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Città Alta ieri e oggi

La Pastorino. Anche i rifiuti fanno memoria

rifiuti

Parlando qualche giorno con un amico, più “grande” di me, a un certo punto se n’è uscito con un’esclamazione che mi ha fatto sorridere e, insieme, ha scatenato una serie di ricordi; come si sa, spesso i ricordi, soprattutto quelli un po’ datati, portano con sé riflessioni che potrebbero essere condivise. Non solo con i vintage come me ma anche, soprattutto, con i giovani che certe realtà non le conoscono proprio. Ecco, questo è successo anche stavolta, e qui condivido le riflessioni…e i ricordi. A partire dall’esclamazione da cui è nato tutto:

 

 

Bisogna chiamare la Pastorino!

copertina

Oh lo so bene che molti, tra coloro che leggeranno questo pezzo, stanno annuendo, magari con un malcelato sorriso sulle labbra… per chi invece ha la faccia a punto interrogativo, svelo l’arcano del titolo.

La Pastorino era l’azienda che, dal 1945 fino alla metà degli anni ’60 circa, si occupava della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, non solo a Bergamo ma anche in altre città italiane. Il nome deriva, molto semplicemente, dal cognome del titolare, il signor Bruno Pastorino – appunto – di origini liguri, che a un certo punto aveva avuto l’idea di costituire una società che si occupasse di raccogliere e smaltire i rifiuti, in modo preciso ed estremamente organizzato.  Io ricordo la mia Città Alta come un luogo pulito, non solo perché nessuno – al tempo – si sarebbe mai sognato di gettare a terra dei rifiuti, fosse anche la carta della caramella, ma anche perché la Pastorino faceva davvero bene il suo lavoro.

Una lettera di addio

Nel 1963, periodo nel quale il Comune aveva deciso di gestire in proprio la raccolta dei rifiuti, la ditta aveva voluto salutare i propri utenti con una lettera… cose di altri tempi, d’accordo. Ma cose belle…

La società per oltre trent’anni anni ha svolto i servizi di Nettezza Urbana in modo sempre puntuale ed apprezzato, ma ora termina il servizio e porge un rispettoso saluto alla Cittadinanza, ringraziandola anche per la collaborazione ricevuta e chiede anche scusa se, a volte, vi siano state lacune nei servizi effettuati. La Società ritiene di poter affermare, con assoluta certezza, di aver sempre messo, in ogni momento ed in ogni luogo, il massimo impegno nell’assolvere i propri doveri e di aver reso Bergamo, senza tema di essere smentita, una delle città più pulite d’Italia. I cittadini, ben consci dell’ottimo lavoro svolto sperano che il nuovo operatore, pubblico, continui ad operare come la Pastorino.

Oggi non siamo molto abituati a lettere di questo genere, nelle quali una ditta, pur affermando di essere consapevole di aver svolto al meglio il proprio lavoro, chiede scusa per eventuali mancanze… I bergamaschi erano davvero soddisfatti del lavoro svolto dalla Pastorino, e credo non sia un caso se ancora oggi alcuni usano questo termine per parlare della nettezza urbana. E’ di pochi giorni fa una dichiarazione di un personaggio pubblico di Bergamo che afferma di “aver preso un sacco della pastorino”  per raccogliere rifiuti lasciati da incivili. La Pastorino non c’è più da oltre 60 anni, eppure…  Eppure  anche il mio amico di cui parlavo in premessa, pochi giorni fa, davanti a un cestino stracolmo di rifiuti, l’ha citata di nuovo.

Come funzionava?

spazzino

Rispetto a oggi, la questione era davvero semplice. Da noi, in città alta, ciascuno teneva in casa i suoi rifiuti fino al giorno della settimana (mi pare fosse il mercoledì, ma non ne sono sicurissima…) delegato al passaggio del camion della Pastorino, che suonava, passando per le strade, in modo da avvertire del suo arrivo. Allora si sentivano le voci delle donne che si rincorrevano: “arriva la Pastorino!”  per poi scendere (mandare i figli, di solito) a portare la “römeta” all’uomo del camion, che prendeva tutto e lo lanciava nel cassone. Poi spostava in avanti il camion di qualche metro, prendeva la scopa che spuntava dal cassone e ripuliva la strada spazzando (per questo si chiamava spazzino).  In settimana poi un altro spazzino passava a pulire tutte le strade e i vicoli, uno per uno…

Non così diverso da quanto accade oggi, dite?? Vediamo di chiarire le cose. La Pastorino passava una sola volta alla settimana e raccoglieva tutto. Ma davvero tutto. Se dovevi buttare un materasso, potevi addirittura farlo cadere dalla finestra, cercando di centrare il cassone mentre il “signor pastorino” (sì, lo chiamavamo così, l’addetto alla raccolta) controllava che il lancio fosse preciso. Altrimenti, dopo aver imprecato contro il maldestro lanciatore, raccoglieva il materasso e lo lanciava al suo posto. Nessun sacchetto di plastica di vari colori a indicare la tipologia di rifiuto: tutto veniva ordinato in una scatola che, di volta in volta, se era ancora in buone condizioni veniva svuotata nel cassone e restituita, altrimenti no. Succedeva anche che le donne chiedessero al signor pastorino di “tenere via” per loro una scatola di cartone (che arrivavano dai negozi): per questo le scatole “buone” erano tenute nella cabina del camion e distribuite.

Erano pochi, i rifiuti

Lo scambio di ricordi in questo periodo ha portato me e alcuni amici che li condividono volentieri a una conclusione incontrovertibile: allora si producevano pochi rifiuti. Lo so che sembra strano, ma è davvero così! Andiamo per categorie. Il vetro non si buttava, mai: La bottiglia del latte andava restituita al lattaio, quella del vino all’osteria. I barattoli di vetro erano pochi, e se c’erano si usavano per conservare la salsa o le marmellate; nessun problema per il tappo: se non c’era, un foglio di carta oleata e un elastico ben stretto risolvevano la questione.  Anche l’olio aveva la sua bottiglia, sempre quella, che veniva portata al negozio e riempita quando stava finendo; poiché l’acqua minerale non era diffusa come oggi, in casa c’era anche la bottiglia con la macchinetta: la riempivi d’acqua, ci versavi una bustina di idrolitina (o di Cristallina o di Idriz) chiudevi velocemente per evitare che il tutto bollisse fuori e quando l’acqua tornava tranquilla, la si beveva (io la odiavo: per me sapeva di sale, ma alle mie sorelle piaceva: a voi?)  Tanti alimenti si compravano sfusi, perfino la pasta e il riso, se si voleva; lo zucchero veniva pesato e consegnato nella sua carta apposita -  la carta da zucchero, appunto -  che con molta attenzione si poteva usare anche come carta assorbente, ma una sola volta se no lasciava un segno blu sul foglio: oggi “carta da zucchero” è solo un colore… Il negozio-che-vende-tutto della signora Dora (oggi lo chiameremmo minimarket) aveva delle grandi “tóle” da 5 chili che contenevano il concentrato di pomodoro: andavi con la tua scodella e la signora Dora te lo riempiva a cucchiaiate. Coperchio zero, altrimenti come avremmo potuto mangiarne a ditate, strada facendo?

C’era carta e carta

La carta era una questione complessa, perché c’è carta e carta… la più comune era la carta da giornale, che aveva molteplici usi: era il contenitore più comune per qualsiasi tipo di merce, frutta e verdura comprese; se ce n’era una quantità cospicua,  la si metteva in un secchio (di metallo, non di plastica: la plastica non esisteva ancora) con l’acqua e quando era tutto disfatto se ne facevano delle palle che poi dovevano asciugare per giorni, però poi erano la cosa migliore per accendere anche la legna più refrattaria al fuoco; ancora, con la carta del giornale (e senza traccia di vetril o altro) i vetri e gli specchi venivano una bellezza; ed era nella carta da giornale che venivano posti i – pochissimi – residui di frutta e verdura da tenere nella scatola della “römeta” per poi darla al signor pastorino.

Infine, strappata a pezzi più o meno quadrati di una ventina di centimetri di lato, veniva appesa a un gancio apposito che c’era in tutti i gabinetti... Funzionava così per tutti, meno che per la mia nonna che per tutto l’inverno conservava gelosamente le carte che avvolgevano i mandarini o le arance, sostenendo che erano non solo più morbide ma anche decisamente profumate…

L’organico lo si riutilizzava. La plastica è arrivata dopo

bidoni e scopa

Oggi una (d’estate due) volte alla settimana si raccoglie “l’organico” o “umido” che dir si voglia. Noi non ne avevamo proprio, che io ricordi. I noccioli della frutta servivano per giocare. Coi gusci delle uova si proteggevano i gerani dai pidocchi o si mettevano nel mangime dei canarini (ho scoperto molto tempo dopo che è perché contengono molto calcio). Le bucce venivano raccolte e poi date a chi aveva le galline o i conigli (la mia nonna a un certo punto andò ad abitare in borgo, vicino alla Morla, e le bucce le buttava nell’acqua perché le piaceva vedere i pesci che salivano a prenderle per mangiarle: giuro che c’erano i pesci, nella Morla, li ho visti molte volte; anche i topi per la verità ma quelli non erano simpatici),  per il resto non si buttava nulla. Se provavi a lasciare qualcosa nel piatto ti arrivava un “ma non ti vergogni, con tutti i bambini in Africa che muoiono di fame??” e così ingurgitavi perfino quello schifo degli spinaci, in silenzio. Perché la volta che chiesi se non potevamo mandarli in Africa ai bambini poveri, quegli spinaci, mi arrivarono due manrovesci che sulla questione cibo/Africa mi zittirono per tutto il resto della vita.

Manca la plastica, dite? Se lo dite siete giovani. Perché nei miei tempi medievali  (come dicono i miei figli) la plastica non esisteva proprio. Strano, neh… eppure era proprio così.

 

moplen

La prima plastica che entrò in casa nostra non si chiamava plastica ma moplen, un materiale nuovo inventato da Giulio Natta (proprio quello della scuola di Bergamo, sì) e molto comodo: pesava molto meno del secchio di metallo, lo si poteva usare per tantissime cose, era colorato… E poi alla televisione il Gino Bramieri diceva “ma signora badi ben che sia fatto di moplen!”. Ho controllato, ora non si chiama più moplen ma è ancora utilizzato per moltissimi usi.

Le lattine (dei piselli, la coca cola stava solo nel vetro e le altre bibite non esistevano ancora) le portava via il signor pastorino, che le metteva in una scatola a parte perché si potevano rivendere. Per i vestiti vecchi (ma proprio vecchi e conci, altrimenti si passavano di fratello in fratello, magari dopo essere stati rivoltati perché sembrassero più nuovi) e gli stracci, circa una volta al mese, soprattutto nei paesi,  passava un ambulante col carretto,  facendosi precedere da un “donne…strass e oss…e pèi de cünì…oè!” urlato con voce stentorea.

E oggi…

Ho chiuso il cassetto dei ricordi se no non finiamo più: aggiungete pure i vostri, c’è posto… Evitiamo di fare la cronistoria dei cambiamenti e arriviamo brutalmente a oggi, dove la questione spazzatura (dai, pastorino è più bello…) è uguale per tutti, ed è un bel problema. Per la mia città alta un po’ di più. Perché raccoglierli, lì, è più complicato, perché i cassoni non stanno certo bene, perché con la gente che c’è i cestini si riempiono in un amen e il resto viene messo lì accanto per terra, perché occorre passare con camion piccoli, quindi più volte … per millemila perché.

 

raccolta oggi

La raccolta differenziata funziona e la gente ormai la applica bene, generalmente. Anche per questa, in città alta è tutto più complesso.

Alla fine, il discorso è abbastanza chiaro a tutti, anche a chi non lo vuole vedere: stiamo producendo spazzatura a un ritmo infernale. Le statistiche del WWF dicono che ciascuno di noi, in Europa, produce  500 chili di rifiuti all’anno, 30.000.000 di tonnellate in Italia solo nel 2023, oltre 2 miliardi di tonnellate all’anno nel mondo.  Montagne di rifiuti che in qualche modo devono essere smaltiti e che troppo spesso, lo sappiamo bene, sono stati (vengono ancora?) semplicemente spostati in altri Paesi o in altri continenti, in cambio di qualche spicciolo. Stiamo avvelenando il luogo in cui viviamo, ed è l’unico che abbiamo.

Molti stanno cercando di rallentare (invertire sarà più difficile) la rotta: cercando di usare meno imballaggi, eliminando i prodotti usa-e-getta, comperando sempre meno oggetti in plastica o materiali plastici, cercando tutte le strategie possibili per ridurre la quantità di rifiuti.

Capisco che non sia popolare dire a una mamma giovane che i pannolini dei suoi bambini (molto comodi e igienici, d’accordo, e che evitano i culetti arrossati) sono altamente inquinanti e che ci sono mamme che hanno deciso di tornare a quelli lavabili, scoprendo che i culetti si arrossano ancora meno. Ma se ciascuno di noi riuscisse a identificare una tipologia di rifiuto e facesse tutto il possibile per ridurne la quantità in modo sostanziale, alla fine la situazione potrebbe migliorare davvero. E tante imprese forse capirebbero che anche loro devono fare la loro parte, vedendo che i loro bicchierini di plastica non li compra più nessuno…

Non è più il tempo della Pastorino, certo. Ma si può ancora evitare di farsi seppellire dalla nostra stessa spazzatura.

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2 commenti

  1. Sei una grande, mi hai fatto tornare indietro nel tempo, a quando ero bambino. Il mio papà aveva un piccolo negozio, come tu scrivi un piccolo mini marchet, e tutto quello che descrivi si avverrava regolarmente. Io abitavo in un piccolo paesino del Trentino, ma tutto si svolgeva come in città alta. Brava Ros ecco xchè Ti stimo tanto. Buon giornata. Già che ci sei salutami Gio e figli.

  2. Bellissimo articolo!!! Io ho imparato a dire « la Pastorino » per identificare l’immondizia ad Azzonica, quando ci sono andata ad abitare a 13 anni da via sant’alessandro. Non l’avevo mai sentito dire prima e anche il termine « varechina » mi era sconosciuto perché in casa mia si diceva « candeggina ».
    Gino Bramieri aveva una bocca enorme e un sorriso a 60 denti! Me lo ricordo bene.
    So che la nonna riciclava la carta per il bagno ma non ho mai visto usare quella del giornale.. solo carta « bella e morbida ».
    A me l’idrolitina comunque non piaceva, bevevamo anche noi quella del rubinetto, ma a casa dei nonni l’avevo assaggiata, in Friuli.

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