Sofferenza e gioia. Una testimonianza

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“Sono arrabbiato con Dio”

Sofferenza e gioia. Una testimonianza. Vorrei iniziare con un ricordo. Mio figlio era ancora poco più di un bambino. Erano morte la nonna e la zia giovanissima. Uno dei nonni rimasti era stato ricoverato. Un giorno se ne uscì con la frase “sono arrabbiato con Dio, si porta via tutte le persone che mi vogliono bene”.  Credo che, ancora oggi, non abbia trovato una risposta alla sua sofferenza.

Poco tempo fa ho dovuto affrontare un’operazione importante. Prima di entrare in ospedale, ho scritto un piccolo testamento. Vi era scritta una mia preghiera per lui. Gli chiedevo di non prendersela con Dio nel caso non mi fossi più svegliata. Gli chiedevo, anzi, di tornare a frequentare la chiesa e di trovare un po’ di pace.
L’operazione è andata bene, sono ancora qui e lui non ha mai letto il mio piccolo testamento. Spero riesca a sposarsi presto, ad avere un bambino. Forse, come succede a tanti, il suo bambino lo prenderà per mano e lo riaccompagnerà dal Signore. Il battesimo lo riconcilierà solo perché sarà strafelice di essere padre.

La mia storia, la mia testimonianza

La mia storia, come quella di tanti uomini e donne, mi ha allontanata per un periodo dalla Chiesa. Sono tornata, in uno di quei modi che non ti aspetti. Mia madre era morta. Provavo un dolore lancinante, non solo perché lei, la mia adorata mamma, era morta. Ma perché la morte era arrivata alla fine di una interminabile malattia con lo strazio finale, dolorosissimo per lei e per noi che restavamo (leggi anche qui).

La liturgia di quel funerale e l’omelia però mi sono arrivate dritte al cuore. Parlavano così bene di consolazione, di speranza, di una vita eterna luminosa e piena di misericordia. Da quel giorno il Signore ha ritrovato un volto e una voce dentro di me. Da quel giorno, la chiesa è tornata a essere la mia “casa”. Non ho perso totalmente la mia indole un po’ contestatrice. Il mio sguardo è rimasto quello di una credente che ama guardare oltre i muri, che ama approfondire e far crescere la sua fede. E lo fa ascoltando e leggendo chi sa farmi comprendere e gustare la Parola di Dio.

Oggi devo fare i conti con malattie gravi. La fede mi aiuta ad affrontarle con meno paura. Cerco giorno per giorno di dare più spazio alla serenità che al dolore.

Anche la felicità avvicina a Dio

Ho iniziato a considerare, più spesso, anche la felicità e non solo il dolore come dono gradito e che ci avvicina a Dio. Nei discorsi di noi credenti, diciamocelo, spesso siamo un po’ tristi, un po’ rassegnati, un po’ musoni. Anche le omelie delle messe sembrano suggerirci che solo il dolore compone alla perfezione l’immagine del cristiano devoto. Di fronte a questi discorsi, si ha la sensazione che le disgrazie e i fatti tragici continuino a essere visto come “punizioni divine” che ci siamo meritati.

Mi piace immaginare invece che il Signore provasse una gran gioia nel guarire il cieco, il lebbroso o l’emorroissa. E mi piace pensare che la sua gioia non fosse soltanto per la loro conversione del cuore, ma anche per la vita migliore, piena di nuove cose da fare che li aspettava. Era stato lui a restituire a quegli infelici un corpo sano e un motivo straordinario per essere felici. La croce ci rende il Signore compagno di viaggio e nostro “salvatore” certamente nei momenti di prova. Ma è quel suo ricomparire luminoso e vivo, è quella sua vittoria gioiosa sulla morte, il messaggio ultimo che non ci abbandona nella tristezza.

Penso sia bella cosa offrire a Dio la nostra sofferenza, se questo ci da un po’ di serenità. Ma credo sia altrettanto gradito ai suoi occhi vedere la nostra vita felice. Allora è naturale ringraziarlo. Lo ringrazio per aver dato larghezza di cuore a un uomo capace di aiutare il povero ad avere una vita migliore. Lo lodo per un uomo che è diventato scienziato ed è stato capace di trovare medicine che ci aiutano a sconfiggere pandemie terribili. Lo ringraziamo non solo perché mi dà la gioia di pregarlo, ma anche perché ci sono medici capaci di darci sollievo da dolori lunghi e strazianti.

Anche questo ci fa pensare che la salvezza ha tanti volti, che siamo amati moltissimo. Riusciremo così a non essere troppo arrabbiati, a considerare la nostra fede come una chiamata alla vita e non alla sofferenza.

 

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