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Pari o dispari?

palazzo della Ragione

 

Da un bel po’ di tempo uno degli argomenti più dibattuti, riguardo alla Città Alta, è quello del traffico. Le Corbusier anni fa visitò Bergamo e scrisse “Qui niente macchine. Qui la splendida città senza ruote”. E poco sotto aggiunse: “Quando entro da un amico lascio il mio ombrello alla porta; I visitatori della vecchia Bergamo possono benissimo lasciare le loro ruote alla porta”.

 

 

Da allora in poi, molti auspicano una chiusura totale del centro storico al traffico veicolare. Cosa che non avverrà mai, per una serie infinita di ragioni. Altri vorrebbero soluzioni diverse, chi più morbide e chi più dure. Un accordo che accontenti tutti – temo – non si troverà mai. E’ sempre stato così, troppe macchine, borbotta spesso qualcuno. Eppure non è sempre stato così, proprio no. Ai miei tempi…

le corbusier

Più avanti svelerò l’arcano del titolo, anche se sono certa che molti cittàaltini della mia epoca lo avranno già compreso e staranno sorridendo al ricordo…

Intanto condivido con voi un ricordo personale, che è perfetto per comprendere la situazione. Anno 1960, la notte tra il 3 e il 4 luglio. Una notte afosa, mitigata da quell’arietta gentile e fresca che in città alta non manca (non mancava) quasi mai. La mamma mi sveglia con una certa urgenza: alzati, presto, devi andare a chiamare il Biagio. Prendi con te la borsa che abbiamo preparato e,  ti raccomando, comportati bene e obbedisci alla Luciana! Ci vediamo tra qualche giorno. Un abbraccio veloce mentre mi aiuta a vestirmi per velocizzare la cosa, un bacio sulla fronte (raro… la mamma non era una da smancerie) e mi spinge letteralmente fuori dalla porta.

La cicogna dispettosa

Sapevo che doveva arrivare la cicogna, da noi. Mia sorella era stata mandata il giorno prima dalla zia Pierina in città bassa, anche lei con la sua borsetta dei panni al seguito e il Brichi, il suo orsetto del cuore. La mamma ci aveva detto che forse per noi la cicogna sarebbe arrivata all’ospedale, scatenando una serie di congetture preoccupate e incredule da parte nostra: ma come? All’ospedale? Ci porta una fratellino ammalato? Ma allora, se non è ammalato, perché non lo porta qui, che c’è tutto pronto? Alla zia Luigina la cicogna l’ha portato alle Canove, il cuginetto, non all’ospedale!   La mamma non era dotata di una pazienza infinita, e così a un certo punto rispose secca che la cicogna non avrebbe potuto venire a casa nostra perché il papà era al lavoro a Oltre il Colle e quindi lei doveva passare dall’ospedale. Nonostante la curiosità, non replicammo: avevamo imparato quando non era più il caso di insistere. E comunque, non c’era alcun rapporto tra la cicogna, l’ospedale e il Biagio, giusto?

La Topolino

E così quella notte, ancora mezza addormentata e sempre più perplessa, andai a casa della Luciana e del Biagio - amici da sempre della mia mamma e genitori dei miei amichetti del cuore, Tonno (Antonio) e Bi - che abitavano quattro portoni dopo il nostro. Salii fino al secondo piano (allora i portoni erano sempre aperti, giorno e notte… giuro) e suonai il campanello. Nulla. Risuonai. Di nuovo nulla. E così tornai a casa a dire alla mamma che non mi aveva aperto nessuno. Torna indietro subito e suona finché ti aprono! urlò la mamma e io ripartii di corsa. Al quarto o quinto squillo mi aprì la porta il Tonno, annunciato da una serie di improperi; poi, vedendomi: ma sei scema? Ma sai che ore sono?  Ma vai a casa tua! Per fortuna le urla del Tonno avevano svegliato Biagio, che si vestì in fretta e furia e andò in cortile, avviando la Topolino. Che è l’input del pezzo che state leggendo. Comunque, quella notte rimasi per un bel po’ seduta sui gradini fuori dalla porta perché il Tonno – il mio amico del cuore, fino ad allora… - mi aveva dimenticato lì, richiudendo la porta. Il giorno dopo mi svegliai in un lettino nella camera della Bi e del Tonno e il Biagio, sorridendo, mi disse che mi aveva trovata addormentata sulle scale (il Tonno teneva gli occhi bassi - imbarazzatissimo - mentre la Bi sogghignava) e mi aveva messa a letto. E che dovevo essere proprio contenta perché avevamo una sorellina nuova… Chissà dove è finito il nostro fratellino, allora….risposi perplessa.

 

grand prix

Quando le automobili sbarcarono in Città Alta

Ma torniamo a bolla, e cioè alla Topolino del Biagio. Nella parte bassa di S. Andrea non ce n’erano molte di auto, ma c’erano. Io ricordo solo la Topolino che portò a casa dall’ospedale la mia mamma e la sorellina nuova, oltre al  motocarro del signor Mario, il fruttivendolo. E ricordo benissimo che quando sentivamo il motore di un’auto che saliva o scendeva da Porta Dipinta, correvamo alla finestra a vedere. La mamma ci raccontava che quando aveva dieci anni sulle Mura c’era stata una corsa di macchine, ed era stato bellissimo perché tutti erano corsi a vedere. Piano piano le auto aumentarono, ma erano comunque poche e spesso d’estate, seduti sulla spalliera delle panchine alla Fara, facevamo scommesse se nel tempo che passava prima della cena sarebbero passate più macchine coi numeri pari o coi numeri dispari: capito, ora, il titolo? Pegno: figurine, ovviamente.

I parcheggi

Le macchine aumentavano piano, ma a un certo punto iniziarono a spuntare come funghi: sembrava che tutti o quasi ne volessero una; quasi tutte comprate a rate e messe in mostra con soddisfazione, quasi si trattasse di una specie di riscatto dalla povertà. Ricordo che una volta contammo più di 60 auto in poche ore: il record! Comunque le macchine in pochi anni erano ormai diventate parte integrante  della vita e della Città alta ed erano tacitamente accettate da tutti; meno che dalle maestre che insistevano perché noi scrivessimo “automobile” e non “macchina”. Venivano parcheggiate ovunque, senza problemi. Finché non divennero un po’ troppo ingombranti, perché occupavano ogni spazio libero, senza pudore proprio. Addirittura pian piano fecero sparire le piazzette dove i bambini giocavano a calcio e occupavano i marciapedi senza lasciare spazio per disegnare il “gioco del mondo”.

La macchina del parroco

vecchiaauto

E poi in S. Andrea avvenne qualcosa di memorabile: al nostro Parroco, don Bertocchi in occasione della pensione dall’insegnamento in Seminario (era un raffinatissimo teologo) venne regalata una 500. Non so quanto tempo gli servì per avere la patente: non era il suo, guidare… Ma alla fine vinse lui e tutto il paese assistette alle sue improbabili manovre, alle partenze a tutto gas con i pistoni che saltavano letteralmente fuori da soli, disperati, ma soprattutto ai viaggi con i ragazzi. Nel senso che lui li portava molto volentieri a fare delle uscite fuori porta, solo che non era capace di dire basta. E allora stipava anche sette o otto ragazzini nella sua 500 e partiva, con lo stomaco letteralmente attaccato al volante per lasciare spazi dietro, con l’auto che toccava letteralmente terra, facendo scintille, e le teste dei piccoli fuori di finestrini. Le mamme scuotevano la testa e si facevano il segno della croce, ma nessuno avrebbe mai potuto contestare le scelte del parroco! Non successe mai nulla, nonostante lo stile di guida approssimativo, la leggerezza con cui bypassava cartelli e – talvolta – semafori (si, ma tanto ho rallentato…): per me quei viaggi (che invidiavo moltissimo, ma il parroco non portò mai nemmeno una ragazzina… era sconveniente) sono la prova provata dell’esistenza della Provvidenza e del fatto che gli angeli custodi sono davvero potentissimi.

Auto ovunque

Sembrava davvero che le auto stessero diventando le padrone della città. Provate ad immaginare   Piazza Vecchia piena di auto parcheggiate in ogni angolo. Anzi, non immaginate, vi aiuto postando una foto, che a chi è meno medievale di me sembrerà impossibile. Eppure era così. A un certo punto era così ovunque. Perché pochissimi in Città alta avevano un garage, e quindi le auto erano quasi tutte in strada o nelle piazze: oggi lo chiameremmo parcheggio selvaggio…

Pari e dispari

calesse

Eccolo che torna, il titolo. Riguarda esattamente la stessa cosa, cioè le targhe delle auto, ma non più per gioco o per vincer figurine. Perché, arrivati nei primi anni ’70, si verificò una grave crisi energetica causata da una guerra e dalla chiusura del Canale di Suez (ma va…. che strano… i corsi e i ricorsi della storia: è proprio vero che non impariamo nulla dal passato): la benzina non solo costava tantissimo ma presto divenne molto difficile da trovare anche per chi poteva permettersi cifre assurde. E così nacquero i blocchi del traffico e la domenica nessuno poteva circolare in auto: tutti a piedi in tutta Italia. Che poi la gente si inventa di tutto, quando non può più fare qualcosa… e così la città si riempì dei mezzi di trasporto più alternativi; e non parlo delle ovvie biciclette ma di monopattini, pattini a rotelle (non sofisticati come quelli di oggi), carrozzelle trainate a mano, bimbi col triciclo, cavalli e cavaliere, carrozze, trampoli e trampolieri…e chi più ne ha (di ricordi) più ne metta.

Era bello, lo ammetto. Poi però la situazione peggiorò ancora e allora le domeniche a piedi non bastarono più, occorreva maggiore austerità. Che siccome stavamo già andando incontro all’anglicismo, diventò l’Austerity e tutti la citavano, spesso con accanto degli aggettivi non eleganti e nemmeno rispettosi… E così arrivarono le targhe alterne: alcuni giorni circolavano solo le targhe pari, altri solo quelle dispari. Poiché era passato parecchio tempo dal racconto iniziale, io mi trovai incinta (ma tanto) proprio nel periodo delle targhe alterne e poiché la data prevista per la nascita della nostra bambina era vicina e noi avevamo solo un’auto e una moto (entrambe pari, le maledette) iniziammo a chiedere ai vicini di casa se, al bisogno, avremmo potuto fare cambio di auto per poter arrivare in ospedale. Mia figlia però era sveglia e si fece annunciare in un giorno pari, così potemmo andare alla maternità in autonomia. Poi nacque in un giorno dispari ma orami non importava…

Chiudiamo Città Alta

Intanto in Italia cresceva la consapevolezza che occorreva tutelare i centri storici, i loro abitanti e i visitatori, liberandoli dall’assedio sempre più stretto delle auto. Iniziarono a nascere le prime ZTL, zone a traffico limitato, poi arrivarono zone disco e parcheggi a pagamento e politiche di pedonalizzazione che continuano ancora oggi. Con attenzione particolare per una Città Alta davvero assediata dalle auto, che spesso non lasciavano spazio nemmeno ai pedoni che dovevano camminare in mezzo alle strade perché i marciapiedi, dove c’erano, erano occupati da qualche auto parcheggiata… diciamo alla garibaldina. Ci furono incontri, si invitarono esperti, si parlò, dibatté e discusse. A fine anni ’70 il Comune decise che occorreva fare qualcosa per Città Alta dove la situazione era parecchio più difficile che nei borghi. E così arrivò la chiusura al traffico la domenica. La prima notizia del provvedimento scatenò letteralmente l’inferno, coi commercianti che paventavano il crollo delle vendite, i ristoratori che si vedevano già obbligati a licenziare il personale, la Curia che si chiedeva come avrebbero fatto i fedeli a raggiungere la loro chiesa preferita… e la mia famiglia. Che ogni domenica che Dio mandava andava a cena dai nonni e neanche ci si pensava, a cambiare giorno. Pensa e ripensa, ecco la soluzione: poiché dalle 19 si poteva salire, scegliemmo la chiesa di Valverde per la messa vespertina, che era alle 18.30, in perfetto orario per salire alla fine del blocco: diventammo parrocchiani ad honorem, mai saltata una messa. I nonni abitavano in via del Vagine e noi parcheggiavamo proprio sotto casa. Strada strettissima? Si, ma bastava mettersi a un filo dal muro e fare attenzione scendendo da via Tassis perché la curva era decisamente assassina…

Via le auto

Piano piano la città iniziò a svuotarsi dalle auto, un decreto dopo l’altro, un pezzo alla volta. L’ultimo tratto liberato è stato il viale delle Mura, pochissimo tempo fa, seguito dalla Cittadella e dalla Piazzetta (Pendezza-Verzeri-Angelini). Ovviamente tutte le auto spostate dovevano finire da qualche parte e così nacque il parcheggiostro (neologismo che fa parte del nostro lessico famigliare e che non ha bisogno di essere spiegato). L’ho odiato e contrastato e disprezzato per anni e anni, sperando ad ogni “stop” dei lavori che si cambiasse idea. Non è stato così. E ora lo dobbiamo utilizzare anche noi, visto che è rimasto – con gli altri due parcheggi – l’unico modo possibile per raggiungere la mia Città alta per chi, rottame come me, di salire a piedi non può nemmeno parlare, in bicicletta non ci sa andare e i mezzi pubblici lasciamo perdere.

E oggi?

Oggi nelle piazze in Città Alta non si parcheggia più: sono libere e belle, davvero. Sulle Mura (storico luogo di ricerca-parcheggio per decenni) parcheggiano solo i residenti (che spesso però abitano distante e devono sobbarcarsi salite anche ripide per arrivare a casa…), così come in Colle Aperto. Il “resto del mondo” – noi – ha mezz’ora di tempo per salire (rigorosamente solo dal Viale Vittorio) dopo aver guardato con attenzione i numeri dei posti liberi sul tabellone luminoso, recarsi al parcheggio e poi accedere alla città. Se per caso non trova il parcheggio – per vari motivi che ogni tanto si verificano – il resto del mondo torna mestamente a casa, com’è successo a volte anche a noi. L’abbraccio alla sorella, rimandato. Però, devo dire la verità: la Città alta è più bella, senza auto ovunque, più godibile, meno caotica, se hai la possibilità di andarci il lunedì o le sere infrasettimanali, quando assomiglia ancora alla mia Città Alta di un tempo. Altrimenti trovi la ressa di bergamaschi, turisti e visitatori vari che si spalmano nei giorni di festa, facendo le vasche sulla corsarola e solo sulla corsarola (ma lo sanno che meraviglia sono le altre strade?) senza poter nemmeno decidere dove andare, perché è la ressa che li porta.

Ecco, se sbaglio giorno, o se mi trovo in mezzo a qualche manifestazione di cui non avevo avuto notizia, beh, io torno a casa. Perché quella non è la mia Città Alta. E tutti i cittàaltini come me mi capiscono alla perfezione: quelli che ancora vivono lì e quelli che se ne sono andati e convivono con una nostalgia che definire canaglia è niente…

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Ferrari

3 commenti

  1. Cara Rosella è veramente un piacere leggere i tuoi racconti sulla Nostra Città Alta e non solo!!! Sei bravissima mi rievochi tempi meravigliosi e lontani ma sempre nel cuore. Grazie

  2. Brillante, ironico e raffinatissimo questo articolo, come sempre, Rosella! Si rimane incollati alla lettura fino alla fine tra sorrisi e riflessioni! Grazie di cuore.

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