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Primo Maggio nel tempo dell’incertezza

 

Ritrovare il senso della lotta nell’epoca della guerra e del digitale. Savino Pezzotta, già segretario generale CISL, scrive, in esclusiva per il nostro blog, le sue sensazioni su una ricorrenza classica del sindacalismo: il Primo Maggio è diventato segno delle nostre grandi fratture.

 

 

Una ricorrenza svuotata che rivela la nostra crisi di senso

Scrivo questo articolo a pochi giorni da una ricorrenza che, per il mio cuore e per il mio pensiero, è sempre stata evocativa: il Primo Maggio. Una giornata nata come impegno di lotta, come gesto collettivo di dignità, che il nostro pensiero imborghesito ha trasformato in semplice tempo libero.

Una festa resa innocua, ridotta a pausa: e che pausa può essere quella priva di significato, quella che non ricorda più la sua origine, quella che non sa più dire perché si ferma? È proprio da questa rimozione che si comprende quanto profondamente sia cambiato il nostro modo di stare nel mondo.

Il mondo come frattura: quando l’ordine mostra il suo fondo inquieto

La sensazione diffusa è quella di essere immersi in un cambiamento che non abbiamo scelto. Più che attraversarlo, vi siamo stati gettati: un movimento incessante che modifica ogni giorno ciò che credevamo stabile, le forme della convivenza, le strutture che reggevano il lavoro e la vita comune.

Il Primo Maggio svuotato diventa così il simbolo di una crisi più ampia: la perdita di un senso condiviso, la dissoluzione delle forme che pretendevano di ordinare il mondo.

L’ordine che ci rassicurava mostra ora il fondo inquieto che sempre lo abitava, un fondo che non è semplice disordine, ma tensione originaria, caos che nessuna forma riesce più a contenere.

Guerra e digitale: le due forze che riscrivono la nostra esistenza

A rendere più evidente questa frattura sono due forze che hanno accelerato la trasformazione: la guerra e la rivoluzione digitale.

La guerra, tornata a essere clima permanente, non più eccezione, rivela la fragilità delle forme politiche che pretendevano di governare il mondo.

La rivoluzione digitale, con la sua potenza di connessione e di controllo, dissolve confini, identità, continuità, trasformando ogni relazione in dato, ogni gesto in calcolo. Non si tratta di eventi esterni, ma di manifestazioni di un movimento più profondo, che mette in crisi le categorie con cui abbiamo pensato la realtà negli ultimi decenni.

La ragione economica non regge più il mondo che ha creato

Questi processi incidono in modo radicale sulla ragione economica che ha dominato la nostra epoca. La logica dell’efficienza, della crescita illimitata, della competizione permanente si trova ora a fare i conti con un mondo che non risponde più ai suoi modelli.

Le catene produttive si spezzano, le gerarchie geopolitiche si rimescolano, le dipendenze si moltiplicano. Il digitale, mentre promette fluidità, concentra potere e produce nuove forme di dominio.

La razionalità economica, che pretendeva di ordinare il mondo, scopre di essere essa stessa parte del disordine che voleva governare.

Il Primo Maggio come domanda radicale sul lavoro e sulla comunità

In questo scenario, il Primo Maggio torna a interrogarci. Non come ricorrenza rituale, ma come domanda radicale: che cosa significa lavoro in un mondo che cambia così? Che cosa significa lottare, rivendicare, costruire comunità quando le forme stesse della produzione, della relazione, della presenza si trasformano? Che cosa significa “essere insieme” quando la guerra ci ricorda la vulnerabilità e il digitale ci espone senza proteggerci?

Viviamo in un tempo in cui la nostra esistenza è esposta, vulnerabile, frammentata. La guerra ci ricorda la nostra finitezza, la nostra dipendenza dagli altri. Il digitale ci connette senza comunità, ci espone senza relazione. Siamo attraversati da forze che non controlliamo, e tuttavia costretti a rispondere, a prendere posizione, a condividere.

Abitare la crisi delle forme: un compito politico ed esistenziale

La trasformazione in corso non è solo geopolitica o tecnologica: è una crisi delle forme, una soglia in cui ciò che sembrava garantito si dissolve e ciò che emerge non ha ancora nome.

Ci obbliga a ripensare l’umano non come padronanza, ma come apertura; non come identità, ma come relazione; non come sicurezza, ma come cura.

Il Primo Maggio, se vuole ancora parlare, deve tornare a essere questo: un modo di stare insieme senza possedere il mondo, un invito a condividere senza appropriarsi, un richiamo a costruire senza chiudere.

Verso una nuova umanità: dalla padronanza alla co‑esistenza

Forse è proprio nella fragilità condivisa che si apre lo spazio per una nuova forma di umanità: non più centrata sulla padronanza, ma sulla relazione; non più sulla protezione, ma sulla condivisione; non più sull’identità, ma sulla co‑esistenza.

Il Primo Maggio può tornare a essere la memoria viva di ciò che ci lega e la promessa di ciò che possiamo ancora costruire insieme.

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