Hamilton bacia il cane che sta morendo. Siamo come Noè: premuti dal diluvio esterno, ci rifugiamo nell’arca. Ma anche nell’arca spesso siamo soli. Un animale “a disposizione” è la nostra risorsa
I molti animali in casa e fuori casa
Il dolore che si sperimenta per la morte di un animale domestico può essere altrettanto intenso di quello che si prova quando si perde una persona cara. Per alcune persone (fino a 1 su 5) addirittura di più. È quanto sostiene uno studio condotto dalla Maynooth University di Kildare in Irlanda pubblicato sulla rivista PlosOne. Così una notizia ANSA. A riprova vengono pubblicate alcune foto di Lews Hamilton, il campione automobilistico Ferrari, che assiste il suo cane in coma. E sono foto che “parlano” la loro parte: uno sportivo così spavaldo in pista e così tenero in casa, con il suo cane morente.
In effetti, non c’è bisogno di grandi citazioni. Il fenomeno è evidente a tutti. Qualche domenica fa, mi ha preso il ghiribizzo di contare i cani che incontravo, andando dalla Cittadella Viscontea a Piazza Vecchia, in piena città vecchia di Bergamo: sono poco più di un centinaio di metri. Era una bella giornata e c’era molta gente che passeggiava sulla Corsarola. Ho contato ventun cani.
Arriva il diluvio. Noè con la sua famiglia di rifugia nell'arca
Vorrei portare il mio contributo di riflessione al fenomeno. Ma non ho gran che da dire oltre la mia meraviglia e, qualche volta, la mia scocciatura. Mi accodo alle infinite spiegazioni psico-socio-storico-metafisiche del fenomeno, con un semplice ricordo letterario.
Si tratta dell’arca di Noè, sì, quella del diluvio. “Il Signore disse a Noè: ‘Entra nell'arca tu con tutta la tua famiglia, perché ti ho visto giusto dinanzi a me in questa generazione’”, così inizia il racconto celebre del capitolo 7 del libro della Genesi. Poi arriva il diluvio. Noè e la sua famiglia – insieme con gli animali - si salvano dal cataclisma grazie all’arca. Insieme con gli animali, in forzata simbiosi con loro, per via del cataclisma che devasta il mondo esterno. Tanto violento è il cataclisma quanto intensa è la simbiosi.
Il nostro diluvio, la nostra arca. E i nostri animali
Ecco. Questo mi viene in mente quando vedo Hamilton che bacia il suo cane morente e quando incontro i ventun cani dalla Cittadella a Piazza Vecchia. Il fenomeno non è recente ma ha conosciuto, negli ultimi tempi, una accentuazione evidente. Ora, i nostri tempi – mi si perdoni la banalità – non sono tempi tranquilli, tra guerre stupide e capi politici in stato di sospetta follia. Si può dire che stiamo affrontando un’edizione aggiornata del diluvio: il mondo – spesso, anche se non sempre – è diventato invivibile e si cerca un mondo nostro, “a parte”, dove possiamo trovare un po’ di quella tranquillità che non riusciamo a trovare fuori. La casa diventa la nostra arca.
Ma nella casa-arca può succedere di essere soli: talvolta si è, alla lettera, soli; talvolta gli affetti sono in crisi; talvolta gli affetti di casa non rispondono alla nostra sete più grande di affetti (considerazione da prete: anche le difficoltà della fede, credo, contribuisce a questa forma di povertà affettiva). Gli affetti per gli animali, in questa situazione, hanno il vantaggio di essere “a portata di mano” e senza le complicazioni molto impegnative della reciprocità. Gli animali ci vogliono bene, a prescindere, uomini e donne, invece, no, perché non possono essere soltanto “a portata di mano” nostra.
E così, siamo costretti ad accontentarci della nostra arca. E’ piccola, molto piccola rispetto al mondo così grande, ma ci difende dalle guerre e dalle violenze che premono. E’ povera, spesso molto povera, di affetti, ma un cane e un gatto che ci vuole bene, e molto bene, è sempre lì, pronto, a nostra completa disposizione.