In Medio Oriente la guerra continua. Tra quelli che pagano di più la violenza della guerra ci sono i cristiani. Uno studio recente aiuta a capire le lontane radici della situazione attuale.
In un momento particolarmente complesso per i cristiani del Medio Oriente è illuminate il saggio storico di Giorgio Del Zanna che ripercorre gli eventi di una crisi che affonda le proprie radici nelle vicende legate alla fine dell’impero Ottomano e al traumatico impatto con il mondo Occidentale.
I Cristiani in Medio Oriente prima del colonialismo
L’Impero Ottomano nella prima metà dell’Ottocento costituiva un agglomerato sovranazionale che si estendeva dai Balcani all’Algeria formando una struttura assai composita sia dal punto di vista etnico sia religioso: basti pensare che in Medio Oriente i cristiani (greci, slavi, armeni e arabi) costituivano il 20% della popolazione concentrati nelle grandi città e dediti soprattutto al commercio; nella stessa Istambul i cristiani rappresentavano il 50% della popolazione (oggi sono lo zero virgola).
I millet
Grazie alla istituzione dei 9 “millet” - ossia un sistema giuridico particolare in base al quale ogni comunità religiosa non musulmana veniva riconosciuta come "nazione” con funzioni autonome - cristiani, ebrei, yazidi, ed anche zoroastriani, potevano liberamente esercitare le proprie attività religiose, economiche e sociali, seppure con precise limitazioni rispetto ai mussulmani (es. non partecipavano al governo delle città o erano esclusi dal servizio militare in luogo del quale pagavano una specifica imposta).
Il capo di ciascuna comunità coincideva con il leader religioso, il quale rivestiva funzioni religiose e civili insieme. I cristiani delle varie confessioni, colti e cosmopoliti, svolgevano un importante ruolo socioeconomico e, anzi, costituirono un motore di modernizzazione all’interno dell’Impero anche grazie ai rapporti commerciali con l’Europa: ai cristiani si deve la pubblicazione di primi giornali quotidiani o l’introduzione di moderne tecniche produttive.
La crisi di un modello. Il ruolo della Santa Sede
Il modello di convivenza, tuttavia, venne messo gradualmente in crisi con l’espansine colonialista europea e i mutati rapporti economici e politici con l’Occidente: basti pensare all’espansionismo zarista nei Balcani o al colonialismo europeo in nord Africa.
Consapevole di tale nuovo contesto, papa Leone XIII elaborò con lungimiranza una nuova linea nei rapporti con la Sublime Porta e con il mondo ortodosso e sganciandosi dalla aggressiva politica delle potenze europee: il dialogo si sviluppò al tal punto che a fine Ottocento si tentò persino di giungere ad un concordato tra la Santa Sede e l’Impero Ottomano, ma il progetto venne (emblematicamente!) bloccato dal veto di Parigi e Vienna.
La fine di un mondo - Memorie atroci
Nel tempo, i cristiani delle varie confessioni, come pure gli ebrei, vennero considerati da molti, soprattutto dalle forze estremiste turche, come alleati dei nemici dell’Impero dando l’avvio ad una politica sempre più restrittiva, ostile e, dopo il sopravvento delle forze nazionaliste, ad aperte persecuzioni fino ad arrivare al genocidio armeno nella Prima guerra mondiale e alla cosiddetta “Catastrofe dell'Asia Minore” del 1922 con oltre un milione e duecentomila profughi greci costretti a lasciare la Turchia.
Nodi irrisolti
L’Autore con grande accuratezza ricostruisce la dolorosa transizione dall’Impero Ottomano alla creazione dello Stato nazionale turco nato dalla traumatica sconfitta bellica, come l’avvento di nuove realtà statali post-coloniali in Medio Oriente, in un contesto ancora oggi gravato da una pesante eredità del passato e segnato da quella “frustrazione musulmana” che non riesce a dialogare con l’Occidente.
Giorgio DEL ZANNA, I cristiani e il Medio Oriente (1798-1924), Bologna: Il Mulino, 2011, pag. 361. L’Autore è docente di Storia Contemporanea presso la Facoltà di Scienze Linguistiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
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