Una parola sulle recenti elezioni amministrative che hanno segnato un sostanziale equilibrio. Pur tenendo conto del fatto che sono state elezioni parziali e amministrative, e quindi relative e caratterizzate da problemi locali, tentiamo di ricavarne qualche considerazione d’ordine politico.
La vittoria del Referendum non si è replicata. Le ragioni
La prima, e la più evidente, è che il No al Referendum del Governo Meloni, nel voto amministrativo non si è travasato automaticamente nella opposizione alle forze di Governo. Lo stesso aumento della diserzione dal voto dice che siano rientrati nella norma elettorale da qualche tempo invalsa, dopo l’eccezione del referendum.
Ma proprio questo ci autorizza a pensare che la gente vada a votare e possa creare cambiamenti solo quando ritiene che siano in ballo questioni radicali e quando il suo voto possa cambiare effettivamente qualcosa. Al Referendum la gente – in specie i giovani - s’è mossa perché era in ballo la fondamentale questione della giustizia, alle comunali è andata a votare la gente che o va di solito e comunque (gli assestati nel sistema) o in più quella che in qualche parte poteva intravedere qualche reale competizione.
Ma laddove la politica proponeva candidati ugualmente omologati al sistema e non caratterizzati da scelte radicali, non ha ritenuto che valesse la pena di scomodarsi o di votare un nuovo che era più vecchio del vecchio (vedasi il caso esemplare di Venezia). Perciò sono andati a votare per lo più gli integrati (a destra o a sinistra), mentre hanno disertato gli emarginati: e in assenza d’una scelta decisa, si è riproposto l’ordine esistente, che, oltre a tutto, ha in mano strumenti migliori di persuasione elettorale.
Il campo largo non basta. I marginali restano fuori gioco
Se si vuole perciò un cambiamento è necessaria – e questa è la seconda conclusione –una forte alleanza unitaria, che però, pur necessaria, da sola non basta se non fa scelte radicali tali da produrre una vivacità di coinvolgimento e di presenza. Non basta, insomma, un qualchessia campo largo, ma ci vuole un campo largo che riesca appetibile perché si impegna su scelte di fondo: come tra guerra e pace, tra riarmo e spesa sociale; tra lavoro e rendita; tra tasse ed evasione; tra salute universale e salute d’élite; tra dialogo internazionale e chiusure difensive. E cosette di questo genere.
Se un campo, per restare largo, non si impegna in siffatti problemi non produrrà mai quel salto di partecipazione e di adesione che è indispensabile per vincere. E se resterà nella vaghezza compromissoria per prendere i voti di tutti, prenderà i voti di tutti i soliti (sempre meno numerosi) che si accontentano, tutto sommato, di qualche aggiustamento del sistema e ne resteranno fuori gli emarginati che diventano sempre più numerosi e non hanno rappresentanza e che non vedono perché dovrebbero correre a votare se – come narra il favolista antico - la soma che gli impone il nuovo padrone non sarà più lieve di quella che gli impone l’antico.
Non è vero che si vince al centro. Serve essere radicali
Qui si colloca infine l’equivoco di chi va affermando che si vince al centro. E non si avvede che la nostra è epoca di problemi radicali, in ogni campo; che nel nostro tempo la società tende, purtroppo, a polarizzarsi e il vecchio centro è sospinto verso l’estremo della perdita di status e della (semi)povertà; e ridotto al minimo. Sicché la contesa di fondo non è più, come un tempo, tra ali estreme (destre e sinistre) ridotte e centro ampio, ma tra due radicalità: quella dei troppo avvantaggiati e quella dei troppo svantaggiati. E il centro non può essere punto di partenza, ma casomai un obiettivo sociale che si può ricostruire solo con una previa scelta radicale di riequilibrio.
Ercole è al bivio. Se un campo largo non sarà coeso e deciso in questi obiettivi, primo: non vincerà;
secondo: se vincerà, si sfalderà alla prima prova impegnativa oppure
(ed è terzo) farà più o meno quel che fa la Meloni, sostituendo magari Giorgetti con Calenda; Crosetto con Guerini; Tajani con Renzi (per pari padronanza delle lingue) e così via.
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