Un generoso atto di clemenza scatena una bufera mediatica e istituzionale. Alcune riflessioni sul bene e su come viene compiuto.
La tempesta
Ha recentemente conquistato gli onori della cronaca, monopolizzando le prime pagine dei maggiori quotidiani, un gesto di generosa clemenza del quale, peraltro, alcuni elementi di fatto posti a base dello stesso sono stati messi in dubbio da una nota testata e da qui tutto quello che ne è seguito e noto a tutti.
La grazia
Nessun dubbio, io credo, si potrà avanzare sul fatto che la grazia sia stata concessa in assoluta buona fede e ispirata da profondi sentimenti umanitari, con il solo scopo di impedire che i ciechi automatismi repressivi inflitti del Codice penale generassero un grave danno ad un soggetto debole, nel nostro caso un minore in stato di assoluta fragilità. Non a caso il grande Cicerone nel De officiis (I, 10, 33) ammoniva severamente «summus ius summa iniuria».
Non intendo commentare l’episodio di cui si sta ampiamente occupando chi di dovere, e certamente con maggiore competenza di chi scrive, sia al di qua e sia al di là dell’Oceano Atlantico, ma prendere spunto per alcune più generali riflessioni.
Fare bene il bene
Don Bosco era solito affermare che «il bene va fatto bene» (forse riecheggiano Diderot «Il ne suffit pas de faire le bien, il faut encore le bien faire»).
Il santo torinese raccomanda di superare il buonismo ed esige un impegno costante e rigoroso nel compiere il bene di cui egli stesso costituisce un luminoso esempio per la lungimirante, instancabile ed efficace azione sociale a favore dei più deboli.
È nota anche l’amara riflessione di don Abbondio «Quelli che fanno il bene, lo fanno all'ingrosso: quand'hanno provata quella soddisfazione, n'hanno abbastanza, e non si voglion seccare a star dietro a tutte le conseguenze; ma coloro che hanno quel gusto di fare il male, ci mettono più diligenza, ci stanno dietro fino alla fine, non prendon mai requie, perché hanno quel canchero che li rode» (I promessi sposi Cap. XXIV).
Prudenti come i serpenti, semplici come le colombe
Ecco all’ora che ritorna alla mente l’insegnamento evangelico: il discepolo sia scaltro, come lo è stato l’astuto amministratore della parabola lucana (Lc 16,1-13), ma non diventi disonesto; sia prudente ma non diventi malizioso, perché la strada del bene non è facile, anzi, senza mezzi termini Gesù ammonisce «io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt 10,16).
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