Accadeva spesso, quando ero ragazzina, che – parlando con persone più grandi di me – mi scappasse una parola affascinante, ma meno semplice, magari appena imparata a scuola. Era immediata, la reazione: parla come te mangèt! In effetti il problema era davvero quello, ai miei tempi… come potevo “parlare come mangiavo” se già in casa si parlava in modo diverso? E se già allora io cercavo indefessamente – e inutilmente – di mangiare in modo diverso?

Pota...
Partiamo proprio dal “pota”, che è la cifra stilistica e linguistica di noi bergamaschi doc. Che non vuol dire nulla di preciso (al di là delle infinite ipotesi proposte in millemila occasioni diverse) ma ha un senso, eccome se lo ha! Pota aiuta a sottolineare sensazioni e sentimenti che noi – come popolazione, proprio – non è che siamo bravissimi ad esprimere. Asciutti, i bergamaschi, chiusi, riservati, un po’ musoni e un po’ misogini: così dicono di noi. Perché non sanno la ricchezza di ciò che abbiamo – e spesso ci teniamo – dentro.
Difficile vedere un bergamasco parlare profusamente dei propri sentimenti, esprimerli in modo fluido e tranquillo. No, non è davvero facile. Io sono strana anche in questo, nonostante sia bergamasca da parecchie generazioni, sia da parte della mamma che del papà. Eppure io i sentimenti li esprimo. Fin troppo. Molti anni fa una conoscente napoletana ebbe a dire: ma sembra dei nostri! Non sembra bergamasca… Pota.
Ineluttabilità
Ecco, questa è una delle parole che mi affascinano (tutte, per la verità…) e che uso spesso, soprattutto davanti a certe espressioni dei personaggi rappresentati dal “mio” Arcabas (avete presente Giuda?). Ineluttabilità è, dice la Treccani, la condizione di ciò che non si può evitare, contrastare o vincere con la lotta. In sostanza, puoi pensare quello che vuoi, ma non ci puoi fare nulla.
In una situazione del genere, come commentiamo, noi bergamaschi, se non con un pota? Vorrei riuscire a farti capire il mio pensiero, ma non ci riesco perché tu sei arroccato sulla tua posizione e non intendi ascoltare le mie ragioni. Ecco, 26 parole che si riassumono più che degnamente con un solo, sonoro, rassegnato, consapevole e ineluttabile (appunto) POTA. Quante discussioni, quanti litigi, quanti scontri evitati da un pota… Forse potremmo esportarlo: ma se non è un bergamasco a dirlo, non funzionerebbe.
Perché non sei venuto? Pota. Sta meglio la tua mamma oggi? Pota. Come va tuo figlio a scuola? Pota. Ma il colmo è stato qualche tempo fa, su un bus gran turismo francese pieno di francesi, ovviamente, che avevo deciso di accompagnare fino all’ingresso dell’autostrada perché avevano millemila domande e chiarimenti a cui dovevo rispondere. Finché una signora, discendente da bergamaschi emigrati in Francia negli anni 30 del 900 (in ogni gruppo di turisti francese ce ne sono almeno 5 o 6, è statistico) mi chiese, ovviamente in francese: Ma voi dite ancora pota? Il mio nonno lo diceva sempre”. Risposi che sì, noi bergamaschi continuiamo a dire pota, in tantissime occasioni, e cercai di fare una serie di esempi. Alla fine, lei insistette: ma perché lo dite? La risposta mi scappò dalle labbra prima di poterci riflettere: “pota…”.
Uno Stato, mille linguaggi

Il problema vero, parlando di lingue e linguaggi, è che l’Italia è diventata una nazione unica – e unita - solo nel 1861. Prima ogni stato dell’impero aveva una sua lingua mutuata dal latino, che ha cominciato ad essere “volgarizzato”, cioè parlato dal popolo in modo più semplificato, già dalla caduta dell’impero romano d’occidente. Pian piano, il latino volgare , ovvero parlato, si trasforma in quelle che ancora oggi si chiamano lingue neolatine: l’italiano, il francese, lo spagnolo, il catalano, il portoghese, il romeno e lingue minori come il sardo, il friulano, il ladino… e i diversi dialetti della nostra Italia.
E’ però solo dal XIII secolo che nascono i primi testi in volgare italiano: è l’epoca in cui Dante riconosce 14 diverse aree linguistiche in Italia e i singoli autori scrivono nel “loro” volgare. Gli storici concordano nel definire il Cantico di Frate Sole, del 1224, il primo testo in assoluto della nascente lingua italiana; agli albori del 1300 Dante inizierà a scrivere la sua Commedia.
La riforma Gentile
Il cambiamento drastico arriva a partire dal 1923, quando viene approvata dal primo Governo Mussolini del Regno d’Italia la cosiddetta “riforma Gentile”, dal nome del filosofo Giovanni Gentile, ministro dell’Istruzione. Fino ad allora, la popolazione italiana parlava quasi esclusivamente il proprio dialetto, così l’obbligo per le scuole di passare “dal dialetto alla lingua” sconvolse non poco la popolazione.
All’inizio l’italiano veniva insegnato ma il dialetto non era espressamente vietato, tanto che molti maestri usavano il dialetto per insegnare l’italiano. Nel 1929 venne introdotto il testo unico di Stato, eliminando di fatto tutti i libri di lettura regionali; nel 1934 infine, con i nuovi programmi per le scuole elementari, viene definitivamente soppresso, vietato e sanzionato l’uso del dialetto nell’insegnamento in qualsiasi forma.
Ancora negli anni ’60, con la nascita della scuola media unica obbligatoria, assistiamo a una sostituzione forzata delle parlate locali. “L'uso del dialetto in classe veniva fortemente disincentivato e punito con note, castighi o umiliazioni dai maestri, poiché era considerato un segno di ignoranza, arretratezza culturale o grave errore grammaticale, ostacolando l'integrazione linguistica nazionale in un'epoca di grandi migrazioni interne”.
In Città Alta

Nei miei lontani tempi (per stare in tema: ai tép del Carlo Códega…) si parlava in dialetto. Punto. Che poi, ègne bretìna ogni volta che qualcuno dice che il nostro dialetto è duro, spigoloso, pungente, rigido, incomprensibile, ostico. Ostico un bel niente! Leggete le tantissime poesie dei nostri magnifici poeti dialettali, che non cito perché farei sicuramente torto a chi per sbaglio rimanesse fuori dall’elenco… Tanto li conosciamo tutti. Non cito nemmeno il nome di chi ha inventato quel “fiàma de rar, sóta la sènder brasca” che descrive al meglio ciascuno di noi, bergamaschi e fierissimi di esserlo; lavoratori indefessi, concreti, apparentemente pacati…finché con ci fanno innervosire o non toccano qualcosa cui teniamo davvero…allora la vedrete riaccendersi al volo, la brasca! E le canzoni, le nostre splendide canzoni in dialetto. O le filastrocche: ce n’è una per ogni occasione…e le conte per i giochi dei bambini. Un bagaglio ricchissimo che travalica i tempi e i luoghi, visto che i nostri emigrati hanno tramesso ai loro figli le loro canzoni e le loro filastrocche in dialetto ed è lì che sopravvivono.
Torniamo in città alta: quando il mio parroco don Galizzi tuonava dal pulpito contro qualcuno (in genere contro qualcuna) era in dialetto che lo faceva, perché così avrebbero capito tutti, anche i banchi; la messa invece era rigorosamente in latino: corretto quello del parroco, decisamente approssimativo quelli dei fedeli, soprattutto quello delle fedeli meno giovani... Il medico parlava in dialetto, il farmacista, i negozianti… tutti, proprio. A scuola invece la maestra, già dal primo giorno della prima elementare, aveva “avvisato” tutti i genitori (le mamme… allora i papà non si occupavano della scuola dei figli) che i bambini dovevano parlare solo in italiano. E che per aiutarli, anche a casa era bene parlare in italiano. La mia maestra era decisa e severa, e così le mamme obbedirono. Però. Però in casa c’erano spesso anche i nonni, che parlavano quasi solo il dialetto. E spesso, per non dire sempre, i nostri genitori tra di loro parlavano in dialetto. E così c’era la stranezza di una famiglia (veramente di tutte le famiglie di città alta) che parlava due diverse lingue, a seconda dell’interlocutore. E solo se questi eravamo noi bambini, rigorosamente solo italiano; che se era parlato dai genitori, di solito era corretto, mentre se era quello dei nonni, va beh…
Le perle

Le “perle” c’erano, eccome. Ed erano trasversali, nel senso che riguardavano ugualmente l’italiano e il latino che, rispetto al bergamasco (la lingua madre, diciamolo…) presentavano parecchi problemi. La signora Teresa cantava con un trasporto un po’ stonato e una fede davvero immensa tutti gli inni religiosi, ma taceva ogni volta al momento di pronunciare la parola “cosce” perché in chiesa era sconveniente. E non importa se il testo originale dell’Ave Maris stella” diceva: mala nostra pelle, bona cuncta posce . C’era la pelle e c’erano le cosce… andiamo… in chiesa… parlando della Madonna…
Nelle case le perle erano quotidiane, dal persutto ai pestini, dall’”àscati neh” (ne riparleremo…) al “ti arrivo un sàattone” …e avete presente quando la nonna, sempre lei, ti mandava a comprare due metri di nistola bianca del 2 e mezzo? Per fortuna il signor Comi, il figlio della merciaia, capiva al volo e ti dava una fettuccia alta esattamente due cm e mezzo… potrei proseguire ore. Ma se qualche volta a noi ragazzini sarebbe venuta spontanea una bella risata, di fronte a qualche strafalcione, bastava incrociare lo sguardo della mamma per bloccarla al volo. Perché il rispetto per gli anziani travalicava, e di molto, anche le regole della grammatica.
Per contro, i nostri nonni erano bravissimi con le massime, sia in latino che in italiano perfetto: in questo la mia nonna Patelli (che peraltro parlava benissimo l’italiano perché era un’accanita lettrice) era una maga (nel senso vecchio del termine, quindi NON con le lettere maiuscole, sia chiaro!). Mala tempora currunt era il commento a risposte maleducate da parte nostra o poca sveltezza nell’obbedire; carpe diem era per quando ci lasciamo scappare un’occasione; veni, vidi, vici (detta con aria sorniona) per quando l’aveva vinta lei su qualcosa; mens sana in corpore sano quando ci beccava a rubare il cioccolato. Prima il dovere e poi il piacere; aiutati che il ciel ti aiuta; chi va piano va sano e va lontano; a caval donato… E via di seguito. Ogni singola azione, occasione, avvenimento aveva la sua massima per sottolinearlo.
E poi faceva la spiritosa - la nonna – quando iniziavamo a studiare francese e latino, alle medie : ”Traducimi, per piacere: I calcoli della nonna di Ada in francese” . Va beh, lo lascio tradurre a voi. Oppure “traduci in italiano “i vitelli dei romani sono belli”…ma è italiano, nonna… no! È latino, gnurànta! Traduci!”. E poi le storielle che giocavano sulle similitudini e i doppi sensi tra bergamasco e francese: credo che ogni famiglia ne abbia almeno una tra il proprio lessico famigliare.
Traduci se puoi!
Questa era un’altra delle sfide della mia nonna Patelli: ti diceva una frase in dialetto, o una semplice parola, e ti chiedeva di tradurla esattamente in italiano. …pròpe giösta!
E allora provateci voi a tradurre, ma mia pressapóc il verbo ascàss… che non è propriamente degnarsi, né decidersi, né abbassarsi, nemmeno adattarsi o adeguarsi… Ascàss è ascàss e basta. Büligà, ìga i zenzù, ìga la pansa come ‘l ségér…potrei, anche qui, proseguire ore. Ma anche ciascuno di voi, credo.
E oggi?
Nonostante leggi e regole e lotte, il dialetto è sopravvissuto. Non come in Veneto, certo, dove tutti in casa parlano la loro lingua, ancora oggi; o a Napoli o in altre regioni. Ma è sopravvissuto. Per molto tempo, credo, abbiamo davvero rischiato di perderlo. Io comunque mi sono sempre sentita davvero inadeguata perché se lo capisco perfettamente e lo scrivo in modo discretamente dignitoso, però non lo parlo benissimo. Mi faccio capire, certo, ma non come tanti amici i cui genitori avevano disobbedito alle maestre. Qualche tempo fa, presentando l’ultimo libro di Rino, un amico carissimo appassionato cultore della sua lingua madre, oltre che poeta sensibile e raffinato, venni interpellata da una persona del pubblico – ex Duca di Piazza Pontida – che espresse la propria sorpresa per una presentazione fatta in italiano e non in dialetto. Credo di non essermi mai sentita tanto inadeguata. Ma non ero – non sono – in grado di parlare il dialetto bello, completo, ricchissimo dei miei genitori e dei miei nonni. Il mio è più povero…

Il bergamasco è davvero una lingua ricchissima, composita, che si è creata nei secoli inglobando parole delle varie lingue che si sono succedute nelle nostre terre, da quella dei celti al latino al francese… Da bambina (sempre ai tempi del Carlo Códega) io non chiedevo l’acqua ma il brombo, a Parigi mangiano gli öff esattamente come noi, anche se lo scrivono in modo diverso (sono un po’ spocchiosi, lo sappiamo)… Eppure è ancora qui, il nostro dialetto. E negli ultimi tempi mi par di notare una ripresa bella: giovani che parlano in bergamasco, magari indossando magliette con stampato : sta sö dè dòss oppure dìghèt del bu? o ancora, mischiando gli idiomi: keep calm and tirèm mia mat (peccato qualche errorino di grammatica, ma si sa che il bergamasco è una lingua che è più facile parlare che scrivere).
E poi, negli ultimi anni, il “Vecchio Daino”, ha scritto in modo spiritoso di animali bergamaschi, di modi di dire, della bergamaschità: seguitissimo e molto amato, ci ha lasciati da poco. Non prima di averci raccomandato di non essere bocalù né caafiàt e di non avere la canèta de éder… E ancora, tanti raffinati conoscitori del nostro dialetto hanno tradotto in bergamasco opere classiche, dai Promessi Sposi alla Divina Commedia, a Pinocchio. E non si fermano più!

Io credo che davvero la nostra bergamaschità sia venuta fuori prepotente e decisa sei anni fa, all’epoca terribile del COVID, con gli alpini e i nostri artigiani che “hanno tirato su un ospedale” in una settimana, facendo la coda per poter dare una mano, e non si sapeva più dove metterli. E intanto che lavoravano, cantavano “la gente come noi non molla mai….”.
Che tradotto in maniera pròpe giösta è semplicemente quel MÒLA MIA che ha fatto letteralmente il giro del mondo, all’epoca.
Pota… che per stavolta non è il fiöl del lèca…
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Ferrari
5 commenti
Adorabile come sempre Rossella trova il modo di farmi sentire a casa!
Firmato: una bergamasca di adozione
Da napoletano doc, trapiantato in terra bergamasca, ho sempre visto i bergamaschi come cugini di percorso … non so perché, forse per il loro modo di essere festosi e di amare il loro dialetto e le tradizioni. Grazie Rosella ancora una volta per questo spaccato di vita che mi offri della tua Bergamo che leggo sempre molto volentieri e che mette sempre di buon umore.
Che dire? E’ sempre un piacere leggere ciò che scrivi.
Con i tuoi ricordi di bambina hai risvegliato anche i miei ed è stata davvero una piacevole sensazione.
Sono cresciuta in una grande famiglia dove i dialetti che si sentivano parlare da genitori e nonni erano due: bergamasco e romagnolo, noi figli parlavamo esclusivamente italiano.
Risultato ho sempre compreso sia l’uno che l’altro dialetto ma non farei una bella figura a parlare nè in bergamasco che in romagnolo.
Pazienza, è sempre stato bello e divertente ascoltare i nonni parlare in romagnolo e sentire la mamma, soprattutto quando si arrabbiava, rispondere a mio padre in bergamasco … e intanto diceva a noi figli “tanto al capes negot!”
Bei ricordi, grazie Rosella.
carissima Rosella mi si inumidiscono gli occhi a leggerti e poi volevo dirti che il tuo parroco Don Galizzi mi ha insegnato a giocare a scacchi quando andavo a trovarlo a casa sua una volta la settimana dopo che non era più parroco del Duomo
Io vi leggo dalla Francia con grande piacere.Sono nata a Bergamo nel 1943,vissuto a S. Pellegrino fin a 9 anni,poi seguito i genitori in Francia.Con i miei cugini parlo ancora Bergamasco al telefono perche non possi piu venire ( eta e salute).Ho fatto 3 anni di elementari in Italia.Anni 50.A scuola l italiano e a casa il bergamasco.Eccellente esercizio per noi bambini.Sapevamo gia 2 lingue.