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Il sindacalismo di matrice cattolica

Rear view of business executives show their approval by raising hands at conference center

 

L’esperienza della CISL a partire dal libro Il sindacato dell’autonomia di Guido Baglioni

 

 

Una nascita dalla frattura sociale

La tradizione del sindacalismo cristiano in Italia nasce da una ferita aperta - la frattura tra sistema produttivo e dignità umana, prodotta dalla prima industrializzazione e nata nelle fabbriche e nelle parrocchie sociali, dove la contraddizione del lavoro povero era viva e presente.

Una parte del mondo cristiano, quella del pensiero sociale, non si limitò a condannare moralmente l’ingiustizia, ma fece un passo nella dimensione di lotta del socialismo e adottò lo strumento dell’organizzazione sindacale, inserendosi in un panorama folto e variegato di gruppi diversi per affiliazione, ma simili (sebbene non identici) negli intenti.

La Rerum Novarum come affermazione della dignità del lavoratore

La Rerum Novarum del 1891 rappresenta uno spartiacque dottrinale e politico. Leone XIII riconosce che il conflitto sociale esiste, pur rifiutando l’idea che la sua soluzione sia la distruzione di una delle parti. Il diritto di associazione dei lavoratori, la funzione sociale della proprietà, il primato della persona sul capitale diventano pilastri di una nuova linea di intervento nel panorama politico mondiale.

In Italia, questo si traduce in leghe bianche, cooperative, casse rurali e sindacati - ispirati dalle idee socialiste, ma legati alla funzione riformatrice più che rivoluzionaria del sindacato.

Il sindacato dell’autonomia come scelta fondativa della CISL dopoguerra

Nel secondo dopoguerra questa tradizione trova una forma matura con la nascita della CISL. Qui il sindacalismo cristiano compie la scelta netta dell’autonomia dalle chiese (si configura come realtà laica) e dal partito comunista, a cui era affiliata l’allora CGL (all’epoca senza i).

Questa scelta fu organizzativa, culturale e teorica, un autentico passo avanti nella storia della tradizione sindacale. È questo il punto che Guido Baglioni mette a fuoco nel suo Il sindacato dell’autonomia, una lucidissima analisi critica di un modello sindacale che tenta di collocarsi in uno spazio allora inesplorato nel panorama italiano - appunto, né cinghia di trasmissione di un partito, né corpo separato dalla società, ma soggetto collettivo dotato di una propria razionalità e legittimazione.

Baglioni legge la CISL come il tentativo più compiuto di costruire un sindacato “adulto”, capace di riconoscere il conflitto senza mitizzarlo o posticiparlo per motivi di carattere politico, e di praticare la contrattazione come tattica essenziale. L’autonomia, nel suo impianto teorico, è la messa in pratica della capacità di non essere eterodiretti da un centro esterno, ideologico o partitico. In questo senso, l’autonomia è una postura epistemologica prima ancora che organizzativa: significa produrre analisi proprie sul lavoro, sull’impresa, sullo sviluppo economico, assumendo la complessità del reale come dato di partenza.

Nel libro emerge con forza la distinzione tra sindacalismo come “movimento” e sindacalismo come “istituzione sociale”. Baglioni individua nella CISL la volontà di superare una concezione insurrezionale o puramente antagonista del sindacato, per collocarlo stabilmente dentro le relazioni industriali - in maniera, chiaramente, sgradita alle aziende. A suo dire, questo non implica l’addomesticamento del conflitto, ma la sua regolazione: il conflitto viene riconosciuto come strutturale, ma incanalato in processi negoziali che producano risultati verificabili per i lavoratori. È qui che il sindacato dell’autonomia si differenzia tanto dal sindacalismo rivoluzionario quanto da quello corporativo.

Democrazia, lavoro e società

Un altro nodo centrale dell’analisi di Baglioni è il rapporto con la democrazia. Il sindacato autonomo si pone come contropotere esterno allo Stato democratico, uno dei luoghi in cui la democrazia si esercita concretamente. La contrattazione collettiva diventa così una forma di partecipazione sostanziale, in cui i lavoratori non delegano, ma contribuiscono a definire le condizioni del proprio lavoro e, indirettamente, dello sviluppo economico complessivo.

Come avrebbe detto Piergiorgio Tiboni, un importante metalmeccanico della FIM CISL che anni dopo avrebbe poi rotto con l’organizzazione per fondare il sindacato di base CUB:

Senza democrazia nei luoghi di lavoro, non può esserci democrazia nella società.

Baglioni non nasconde le ambiguità e i limiti di questo modello. L’autonomia, osserva, è sempre esposta al rischio della tecnocratizzazione, della distanza dalla base, della trasformazione del sindacato in apparato di burocrati. Proprio per questo, egli insiste sul fatto che l’autonomia non è uno stato acquisito una volta per tutte, ma una tensione permanente: va continuamente difesa sia dalle pressioni esterne, sia dalle potenziali derive interne.

Il sindacato dell’autonomia va letto, quindi, sia come spaccato di un momento storico passato, sia come un libro che parla al presente più di quanto sembri. In un contesto in cui il lavoro si frammenta, le appartenenze si indeboliscono e i conflitti cambiano forma, la riflessione di Baglioni invita a ripensare il sindacato non come residuo del Novecento, ma come laboratorio politico e sociale. L’autonomia non è nostalgia di una terza via, ma la condizione necessaria per tornare a dare voce a chi lavora senza farsi ventriloqui di qualcun altro.

Un ulteriore cenno storico

Nel dibattito sul lavoro e sulle relazioni industriali del Novecento, la cosiddetta “teoria del conflitto” nasce in ambito accademico statunitense, in particolare con Selig Perlman e la scuola contrattualistica del Wisconsin. Il conflitto tra lavoratori e datori di lavoro era qui considerato non come un’anomalia da reprimere, ma come uno strumento di regolazione di legittimi interessi diversi. Alla base vi era un presupposto ottimistico, ma utopistico: l’idea che la crescita economica potesse proseguire in modo pressoché continuo, rendendo possibile una progressiva composizione dei conflitti attraverso la contrattazione.

Questa impostazione, tuttavia, si è scontrata con due fattori storici rilevanti. Da un lato, la struttura gerarchica dell’impresa, che non sempre si è mostrata disponibile a riconoscere la contrattazione come spazio reale di corresponsabilità. Dall’altro, la crisi economica che si è manifestata con forza negli anni Settanta e che ha rivelato l’irrealismo di una crescita illimitata, riaprendo tensioni profonde nel mondo del lavoro.

Questi fattori hanno portato a interrogarsi su come superare forme di organizzazione percepite come disumanizzanti, senza che il peso della crisi ricadesse unicamente sui lavoratori. In quel contesto si sono sviluppate riflessioni sul controllo operaio e sull’autogestione, con l’intento di ampliare la partecipazione e di orientare la contrattazione verso una prospettiva di maggiore democrazia economica. Parallelamente, si sono avanzate proposte di riforme strutturali in senso politico, mirando a una più ampia democratizzazione della vita pubblica.

Tali dinamiche hanno favorito, in Italia, un avvicinamento tra componenti della sinistra socialista in rottura con la tradizione socialdemocratica e gruppi di cristiani di base che si distaccavano dalla Democrazia Cristiana. Da questa convergenza sarebbe poi scaturita l’esperienza di Democrazia Proletaria.

Una domanda che tiene viva la storia

Il sindacalismo cristiano non sopravvive se difende se stesso, ma se torna a farsi domanda scomoda: che cosa rende il lavoro degno di questo nome? Finché questa domanda resta aperta, e qualcuno ha il coraggio di porla insieme ad altri, la sua storia non è finita, ma semplicemente entrata in una nuova, difficile, necessaria stagione.

Il sindacalismo, nella sua imperfezione, è uno strumento di organizzazione più che mai necessario alla classe lavoratrice del Paese; la fede è una bussola morale in un sistema amorale che mercifica tutto, anche la vita. Camminando di pari passo, possono queste due tradizioni contribuire di nuovo a tutelare, in modo serio ed etico, la dignità della persona.

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