La Palestina non ha un padiglione alla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia, perché non è formalmente riconosciuta dall’Italia come nazione.
Palestina assente. Israele presente
Scossa da polemiche recenti e richieste di boicottaggi, La Biennale di Venezia si apre il 9 maggio e chiuderà il 22 novembre 2025. Ospitalità sicura a Israele. Il suo padiglione in ristrutturazione sarà comunque sostituito con uno spazio privilegiato all’Arsenale. La presenza di Israele rimanda a un solo scopo: insistere sulla visibilità ad ogni costo, affermando la propria prepotenza che sfida ogni boicottaggio.

Anche la Russia potrà riaprire il padiglione di sua proprietà. Le nazioni più belligeranti del mondo non parteciperanno all’assegnazione dei premi previsti, assecondando un escamotage che salva capra e cavoli, dopo il drastico parere negativo del Ministro della Cultura e il sostanziale assenso della Fondazione Biennale presieduta da Pietrangelo Buttafuoco. Anche la Commissione Europea per la Cultura ci mette del suo, revocando il contributo di circa due milioni di euro all’istituzione tra le più prestigiose nel panorama dell’arte contemporanea. Al padiglione USA invece sarà concesso ogni privilegio (apertura e premi).

La Palestina, presenza “a margine"
Il Palestine Museum US ha per fortuna elaborato un progetto artistico che si realizzerà a margine della manifestazione veneziana, a partire dal 18 maggio. La mostra si terrà a Palazzo Mora in Strada Nuova (Cannaregio). Il gruppo di artisti denominato Art Not Genocide Alleance aveva chiesto a suo tempo l’esclusione di Israele, accusato di “ripulire “le azioni di guerra attraverso l’arte internazionale.
“Gaza – No Words” a Venezia mira a documentare le esperienze dolorose degli artisti palestinesi che hanno visto i loro studi distrutti dalle bombe con i lavori artistici destinati a un futuro Museo di Gaza City che era già stato programmato e che forse non si realizzerà in tempi brevi. A Palazzo Mora si potranno vedere cento pannelli ricamati a mano da donne palestinesi che documentano lutti, resistenza e volontà di sopravvivenza dell’arte nei campi profughi e nei villaggi di Libano, Giordania e Cisgiordania. La tecnica del ricamo a punto croce si collega alle antiche tradizioni del lavoro femminile, tramandato di generazione in generazione.


La “soglia di indignazione” e il ruolo degli artisti
Il contenitore Biennale ha un valore storico che va conservato ma necessita di chiarire i diversi comportamenti da tenere in condizioni difficili e reazionari come quelli del tempo attuale.
L’arte può contribuire alla sensibilità politica e sociale quando può diventare cassa di risonanza nei confronti della conoscenza di aggressioni, invasioni, genocidi e violenze che spesso vengono rimosse dalle coscienze umane. Esiste una soglia di indignazione nei confronti di governi che commettono attivamente crimini di guerra e varie atrocità.
Le responsabilità cadono interamente sugli Stati e quasi mai sugli artisti che coscientemente inseguono la loro ricerca, anche se non è sempre facile schierarsi in favore del disarmo, del rispetto dell’umanità e della pace tra i popoli. Un compito che va condiviso con tante altre forme di comunicazione e, soprattutto, con altre persone di buona volontà.

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