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Bergamo ieri e oggi - rubrica a cura di Rosella Ferrari

Vieni a giocare?

bambini giochi

I bambini giocano. E’ un dato di fatto che riguarda ogni tempo e ogni luogo. Potrei fare mille esempi, citando contesti, anche drammatici, nei quali comunque i bambini, appena è loro possibile, giocano. Non intendo scomodare pedagogisti e psicologi, per sostenere questo assunto. Semplicemente perché è sotto gli occhi di tutti che è così, è sempre stato così. Forse un po’ di più nei miei tempi lontani, quando i giochi si inventavano, si modificavano, si adattavano al tempo, agli spazi e alle persone.

 

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 “Venite a giocare?”. Il richiamo attraverso la finestra faceva sì che io e la mia sorellina guardassimo la mamma che di solito fingeva di non aver sentito nulla. E così dovevamo andare a chiedere.

Mamma, hai sentito la Nora? Dice se possiamo andare a giocare…
Avete finito i compiti?
Si.
Tutte e due?
Si.
Dove avreste intenzione di andare?
Non lo sappiamo, forse a casa della Nora…

E così, dopo mille richieste e risposte e rilanci e mediazioni, di solito (se ce lo eravamo meritate ovviamente) arrivava una specie di sì.
Una specie perché il sì aveva parecchie condizioni.

Potete andare a casa della Nora (o delle altre bambine) ma prima chiedete alle loro mamme se vogliono che voi ci andiate. Se invece andate alla Fara va bene, anche alla balera va bene (la balera è il primo spalto delle Mura, quello di san Michele, per intenderci… un giorno parleremo del suo nome); alle Cento Piante no perché è lontano e nessuno può controllarvi (le cento piante è il secondo spalto delle Mura, quello sotto il quale passa la funicolare). A casa per le 7 e non fatevi male altrimenti quando tornate  prendete il resto. E che nessuno venga a dirmi che vi siete comportate male, che avete litigato o avete detto le parolacce, altrimenti facciamo i conti.

Ascoltavamo ogni singola parola (che conoscevamo a memoria, perché erano sempre quelle le condizioni) compunte, tranquille, annuendo con convinzione ad ogni condizione. Le logiche delle mamme di un tempo erano granitiche e, purtroppo, condivise da tutte. Le nostre mamme si tenevano la parte una con l’altra, avevi un po’ l’impressione di essere figlia di tutto il paese. E se sgarravi qualcuna - una qualsiasi - te lo faceva capire concretamente; e quando tornavi a casa la mamma era già al corrente di tutto. Ragazzi, vivere nella mia Città Alta di un tempo era una bella fatica… ma penso che fosse così un po’ ovunque.

Giocare a figurine

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Torniamo a noi, che alla fine potevamo andare a casa della Nora a giocare. Se c’era bello si saliva in  giardino (un giardino magnifico, pieno di fiori che il suo papà curava con una passione infinita) altrimenti in casa. E di solito dalla Nora si giocava a figurine. Che era espressamente un gioco da femmine perché i maschi non avevano né tempo né pazienza; ma soprattutto perché – si sa – i maschi non sanno perdere. Le figurine erano qualcosa di magico: si compravano in fogli dal cartolaio, ma quelle più belle bisognava cercarle dal Pesenti in via XX settembre o dal Cittadini in piazzetta S. Spirito. Ce n’erano di tutti i tipi, da quelle piccole a quelle quasi giganti, da quelle coi bambini a quelle con gli animali, dai Bambin Gesù agli angioletti. A un certo punto arrivarono quelle coi brillantini, che ovviamente valevano molto di più.

La cosa che ancora oggi trovo singolare è che sul valore delle figurine non si litigasse quasi mai. Una figurina con due bambini valevo il doppio di una piccola, quelle giganti valevano almeno  quattro delle normali, ma era difficile che chi le possedeva accettasse di giocarle. Quelle coi brillantini erano ovviamente le più ambite. Si giocava coi dadi: di solito ciascuna bambina puntava una delle sue figurine (tolta dalla scatoletta di latta), poi a turno si tirava il dato e chi otteneva il valore più alto vinceva l’intero banco. Qualche volta si giocava “a colore” e allora si lanciava in alto una figurina: se cadendo mostrava l’immagine vinceva chi l’aveva lanciata, se mostrava il fondo bianco, l’avversario. Passavamo ore a giocare a figurine e vi  confesso che nel mio cassetto del comò c’è ancora la scatoletta con le figurine, ma anche una cartelletta con una considerevole raccolta di fogli interi, comprati un po’ ovunque: le più belle sono quelle inglesi…

Comunque ogni tanto anche i maschi giocavano a figurine, ma erano solo le figurine dei calciatori, quelle degli album Panini: giocavano ciascuno le proprie doppie sperando di vincerne qualcuna mancante…ce l’ho,  ce l’ho, mi manca… Dai, erano proprio brutte, le loro figurine… e ci giocavano lanciandole contro il muro in modo che rimbalzando cadessero il più lontano possibile dal muro stesso.

Le bambole e i soldatini

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Ovviamente per noi bambine le bambole erano un gioco fantastico, e non sapevamo che serviva per prepararci alla maternità… Le nostre bambole erano fatte di bachelite (ho cercato… si tratta di una resina termoindurente, abbastanza fragile), avevano i capelli di stoppa ben acconciati, vestiti da principessa, spesso un ombrellino in tinta col vestito e …sbattevano gli occhi e se le giravi chiamavano la mamma, cioè te… Erano meravigliose e per loro le mamme ci insegnavano a cucire vestitini o creare maglioncini di lana ai ferri. Ci giocavamo con molta attenzione e poi le rimettevamo al loro posto, e cioè sedute al centro del letto. Un tempo c’era l’abitudine, per le ragazze che non avevano la bambola, che il fidanzato ne regalasse una che poi seguiva la sposa nella nuova casa, ben posizionata sul letto. Anche qui, potremmo disquisire sui significati ma sorvoliamo.

Poi i materiali cambiarono, e molto velocemente: arrivarono le bambole di celluloide e poi di gomma e infine la Barbie, che cambiò per sempre il modo di giocare con le bambole.

I maschi avevano i soldatini, “gioco” antico: originariamente erano di piombo, poi pian piano si cambiò materiale fino ad arrivare alla plastica; i maschi giocavano a guerra, sia coi soldatini che senza: non c’era bambino che non avesse una pistola giocattolo o un fucile a pallini (coi quali sparavano anche a noi bambine, ovviamente); oppure giocavano a indiani e cow boy, con lo stesso risultato.  Preferisco non dire cosa penso di questa cosa: vi basti sapere che il nonno regalò più volte armi giocattolo a mio figlio, e ogni volta queste sparirono misteriosamente. Me lo rinfacciano ancora oggi…

Lo spago e le pesche

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Un tempo non c’erano tanti giocattoli, ma la fantasia non mancava. Alzi la mano chi non ha mai visto, in giro per città alta, la figura del “tris” incisa per terra da qualche parte… bastavano tre sassolini ciascuno e si poteva giocare ore… E poi bastava un pezzo di spago annodato in modo da ottenere una forma circolare per giocare per ore. Qualche tempo fa ho trovato in un mercatino una scatoletta con “il gioco dello spago”: l’ho comprata e ci ho giocato, con un sorriso pieno di nostalgia. I miei nipotini mi hanno seguita per un po’ poi sono andati dal loro papà ad informarlo che la nonna faceva cose strane. Immaginatevi le loro facce quando hanno visto il papà e la nonna giocare con uno spago!

D’estate, quando il tempo era più lungo (è chiaro che è così, vero?) arrivava il tempo delle pesche e soprattutto dei noccioli. Che dovevano essere super puliti, quindi dovevano essere succhiati parecchio tempo. Poi però tutti ammiravano il succhiatore che aveva ottenuto il nocciolo più pulito di tutti.

Si tracciava un cerchio per terra, due spanne di diametro circa (oggi si direbbe 40 centimetri), si ponevano tutti i noccioli al centro del cerchio e poi a turno se ne prendeva in mano uno, lo si lanciava in alto e prima di riprenderlo al volo si doveva prenderne un altro dalla base; poi si ripartiva, lanciando i due noccioli e prendendone un altro e via di seguito. Ovviamente vinceva chi riusciva ad avere in mano più noccioli senza farne cadere. Lo so che sembra complicato, soprattutto ai non vintage: ma questa è la stagione delle pesche, provate…

I maschi

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Appunto, i maschi. Che di solito giocavano a calcio. E non solo alla Fara - che verrà poi chiamata Faracanà -  dove si svolgevano le partite “in casa” delle squadre ufficiali di Città Alta, ma in ogni angolo possibile. Quelli di san Pancrazio giocavano in piazzetta (Pendezza, poi Verzeri, poi Angelini) ma andava bene ogni spazio. Purtroppo gli spazi in Città Alta erano spesso contornati da finestre coi vetri così fragili da rompersi per una semplice pallonata. E così le mamme del malcapitato bomber lo mandavano di filato da Biagio il vetraio perché rimediasse al più presto.

Ovviamente, per le femmine niente calcio.  E niente sgarèl, con nostro grande rammarico (nervoso…) perché era davvero un gioco interessante! Era fatto da un pezzetto di legno tondeggiante con le estremità appuntite, che veniva posizionato a terra e poi colpito con un bastone per farlo alzare quel tanto che bastava perché lo stesso bastone potesse colpirlo con forza mandandolo più lontano possibile (non per ripetermi, ma vetri delle finestre…).

I maschi facevano anche le gare in bicicletta, di solito scendendo a tutta velocità dalla Boccola; di solito senza pedalare; di solito anche schiantandosi ogni tre per due perché la manutenzione delle bici era un optional e i freni non erano così importanti perché tutti sapevano che per frenare bastava puntare i piedi a terra, lasciando un bel po’ di para sul selciato: ma sulla Boccola non c’era frenata che tenesse…

I maschi giocavano anche a biglie, favoriti dalla conformazione del selciato di città alta, ricchissimo di fessurazioni che sembravano fatte apposta. Avevano delle strane biglie con dentro le foto dei calciatori o dei ciclisti, ma le più belle erano quelle di vetro spesso che avevano all’interno delle specie di girandole davvero affascinanti. E morire che te ne regalassero una: se succedeva (rarissimo) era un segnale chiaro di interesse e i compagni avrebbero impietosamente preso in giro il malcapitato per giorni.

Salta dentro

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E poi la corda, che era un gioco unisex, perché piaceva anche i maschi. Serviva una bella corda lunga (due ancora meglio, perché a un certo punto si poteva giocare contemporaneamente con due corde che giravano “al contrario” una dall’altra. Due bambini/e tenevano un capo della corda e la facevano girare ritmicamente, mentre gli altri “saltavano dentro” e cercavano di saltare il più a lungo possibile senza pestare la corda. Oggi gli esperti direbbero che era un esercizio prezioso per la sincronia e il coordinamento occhio-gambe. Allora, semplicemente se non sapevi saltare dentro eri un problema perché la tua squadra avrebbe avuto un punto debole.

Eppure, eravamo parecchio inclusivi, magari non per scelta ma per necessità. Perché quando si usciva a giocare, spesso le mamme pretendevano che portassimo con noi anche i fratellini più piccoli, che erano un bel peso perché rendevano impari qualsiasi gioco. Per fortuna c’era la questione della “carne venduta”, che prevedeva che i piccoli potessero giocare ma non contassero nulla. E così si vedevano squadre di giocatori impegnatissimi e di piccoli che correvano qua e là a caso, senza saper bene cosa fare, impegnandosi comunque moltissimo. Quello che facevano non contava: ho detto che erano carne venduta ….

E poi c’era il mondo: bastava un gessetto, dei quadrati rigorosamente tracciati per terra, dei numeri dentro ogni riquadro e, uno dietro l’altro, i bambini saltavano da uno all’altro, con un piede o entrambi.

Palla pallina

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La palla era uno strumento preziosissimo  per il gioco. Non solo il pallone da calcio, ma anche le piccole palle colorate con le quali si facevano tanti giochi, tutti caratterizzati da filastrocche che andavano recitate mentre, oltre a lanciare la palla contro il muro e riprenderla, si facevano i movimenti citati. Anche qui, lezioni preziose di ritmica e di coordinamento occhi-mano. Alzi la mano chi si ricorda del: Palla pallina – dove sei stata – dalla nonnina – cosa ti ha dato – pane  e formaggio – dove l’hai messo – nella taschina – fammelo vedere – eccolo qua!

Oppure, più complicata era la faccenda del
Muoversi – senza muoversi – con un piede – con una mano – batti batti – zigozago – tocco terra - cuoricino - un bacino – alle ghezze: ad ogni verso corrispondeva un movimento da fare o da non fare, a difficoltà crescente. Ci passavamo ore…

Chi è dentro è dentro

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Spesso  “giocavamo a nasconderci”, ovviamente delimitando la zona perché Città Alta è grande. Prima si faceva la conta (ma quante ne sapevamo!) per stabilire chi dovesse “stare sotto”, poi questi si metteva con le braccia appoggiate a un muro e la testa sulle braccia, gli occhi rigorosamente chiusi e contava ad alta voce, di solito fino a trenta. Poi urlava trenta! Chi è dentro è dentro, chi è fuori e fuori  e partiva alla ricerca dei nascosti, sempre però tenendo d’occhio la tana per poterci tornare velocemente appena scovava qualcuno.

Preferisco sorvolare sulla questione campanelli, perché se è vero che noi ci divertivamo un mondo a suonarli per poi scappare velocemente, è altrettanto vero che le signore proprietarie dei campanelli si arrabbiavano eccome… e accadeva che le più veloci ci rincorressero con la scopa. E poi c’erano le carte e i giochi in scatola e le bamboline di cartoncino da vestire con gli abitini in carta da ritagliare e si poteva giocare a “nomi, città, fiori, frutti, animali e cose”  e via di seguito. Credo che, a parte la tombola a Natale, il primo gioco in scatola col quale abbiamo giocato un po’ tutti sia “il gioco dell’oca”, un gioco antichissimo, pare risalente al 1538. Poi arrivò il Monopoli, nato nel 1935; poi il non t’arrabbiare e piano piano i giochi in scatola si moltiplicarono.

E oggi i bambini?

Stavolta non faccio il raffronto tra la Città Alta di ieri e quella di oggi, non solo comunque. Il raffronto è tra i nostri giochi – ma anche quelli dei nostri figli - e quelli dei bambini di oggi. E il contrasto è stridente. Perché finché sono piccoli, si lasciano incantare dal modo di giocare dei nonni, dai loro giochi di un tempo o da quelli più moderni. Poi piano piano i nostri teneri piccolini si trasformano in esseri digitali che sanno usare ogni singolo strumento meglio di noi, senza che nessuno glielo abbia insegnato. Sono i cosiddetti nativi digitali, che mi inquietano parecchio, forse perché sono vecchia.

Finiti i compiti arriva il “nonna mi annoio, cosa faccio?” e la nonna si tira matta a inventare cose da fare, cose da costruire insieme, cose da colorare o sfide da vincere. Si gioca per un po’ e poi torna il “nonna mi annoio” ed è un orrore sentire dei bambini che si annoiano… ma quando mai? Bambino e noia non possono stare nella stessa frase!

E poi arriva la proposta: posso giocare un po’ con la play (station ovviamente)? Si contrattano i tempi concessi, si punta la sveglia (pardon, si dice Alexa, timer venti minuti)  e si assiste alla trasformazione del nipote che da bambino allegro e vivace diventa un essere avulso dalla realtà, che non sente se lo si chiama, concentrato com’è a costruire non si sa bene cosa o a vincere o perdere vite a non si sa cos’altro.

I bambini non giocano più per le strade, ma nemmeno nei cortili (dove ce ne sono ancora). Al massimo si trovano in due o tre nelle case per giocare insieme, di solito alla play station. Pessimismo? Tristezza? Nostalgia? Le tre cose insieme, credo. Con una piccola consolazione. Ieri all’ennesimo  “nonna mi annoio” e all’ennesimo rifiuto delle diverse proposte, nella disperazione ho preso un foglio di carta, ho tracciato una serie di linee e una più grossa al centro. Ho messo un tappo di birra sulla linea grossa centrale, ho dato un dado a Edo e l’ho sfidato: vediamo chi arriva prima nella tana dell’altro. Sorpreso ha iniziato a giocare… abbiamo smesso quando sono arrivati i suoi genitori. E mi ha chiesto di tenere quel gioco perché è carino. Forse dentro quei genietti del digitale ci sono ancora bambini capaci di lasciarsi incantare…C’è ancora speranza.

5 commenti

  1. Bellissimo Rosella, ho ricordato con un po’ di piacevole nostalgia la mia infanzia.
    Non ricordavo più il gioco dello spago.
    Essendo figlia di contadini nel periodo della mietitura del frumento, tutti i bambini del cortile usavamo lo stelo del frumento per fare cannucce, poi in un bicchiere si metteva acqua e sapone e si giocava a chi faceva bolle più grosse.
    Grazie ho passato un’oretta piacevole

  2. Cara Rosella, ho letto com molto interesse la “tua” storia e sinceramente ho rivissuto una parte della mia giovinezza, come maschio, ma anche ricordando la vita delle cugine che giocavano con noi nello stesso cortile. Una vita semplice, come tu dici, ma che ripensando a tutti i giochi, specialmente quelli femminili, era la base per la nostra formazione per il nostro futuro.
    Complimenti Rosella, hai fatto TOMBOLA.

  3. Racconti bellissimi e nostalgici, Rosella.
    Io non ricordo tutti i giochi che hai menzionato con dovizia di particolari. Ricordo i nomi (mondo, sgarel, palla pallina, le bambole) ma se tu mi chiedessi di raccontarli, io non lo saprei fare perché non li ricordo. Certo che una volta ci accontentavamo di poco. Mezzi non ce n’erano a quei tempi e pur di giocare, si inventava di tutto. Le uniche bellissime figurine che ho avuto, me le hai regalate tu qualche anno fa e le conservo con cura. A sgarel ci giocavo anch’io, alla Fara dove c’è la porta di calcio, in fondo.
    Oggi purtroppo ad attirare l’attenzione dei bambini è la televisione. Il mio nipotino di due anni e mezzo, quando la sua mamma gli accende la televisione per 10 minuti al giorno, è come inebetito e, se lo chiami, non ti risponde e resta concentrato con gli occhi che non si staccano un attimo dallo schermo. Ormai il nostro è il passato e noi dobbiamo guardare al futuro. Voglio fare un’ultima riflessione: una volta avevamo poco ma ci si divertiva con quel poco e molto di più.
    Un abbraccio cara Rosella.
    Continua a raccontare che io ti seguo con grande piacere e infinita nostalgia.

  4. Ciao Rosella,bellissimo e preciso nelle spiegazioni,questi giochi li ricordo e li ho fatti tutti!!!! La fara era il punto d’incontro e poi via alla scelta del gioco.Se posso ne aggiungo uno: il tesoro, piccoli pezzi di vetro che mettevamo sotto terra con carte argentate di colori possibilmente diversi, tra di noi si scoprivano adagio adagio e votevamo il più bello con grande felicità della vincitrice 🩷🩷Grazie sempre e buon proseguimento ….in attesa del libro 🥰

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