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Come a riprendere tutto da capo con le narrazioni evangeliche del Natale, ecco il brano solennissimo che apre il Vangelo di Giovanni. Dove si parla di Logos, di carne, di tenda che Dio pianta in mezzo agli uomini...

 

 

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato (Gv 1,1-18)

 

 

L’inizio grandioso e bellissimo del Vangelo di Giovanni

Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος… bisognerebbe proclamarlo in greco il prologo. Almeno oggi, anche se non lo capirebbe nessuno. Fa niente. Basterebbe percepirne la timbrica musicale, la sonorità armonica delle parole e immaginarci di stare dalle parti di Dio. Anche solo per un attimo. Che bellezza!

L’affresco teologico con cui Giovanni apre il suo vangelo è di una sontuosità abbacinante. Per eleganza lessicale e finezza poetica. Per potenza filosofica e genialità teologica. Per la nostra lectio domenicale potrebbero bastare alcune semplici suggestioni.

E conviene partire proprio dalla chiusura del testo, perché tutto il vangelo di Giovanni – pensato come dittico del libro dei segni e dell’ora – ha un unico obiettivo: farci sapere che Gesù di Nazareth è il Figlio che ha “rivelato” quel Dio che nessuno ha mai visto. Questa è la verità di Giovanni. Unica e necessaria. E per dirla il quarto evangelista scomoda niente di meno che l’“Io sono” del roveto ardente.

L’umanità di Gesù che ci fa vedere l'invisibile

Tutto il suo vangelo è uno scrigno di preziosissime immagini – pane, acqua, porta, pastore, vite, luce, via, vita – attorno al quale costruire formidabili catechesi per le comunità credenti della prima ora. Un raffinatissimo itinerarium mentis in Deum (san Bonaventura) dove gli incontri con la samaritana, Nicodemo, il cieco nato, le sorelle di Lazzaro sono tessere di un mosaico ravennate per mostrare che nell’umanità di Gesù stiamo “vedendo” colui che “nessuno ha mai visto”.

Il prologo, dunque, non è solo un prologo ma la chiave interpretativa che apre la porta alle singole stanze evangeliche. L’intero testo giovanneo andrebbe letto tenendo sullo sfondo proprio l’archetipo veritativo dell’incipit.

Parole incarnate e corpi parlanti

Noi abbiamo tradotto Logos con Verbo e Parola. E va bene, ovvio. Ma Logos è più forte perché è lì per dettare la logica a tutto il vangelo. La logica divina noi l’abbiamo vista all’opera nella vicenda umanissima di Gesù – ed è la verità che in tutto questo tempo liturgico del Natale stiamo celebrando – ed è questa logica a ritmare il senso della storia.

Sempre il greco dice, ed è il secondo nostro rilievo, Καὶ ὁ λόγος σὰρξ ἐγένετο… dove il gioco linguistico tra logos e carne è istruttivo. Innanzitutto, l’essenza dell’umano è insieme corpo e parola (verbo, logos), non c’è l’uno senza l’altro. Gli uomini sono sempre parole incarnate e corpi parlanti. Parola, qui, va intesa come quel “di più” dell’essere, il senso della sua trascendenza e ulteriorità, la sua segreta e imperscrutabile intimità: gli umani sono gli unici esseri a parlare, ad avere un linguaggio. Ed è grazie al linguaggio che l’uomo sta nel mondo, nomina le realtà, familiarizza con la realtà, allaccia rapporti. In una parola: abita (e non semplicemente vive). Corpo, invece, come ci insegna da tempo la fenomenologia, non è solo una sommatoria di cellule e atomi, più o meno assemblati con ordine o casualità, ma non è nemmeno il banale involucro dell’anima: è la condizione dello spirito o della coscienza, della nostra esistenza, del nostro abitare il mondo, del nostro relazionarci e tessere legami. Essere appunto umani.

Corpo e parola, per altro, disegnano l’ellisse delle nostre liturgie: non è un caso che parliamo della mensa della Parola e del Pane (corpo), i due fuochi della celebrazione eucaristica.

Menzogna e verità, tenebre e luce

Il terzo, ultimo, dettaglio che prendiamo in considerazione attiene alla drammatica della storia e ha a che fare con il mistero del rifiuto o del misconoscimento: «Veniva nel mondo la luce vera […] eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto». Giovanni non scioglie l’enigma, che si sa parte da molto lontano, dai primi uomini, ed è ripetutamente riproposto nelle infinite ed estenuanti (a volte davvero enigmatiche) polemiche tra Gesù, la verità, e gli uomini della religione, la menzogna.

Giovanni inscena per tutto il vangelo una sorta di basso continuo processuale: la menzogna contro la verità (le tenebre contro la luce). Sappiamo da dove viene questo linguaggio criptico, qui ci basta per chiudere la nostra meditazione con una domanda altrettanto drammatica: perché il Figlio-Logos, che Giovanni presenta come la “luce degli uomini” e per mezzo del quale “tutto è stato fatto”, è stato espulso dalla storia, fastidiosamente percepito come «l’intruso del mondo» (Erri De Luca)?

Da dove viene l’ostilità nei confronti dell’uomo che «passò beneficando e risanando» (At10,38)? Forse attiene al mistero del Male? Non so se ne verremo mai a capo.

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