Le recenti polemiche sorte intorno al noto caso della grazia concessa ad una madre adottiva (condannata per due reati a complessivi 3 anni e 11 mesi di reclusione commutati in affidamento ai servizi sociali), grazie richiesta per asseriti motivi di assistenza del figlio affetto da grave malattia, ha riacceso i riflettori sul tema della condizione femminile nelle carceri italiane.
La situazione carceraria
Secondo dati ufficiali del Ministero della Giustizia lo scorso anno, a fronte di una capienza di circa 51.000 posti, vi sono oltre 63.000 carcerati, di cui quasi 2.800 donne in buona parte extracomunitarie.
Come noto la situazione delle carceri italiane è notoriamente problematica: l'Italia è stata infatti ripetutamente condannata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU) per la situazione delle sue carceri, principalmente a causa del sovraffollamento e delle condizioni inumane o degradanti, violando l'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. I suicidi ufficialmente registrati sfiorano il centinaio all’anno (più di un terzo di detenuti in attesa di primo giudizio), mentre sono una trentina i decessi per cause da accertare.
La situazione femminile
Come detto in Italia vi sono quasi 2.800 donne carcerate di cui quasi un terzo straniere. Salvo per tre casi (Roma, Venezia e Trani dove vi sono carceri femminili), le detenute sono ospitate in sezioni femminili delle carceri maschili, fatto che rende ancora più complessa la loro gestione.
Una mia cara amica insegnante di Lettere in pensione svolge da anni volontariato nella sezione femminile di San Vittore occupandosi, tra l’altro, di corsi di lingua italiana per straniere: compito non facile anche perché molte carcerate non solo non conoscono la nostra lingua, elemento essenziale per cercare di costruire percorsi di inserimento lavorativo, ma sono totalmente analfabete anche nella lingua di origine.
Dai racconti di F. R. emergono percorsi di vita di cui il carcere rappresenta l’ultima delle stazioni di una lunga via crucis fatta di violenza, soprusi, sfruttamento, dipendenze, certamente a volte anche gravi reati e di recidiva di reati, ove però può essere difficile comprendere quale sia la causa e quale l’effetto.
Madri dietro le sbarre
Sempre secondo dati ufficiali, attualmente si trovano in carcere 20 madri e con loro 24 figli: sono bambini piccoli che non possono essere separati dalla madre, solitamente in quanto trattasi di donne sole. Alcuni di questi piccoli sono nati in carcere e non hanno mai conoscono altro ambiente: “Bambini che non hanno mai visto il mare” per usare l’efficace espressione del pedagogista ed educatore francese Célestin Baptistin Freinet (1896-1966).
A queste 20, si aggiungono altre, più numerose, presenti negli ICAM “Istituti a custodia attenuata per detenute madri” creati in applicazione della legge n. 61/2011, ossia strutture penitenziarie speciali progettate per ospitare madri detenute con figli al seguito di età inferiore ai sei anni. Tali strutture hanno l'obiettivo di conciliare le esigenze cautelari con la tutela del minore, offrendo un ambiente meno severo del carcere tradizionale.
L’impegno
Molte sono le associazioni e i volontari che, affiancando le Istituzioni, si impegnano a vario livello per il recupero e il reinserimento in società dei carcerati una volta scontata la pena. Certamente è un lavoro complesso, che richiede specifiche professionalità ed adeguati investimenti.
A volte può sembrare che l’azione di queste persone che senza risparmio di energia si dedicano al prossimo, sia solo una goccia nel mare, che gli sforzi siano vani, i risultati non sempre si fanno vedere o si possono misurare, tuttavia ci sostiene la speranza, per citare Papa Francesco, che “il bene non va mai perduto, il bene rimane per sempre” (Angelus del 14 novembre 2021).
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Rocchetti