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I due papi. La Chiesa nel mare del mondo

I due papi 02

Ci sono film che raccontano una storia e film che, servendosi di una storia, riescono a rappresentare una domanda più grande dei loro protagonisti. I due Papi (2019), diretto da Fernando Meirelles e attualmente disponibile su Netflix, appartiene forse alla seconda categoria.

 

 

Rinuncia di papa Ratzinger, elezione di papa Bergoglio

Il punto di partenza è uno degli avvenimenti più sorprendenti della storia recente della Chiesa cattolica: la rinuncia al pontificato di Benedetto XVI e l'elezione, nel marzo del 2013, del cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio, divenuto Papa Francesco.

Meirelles affida i due protagonisti a due giganti del cinema, Anthony Hopkins e Jonathan Pryce: il primo interpreta Joseph Ratzinger, il Papa tedesco, teologo, professore, custode attentissimo della dottrina e della tradizione; il secondo Jorge Bergoglio, gesuita argentino dalla pastorale concreta, abituato alle periferie di Buenos Aires e destinato a diventare il primo pontefice proveniente dall'America Latina.

Il film prende le mosse dal conclave del 2005, seguito alla morte di Giovanni Paolo II, nel quale Ratzinger e Bergoglio emergono come due figure molto diverse all'interno del collegio cardinalizio. Il primo viene eletto Papa con il nome di Benedetto XVI. Il secondo torna in Argentina.

Anni dopo, nel 2012, Bergoglio vorrebbe ritirarsi. Si reca quindi a Roma, dove incontra Benedetto XVI. Comincia così il lungo confronto che costituisce il vero centro del film: due uomini, due personalità, due storie e soprattutto due modi apparentemente opposti di guardare la Chiesa e il mondo.

Occorre però fare immediatamente una precisazione: I due Papi non è un documentario, ma un'opera di finzione ispirata a persone e avvenimenti reali. Le lunghe conversazioni private tra Benedetto e Bergoglio, le confessioni reciproche e molti degli episodi che costituiscono l'ossatura narrativa del film sono ricostruzioni drammaturgiche.

Meirelles usa quei due uomini per mettere in scena una delle grandi tensioni che accompagnano il cristianesimo nella storia: come custodire una Verità ricevuta senza trasformarla in un museo, e come portarla incontro al mondo senza dissolverla nel mondo stesso?

Due uomini davanti alla stessa Chiesa

All'inizio del film, Benedetto e Bergoglio sembrano quasi costruiti per non capirsi.

Benedetto è il grande intellettuale europeo. Compone musica classica, è dedito alla precisione delle parole, al raccoglimento, alla continuità tradizionale. Nel film è sempre circondato dai segni visibili della storia della Chiesa: il Vaticano, Castel Gandolfo, le vesti pontificie, il latino, le biblioteche, l'arte.

Bergoglio viene invece rappresentato attraverso il movimento. Cammina per Buenos Aires, prende i mezzi pubblici, parla con la gente, è tifoso di calcio e balla il tango, entra nelle periferie. La sua Chiesa sembra trovarsi meno nelle grandi stanze della storia e più nelle strade del presente.

È facilissimo, a questo punto, cadere nella trappola che il film stesso sembra inizialmente predisporre per lo spettatore.

Da una parte il vecchio Papa, custode di istituzioni antiche, difficile, riservato, talvolta quasi incapace di comunicare. Dall'altra il cardinale semplice e sorridente, vicino agli ultimi, capace di parlare il linguaggio degli uomini. Conosciamo già il finale della storia. Bergoglio diventerà Francesco, uno dei pontefici mediaticamente più popolari dell'età contemporanea. La tentazione di distribuire le parti è quindi fortissima: Francesco diventa l'eroe del cambiamento, Benedetto l'ultimo custode di un mondo destinato a scomparire. Ma sarebbe una lettura terribilmente povera e superficiale.

Benedetto: il dovere di custodire ciò che non ci appartiene

La posizione incarnata da Benedetto parte da un principio fondamentale: la Chiesa non appartiene alla Chiesa.

Un partito politico può cambiare programma. Un'associazione può modificare il proprio statuto. Un'azienda può cambiare prodotto se il mercato lo richiede. La Chiesa non può semplicemente decidere che cosa credere sulla base di ciò che, in un determinato momento storico, appare più convincente, più popolare o più facilmente comunicabile. Questo perché la Verità che custodisce non l'ha inventata, ma l’ha ricevuta.

Da questo punto di vista, la tradizione non è nostalgia, amore filologico per il latino, per determinati paramenti o per una particolare sensibilità estetica. La Tradizione, nel significato più profondo del termine, è innanzitutto trasmissione. Qualcuno ha ricevuto qualcosa e ha il compito di consegnarlo a chi verrà dopo.

Joseph Ratzinger ha dedicato buona parte della propria vita intellettuale a questo problema, ed è significativo ricordare che l'uomo spesso rappresentato semplicemente come il grande conservatore della Chiesa contemporanea fu anche un giovane teologo del Concilio Vaticano II. La sua preoccupazione non era immobilizzare la Chiesa nel passato, ma impedire che il rinnovamento venisse interpretato come una rottura con tutto ciò che lo aveva preceduto. Una preoccupazione decisamente legittima.

È qui che il Benedetto cinematografico acquista una profondità che va oltre la semplice opposizione al più progressista Bergoglio. Dietro la sua prudenza c'è una domanda da porsi con grande serietà: se continuiamo a cambiare per poter parlare al mondo, a un certo punto avremo ancora qualcosa da dirgli?

Esiste certamente il rischio di una Chiesa incapace di parlare all'uomo contemporaneo, ma esiste anche il rischio opposto: quello di una Chiesa talmente preoccupata di risultare comprensibile all'uomo contemporaneo da finire per ripetergli soltanto ciò che l'uomo contemporaneo già pensa. Una Chiesa così sarebbe forse accolta più facilmente, ma sarebbe ancora necessaria?

Francesco: una Verità che deve incontrare qualcuno

Bergoglio porta nel confronto l'altra metà del problema. Una Verità custodita perfettamente, se non raggiunge più nessuno, rischia di diventare sterile.

Il cristianesimo non nasce dalla conservazione di un'idea, ma da un incontro. Il Verbo viene verso di noi e si fa carne. Dio entra nella storia umana. Cristo mangia con i peccatori, tocca i malati, parla con le donne, incontra pubblicani, stranieri, poveri.

Il movimento è esattamente contrario a quello della torre d'avorio: è Dio viene incontro all'uomo. La Chiesa lasciata da Cristo, quindi, deve anch'essa andare incontro all'uomo.

È questa la grande intuizione pastorale che il film affida a Bergoglio e che diventerà uno dei tratti più riconoscibili del pontificato di Francesco: la Chiesa che esce, che raggiunge le periferie, che preferisce rischiare di sporcarsi piuttosto che chiudersi al sicuro.

Resistendo anche qui alla tentazione di trasformare uno dei due personaggi nel vincitore, la questione si pone con una certa complessità, perché anche l'impulso di Bergoglio contiene un rischio.

Se la necessità dell'incontro diventa l'unico criterio di valutazione, il desiderio di accogliere rischia di perdere la bussola morale: la misericordia può essere equivocata come approvazione e il dialogo può diventare incapacità di pronunciare un giudizio o di prendere una posizione - e una Chiesa che non prendesse mai posizione non sarebbe necessariamente più misericordiosa, ma anzi potrebbe non avere più nulla da annunciare.

La domanda posta implicitamente da Benedetto torna quindi a interrogare anche Francesco: che cosa stiamo portando nelle periferie? E la domanda di Francesco ritorna verso Benedetto: a che serve custodirlo, se nessuno riesce più a raggiungerlo? È nello spazio tra queste due domande che I due Papi sviluppa il meglio di sé.

Grazia e Verità

Nel prologo del Vangelo di Giovanni troviamo una delle formule più belle per descrivere Cristo: il Verbo fatto carne è pieno di grazia e di verità. Non grazia oppure verità, ma grazia e verità.

Il cristianesimo vive continuamente dentro questa congiunzione. Nel film, Bergoglio dice a Ratzinger che la verità senza amore è insostenibile, ed è vero. È anche vero che la grazia senza la verità rischia di diventare una consolazione che non salva l'uomo da nulla. Cristo, invece, fa entrambe le cose. Perdona l'adultera, ma le dice di non peccare più. Mangia con Zaccheo, ma quell'incontro trasforma radicalmente la vita di Zaccheo. Accoglie Pietro dopo il tradimento, ma gli chiede per tre volte se lo ama e gli affida una missione.

Il Vangelo non sceglie tra misericordia e conversione, ma le tesse insieme. È forse attraverso questa chiave che possiamo guardare ai due protagonisti di Meirelles:  Benedetto rammenta alla Chiesa che esiste qualcosa che deve essere custodito perché non appartiene a noi, mentre Francesco le ricorda che ciò che abbiamo ricevuto deve essere consegnato a qualcuno.

La parte più godibile del film è forse quella in cui entrambi cominciano ad ascoltarsi. Benedetto non è più soltanto "il conservatore" e Bergoglio non è più soltanto "il progressista". Sono due uomini, entrambi con vittorie, fallimenti, sogni e fragilità sulle spalle.

Il film dedica particolare attenzione al passato argentino di Bergoglio e agli anni terribili della dittatura militare. Il futuro Francesco porta con sé il peso dei rammarichi del passato, delle persone che non è riuscito a proteggere e dei compromessi che teme di avere accettato.

Anche Benedetto viene rappresentato come un uomo schiacciato dai limiti del proprio governo, dagli scandali della Chiesa e dalla percezione di non avere più le forze necessarie per guidarla.

In quel momento doloroso, accade che i due uomini che discutevano su ciò che non funzionava nell'altro cominciano a confessare ciò che non ha funzionato in loro stessi.

Ed ecco che non abbiamo più davanti Tradizione contro Progresso, ma due peccatori davanti a Dio misericordioso.

Forse è proprio questo uno dei passaggi più belli del film: ricordare che dietro le grandi categorie con cui descriviamo la Chiesa, conservatori e progressisti, tradizionalisti e riformatori, ci sono esseri umani, e nessuno di loro possiede Cristo interamente.

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Rocchetti.

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