Tra indignazione e risate

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Don Adriano Peracchi, da poco scomparso, ha avuto rapporti significativi con alcuni di noi. Con Ivo Lizzola, che lo ha ricordato con un articolo, qualche giorno fa, e con Rocco Artifoni che ci ha mandato questa testimonianza

Pensando a don Adriano, mi vengono in mente due termini: indignazione e risate.

Pensare mentre si fa

La combinazione di queste due parole è quasi impensabile, eppure entrambe appartengono a don Adriano. Sento le sue risate (talvolta amare) e percepisco la sua indignazione (che talvolta diventa speranza). Come sia possibile questa alchimia non lo so, ma so che don Adriano era così. Penso ai luoghi e ai contesti in cui da oltre 30 anni ho incrociato la strada di don Adriano: disabilità, Palestina, America latina, pace, sanità, parrocchia, ultimi, immigrati, ecc. Un crogiuolo di esperienze e di riflessioni.

Don Adriano era uno che faceva, ma prima di fare e mentre faceva era uno che pensava. Non è da tutti. Non basta immergersi nel fiume della storia e delle storie: è fondamentale interrogarsi sul corso di questo fiume e talvolta cercare di aprire nuove vie all’acqua che scorre. E don Adriano aveva nel suo bagaglio gli strumenti per l’analisi e per la proposta, per la critica e per la visione di un nuovo orizzonte. Ma prima di tutto ciò, chi lo conosceva avvertiva subito il carattere di osservatore critico, che non può subire passivamente gli eventi, ma che è sempre pronto a metterli in discussione e a mettersi in gioco.

Non rinunciare a indignarsi

Nel film “Giulia” del 1977 (forse non è un caso se attingo a quegli anni) Lillian si commuove e si arrabbia di fronte all’amica Giulia, che ha perduto una gamba nella lotta contro il nazismo e ha dovuto affidare ad altri la figlia di un anno. Giulia la rincuora e la esorta non farsi portare via da nessuno la capacità di indignarsi di fronte al male.

Don Adriano era come Lillian: non poteva fare a meno di indignarsi di fronte alle ingiustizie. E nei suoi testi emerge da ogni pagina. Ciò non significa essere tristi, anzi. È proprio la lotta contro ciò che disumanizza a dare speranza all’umano che c’è, almeno potenzialmente, in ogni persona. E allora si capiscono le risate che spesso si inserivano nelle conversazioni di don Adriano, capace di utilizzare anche questa modalità di comunicazione, magari nel bel mezzo di un discorso impegnato.

Perché don Adriano era un tipo molto serio, “tosto” si potrebbe dire. E contemporaneamente la sua compagnia era gradevole, a portata di mano, che metteva ciascuno a proprio agio.

Prete “laico”

Non gli mancava il piglio della provocazione, cioè di chi chiede di passare all’azione, di chi non si accontenta dello status quo. Proverbiale quel suo “Dio povero”, che stupisce e fa riflettere, perché “Dio non è povero?”. E’ qui, proprio dentro la battuta “teologica”, emerge la laicità di don Adriano, anzi di Adriano senza il don. Perché in fondo non c’è bisogno del “don” per percepire la sua figura di prete a tutto tondo, ma proprio da prete ha sempre saputo vivere e camminare fianco a fianco con tutti, senza che l’essere prete potesse diventare un ostacolo alla fraternità.

È come il lievito, che c’è ma è mischiato nell’impasto. Ai cresimandi il parroco Adriano ha regalato il Vangelo e la Costituzione. Sapendo che ogni cittadino e soprattutto ogni cristiano ha estremamente bisogno di entrambi i libri. In un tempo in cui il Vangelo rischia di essere relegato tra i recinti degli “adepti” e la Costituzione di essere considerata una Carta obsoleta, i gesti e gli scritti di don Adriano sono sempre stati una sorgente di acqua fresca dalla quale ogni viandante poteva bere qualche sorso. Acqua che risvegliava dal torpore e che ristorava.

Per indignarsi di fronte a tutte le ingiustizie e sorridere alla vita quando si riempie di umanità.

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