Search on this blog

Piergiorgio Frassati, una “valanga di vita”

Frassati03

 

Così lo ricordava un compagno di studi: “Un giovane bruno, forte, robusto, pieno di vitalità. Quando entrava lui al Politecnico, era come fosse entrata una valanga di vita”

 

Il rampollo di una ricca borghesia torinese

Quel ragazzo era Piergiorgio Frassati, divenuto santo, con Carlo Acutis, il 7 settembre scorso. Veramente, la canonizzazione doveva avvenire in precedenza, ma l’ha impedita la morte di papa Francesco, lo stesso pontefice che si era impuntato per proclamarlo santo, ancor prima che venissero concluse tutte le relative procedure burocratiche, perché il papà Mario Bergoglio lo aveva conosciuto personalmente in Piemonte, prima di emigrare per l’Argentina.

Piergiorgio era nato a Torino nel 1901, rampollo di una ricca borghesia. La mamma, Adelaide Ametis, pittrice, e il padre Alfredo, fondatore e primo direttore de “La Stampa”,  erano agnostici, ma lo mandarono comunque all’Istituto Sociale dei Gesuiti.

Il contatto con la spiritualità ignaziana e la formazione ricevuta portarono il giovane a credere profondamente: una fede nutrita di Eucarestia quotidiana, preghiera, confessione frequente. Recitava ogni giorno il Rosario, affermando: “Il mio testamento – e mostrava la corona del Rosario – lo porto sempre in tasca”.

"Povero come tutti i poveri"

Innamorato della Parola di Dio, vedeva nel prossimo la presenza di Dio stesso e, “povero come tutti i poveri”, si prodigava nel servizio al Cottolengo e nelle vie di Torino. Qui scelse di essere il facchino dei poveri, trascinando per le strade i carretti carichi di masserizie  degli sfrattati. Sempre di corsa e sempre a piedi, perché i soldi per il tram li dava ai miseri per prendere le medicine (per essere poi rimproverato per il ritardo dai genitori ignari ).

Quando il padre Alfredo fu eletto ambasciatore in Germania, Piergiorgio potè visitare i quartieri più miseri di Berlino e venire in contatto con i giovani cattolici tedeschi. Iscritto alla FUCI e all’Azione Cattolica, entrò anche nel Terz’Ordine domenicano con il nome di frate Gerolamo (omaggio al Savonarola) e nel Partito popolare di don Sturzo, salvo poi discostarsene perché secondo lui troppo vicino al nascente fascismo.

Le sue giornate erano insomma divise tra preghiera, aiuto ai bisognosi, studio e amici, i cosiddetti “tipi loschi”, giovani attenti ad aiutarsi nella vita interiore e nell’assistenza agli ultimi.

"Bisogna vivere e non vivacchiare"

Appassionato della montagna, organizzava gite, mentre amava il teatro, l’opera, i musei, la pittura e la musica, e conosceva a memoria interi brani di Dante.

Perché “bisogna vivere e non vivacchiare”.

Sempre comunque attento agli altri, aveva un profondo senso della fraternità universale. Tutto insomma per lui fu un ponte verso il cielo, nel suo sguardo verso l’Alto, verso l’Altro

Si innamorò di Laura Hidalgo, di umile condizione: un amore mai dichiarato, a cui rinunciò perché la ragazza sicuramente non sarebbe stata gradita ai genitori, oltretutto in un momento difficile del loro matrimonio.

Si iscrisse poi a Ingegneria Meccanica, per essere vicino ai minatori, operai tra i più umili e meno qualificati. Mancavano due esami soltanto alla laurea, quando fu colpito da poliomielite fulminante, forse contratta assistendo i malati.

Morì sabato 4 luglio 1925. Ai funerali, la folla trabocchevole mostrò alla famiglia ignara e a tutto il mondo la sua grandezza.

Ne fu particolarmente colpito il papà Alfredo, tanto da convertirsi. Il primo miracolo di Piergiorgio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *