Bonaventura racconta l’episodio del presepio, nel capitolo X della Legenda Maior, adducendo la medesima motivazione («memoriam nativitatis pueri Jesu agere»); ma, col suo stile ieratico e «istituzionale», rimarca solo la solennità rituale dell’allestimento del presepe («cum quanto maiore solemnitate valeret») e della celebrazione eucaristica su di esso («celebrantur missarum solemnia super praesepe»), sottolineandone le finalità devozionali («ad devotionem excitandam»).
Il Francesco di Tommaso, invece, allestisce il presepio per rendere visibile l'incarnazione in tutta la sua paradossalità. Vedere l'essenziale di essa: i disagi, le sottrazioni del necessario al neonato, la greppia col fieno e gli animali con la loro presenza calda e quieta. Non ci sono (né in Tommaso né in Bonaventura) «sacre famiglie» o «genitore 1 e 2»; la «miseria» di quella nascita non invita alla sensibilità sociale, all'assistenza umanitaria, alla rivoluzione dei diritti dell'infanzia offesa; non pretende omaggi di re e sapienti: essa rappresenta solo, nella simbologia profetica del bos e dell’asinus, il riconoscimento umile e obbediente da parte degli idolatri e degli ebrei dell’unico Padrone e Signore, a riscatto delle loro iniquità (Is, 1,3).
È una comunità di frati e di gente semplice quella che celebra gioiosamente il trionfo delle virtù inscenate nel presepio: « In quella scena si onora la semplicità, si esalta la povertà, si loda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme.» (Vita, 85).
Greccio e Betlemme
Francesco vuole incarnare lo spirito del Natale di Gesù, renderlo visibile con gli occhi della fede ed efficace di grazia. La trasformazione di un borgo appenninico «quasi nova Bethlehem» da un lato rende ragione delle condizioni ideali per la coltivazione della sua esperienza mistica che Francesco trovava a Greccio («Francesco amava l'eremo di Greccio, dove i frati erano virtuosi e poveri, e aveva una predilezione anche per gli abitanti di quella terra per la loro povertà e semplicità» Compilazione di Assisi, 34); dall’altro consente al frate di trascendere ogni mondana riduzione geo-territoriale del luogo santo della Natività, a favore della riproducibilità universale del miracoloso evento, a condizione che le comunità umane si dispongano spiritualmente ad accoglierlo: un insegnamento straordinario, che contrasta con la dimensione unilaterale della riconquista militare della Terrasanta che animava, al tempo di Francesco, la chiamata della Chiesa in armi alla V crociata.
Alla radice dell’ iniziativa del frate c’è, innanzitutto, lo sforzo della sequela: « La sua aspirazione più alta, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo e di seguire fedelmente con tutta la vigilanza, con tutto l’impegno, con tutto lo slancio dell’anima e il fervore del cuore l’insegnamento del Signore nostro Gesù Cristo e di imitarne le orme. Meditava continuamente le sue parole e con acutissima attenzione non ne perdeva mai di vista le opere. Ma soprattutto l’umiltà dell’incarnazione e la carità della passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente voleva pensare ad altro.» (Vita, 84). E il presupposto vincolante della sequela consiste nell’adozione delle condizioni contemplate e celebrate nella nascita del Cristo.
Il Natale e il sacrificio eucaristico
La contemplazione del nuovo mistero del presepio illumina di gioia le persone adoranti e il paesaggio notturno; essa trova il suo compimento nel solenne sacrificio eucaristico, fonte di ineffabile consolazione per il frate, che nella sua predica racconta al popolo con dolcezza, cristallina chiarezza e intensità di accenti, ancora una volta, il miracolo della nascita in povertà del «Re del mondo». «Infervorato d’immenso amore («amore flagrans nimio»), Francesco «quando voleva pronunciare Cristo con il nome di «Gesù», lo chiamava «il Bambino di Betlemme», e quel nome «Betlemme» lo pronunciava come il belato di una pecora, riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto. E ogni volta che diceva «Bambino di Betlemme» o «Gesù», passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e deglutire tutta la dolcezza di quella parola» (Vita, 86).
Questi atteggiamenti costituiscono l'elemento plasticamente più significativo, ma anche per questo più equivocabile, del valore che frate Francesco attribuiva all'allestimento del presepio e Tommaso li descrive stupito della loro originalità. Qui emerge, infatti, lo snodo storico della spiritualità del frate, indicato nel suo commento al passo da Daniele Solvi: «l’attenzione per l’umanità di Cristo nei due momenti della Passione e della Natività è una delle novità del francescanesimo rispetto alla religiosità altomedievale».
[1] Per le citazioni in italiano dalle fonti francescane ho attinto da E. Caroli (a cura di) Fonti francescane. Nuova edizione, Efr, 2004. Le citazioni in latino sono tratte da C. Leonardi (a cura di) La letteratura francescana, voll. I, II, IV, Fondazione Lorenzo Valla, 2004-2013.