L'occhio è la finestra dell'anima. Anche di quella di un padre che guarda un figlio ed è guardato da lui. Il celebre regista Ingmar Bergman (foto: dal film "Luci d'inverno") si sente giudicato dal freddo disprezzo dello sguardo del figlio Lill
Sguardi profondi, sguardi fulminei. Poi ci sono gli sguardi dei figli
La nostra vita è costellata, oltre che da tanti fatti ed esperienze, anche da sguardi.
Sguardi profondi, intendo, soprattutto di persone che ci sono vicine: persone che si amano, a cui si vuole bene; a volte può succedere anche non tanto vicine e neppure troppo amichevoli. Sono sguardi fulminei, frazioni di secondo, ma che nella loro intensità esprimono più di mille parole!
Un caso particolare è lo sguardo dei figli, soprattutto quando sono diventati grandi: il loro sguardo (nel mio caso materialmente dall’alto in basso visto che entrambi mi hanno superato in altezza), assume un significato singolarissimo.
Questa è una delle circostanze in cui ti riconosci padre, padre di un uomo, e poi in un certo modo ti rispecchi, in parte ti riconosci: è lì che tu attraversi la prova del fuoco, che si senti amato, stimato ma anche misurato, pesato.
Comprendi che in quell’intervallo di silenzio tuo figlio ti ha appena fatto una biopsia e tu gli hai fatto un’emotrasfusione, tutto il resto cade in secondo piano, il contesto o la discussione sono solo un’occasione: ciò che rileva è il “prelievo” del tuo tessuto più profondo, è la “trasfusione” che gli hai appena donato.
Bergman e lo sguardo del figlio Lill
Ingmar Bergman (1918-2007) è considerato tra i maestri del cinema del Novecento: ha diretto film memorabili come Il settimo sigillo (1957), Il posto delle fragole (1975), Sussurri e grida (1972), Scene da un matrimonio (1973); tre hanno vinto l'Oscar come miglior film straniero: La fontana della vergine (1960); Come in uno specchio (1961) e Fanny e Alexander (1982).
Nel 1987 il regista svedese pubblica una lunga autobiografia, di non agevole lettura, intitolata Lanterna magica (il titolo è in italiano anche nell’originale svedese). L’opera rivela una personalità complessa e tormentata (tra l’altro si sposò cinque volte ed ebbe nove figli): cresciuto in una famiglia “complicata” trascorre l’infanzia e l’adolescenza in un clima oppressivo e anaffettivo; il padre (1886-1970) è un affermato pastore luterano con il quale Bergman intrattiene difficili rapporti.
Nell’autobiografia, Bergman non esita a svelare sentimenti intimi, anche con ruvida lucidità, come nella descrizione dell’incontro con il figlio ormai ventenne Lill (Ingmar Jr.), al funerale della sua terza moglie, la giornalista Gun Hagberg e madre appunto del ragazzo, morta improvvisamente in un incidente automobilistico nel 1971.
Bergman - che aveva abbandonato la moglie Gun e il bambino ancora piccolo per una nuova relazione sentimentale - poco prima delle esequie si trova inaspettatamente solo in una stanza con il figlio Lill che non vedeva da parecchi anni.
Lo descrive, scopre la sorprendente somiglianza fisica con il vecchio padre, il rigido pastore protestante: «Gli stessi occhi blu, lo stesso colore dei capelli, la fronte, la bocca sensibile», lo scruta con attenzione, cerca di comprendere: tuttavia, l’atmosfera è pesante:
«Rimanemmo seduti in silenzio, sperando che il tempo passasse un po’ più alla svelta. Non fu così. […] Feci un goffo tentativo di dire qualcosa su sua madre, ebbe un brusco movimento di repulsione. Io insistetti, lui mi rivolse improvvisamente uno sguardo che tradiva un tal freddo disprezzo da ridurmi al silenzio»