Puntuali, come ogni anno, sono stati resi pubblici gli esiti delle prove Invalsi; in base ai risultati conseguiti ogni scuola sarà chiamata a fare le necessarie considerazioni al fine di migliorare la propria offerta formativa.
La dispersione scolastica diminuisce, il sud migliora
Vale però la pena proporre qualche riflessione di carattere generale. Partiamo dai dati positivi, che sono in sostanza due: il costante calo della percentuale relativa alla dispersione scolastica, scesa ormai al 7,3%, ben al di sotto della soglia del 9% fissata come traguardo per il 2030 dall’Unione Europea; il recupero dei risultati dei ragazzi del sud rispetto a quelli del nord, fattore che riduce il divario fra i livelli di preparazione.
Entrambi i dati documentano un positivo trend, favorito certamente dalle politiche scolastiche nazionali (come ribadito con convinzione dal ministro Valditara e dalla premier), ma anche e soprattutto, a mio parere, da una più convinta e responsabile presa di coscienza da parte degli istituti italiani sulla necessità di essere inclusivi, senza rinunciare alla qualità del servizio. Avanti così in questi due ambiti.
Ma rimangono carenze in italiano e matematica
Passiamo ai dati negativi, che purtroppo non mancano. Ciò che più preoccupa sono le carenze mostrate dagli studenti, specie della primaria e della secondaria di primo grado, in matematica e in italiano; un dato per tutti: alle elementari quattro bambini su dieci, sia in seconda che in quinta (anni nei quali viene somministrata la prova Invalsi), non raggiungono il livello minimo di competenze in matematica, con un calo del 3% rispetto alla rilevazione precedente. Va un po’ meglio alle medie (ma non di tanto) e alle superiori, ma le rilevazioni sono nel complesso preoccupanti.
Ciò che però sorprende è che, rispetto all’ultima rilevazione pre-Covid del 2019, i dati continuano a rivelarsi peggiori: la scuola italiana, dopo sei anni dalla pandemia, non è ancora riuscita a recuperare i livelli che aveva raggiunto in precedenza. E se si può affermare che nelle medie e superiori regge ancora l’alibi dell’anno sostanzialmente “perso” dagli studenti a causa delle chiusure forzate degli istituti e della didattica a distanza, con conseguente promozione garantita a tutti, ciò non vale per i bambini della primaria, che ai tempi del Covid non erano ancora inseriti nel sistema scolastico obbligatorio.
Il covid continua a pesare. Anche l’informatica fa danni
Che la pandemia sia stata una tragedia soprattutto per le giovani generazioni non lo si scopre ora, ma che in sei anni non si sia stati in grado di recuperare il deficit formativo è un dato che sorprende; sembra che quel maledetto virus non solo abbia tolto la vita a migliaia di persone, ma abbia in qualche modo anche intaccato e condizionato le capacità di apprendimento (e forse anche di insegnamento).
È tutta colpa del covid? Non credo, ci sono altre componenti che possono ostacolare l’auspicato incremento delle competenze. Certamente l’impiego massiccio dell’informatica (materia nella quale i ragazzi italiani risultano eccellenti) e della rete, compresa l’intelligenza artificiale, che in pochi secondi fornisce soluzioni a problemi che la mente umana impiega minuti ad analizzare e risolvere, possono condizionare la capacità di concentrazione e di riflessione dei ragazzi, penalizzandoli proprio in quelle discipline che, per il loro profilo teorico e per la loro richiesta di rielaborazione e riflessione, pretenderebbero tempo, pazienza e applicazione. Certamente poi la scuola che accoglie e porta avanti tutti, assolutamente da condividere e da promuovere, genera in sé, specie in certe realtà, da un lato un prezioso arricchimento e una maggiore duttilità e varietà dei contenuti e delle esperienze culturali, ma dall’altro l’inevitabile tendenza a un ridimensionamento dei livelli delle competenze acquisite; non si tratta, intendiamoci, di una critica alla scuola inclusiva, semplicemente di una ovvia constatazione.
Da ripensare la “tragedia” del covid
Concludo. Sono da sostenere e incrementare la tendenza a un livellamento (possibilmente verso l’alto) degli studenti di ogni parte d’Italia; è da ridurre ulteriormente la percentuale degli abbandoni scolastici; è da rivedere la didattica della matematica e dell’italiano e, in tal senso, sarà interessante valutare gli esiti che sapranno produrre le nuove indicazioni nazionali.
Ma si profila come urgente, anzi urgentissima, una riflessione più approfondita sulle distanze fra il quadro pre-covid e quello post-covid: è successo qualcosa in questa fase, qualcosa di poco evidente e difficilmente riconoscibile, ma che sta frenando un’acquisizione delle competenze più decisa e convinta, specie in certi ambiti disciplinari e formativi.
Mi auguro che le persone competenti, siano essi operatori scolastici o professionisti dell’età evolutiva, si prendano a cuore la questione, approfondiscano le cause e prospettino quanto prima soluzioni efficaci; solo a quel punto si potrà affermare con legittimo orgoglio che il covid è stato definitivamente debellato.
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Sisana