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Il sindacato, la politica, l’autonomia

Rear view of business executives show their approval by raising hands at conference center

Luigi Sbarra, già segretario generale CISL, è stato nominato da Giorgia Meloni sottosegretario per la presidenza del consiglio con delega per il sud. Il passaggio alla politica da parte del responsabile sindacale ha fatto molto discutere. Abbiamo chiesto un parere a Savino Pezzotta, nostro collaboratore e segretario generale dello stesso partito dal 2000 al 2006.

 

La strategia di Giorgia Meloni

La decisione della Premier Meloni di nominare l’ex Segretario della Cisl a sottosegretario della Presidenza del Consiglio e pertanto suo diretto collaboratore per il sud a mio parere risponde a una strategia molto chiara: inserire un cuneo irreversibile nei rapporti tra le Confederazioni sindacali. Quello che turba e che questo disegno sia stato apprezzato anche dalla nuova segretaria generale Daniela Fumarola.

Ed è proprio questa vicinanza al governo che spinge a riflettere e che fa riemergere una vecchia questione che tormenta da sempre il sindacalismo: quale rapporto tra sindacato e politica? E soprattutto: che significa oggi "autonomia" del sindacato?

Nella cultura della Cisl che si è costantemente abbeverata al pensiero cattolico democratico e a quello laico e socialdemocratico riformista si sono sempre contrapposte due visioni: da una parte il sindacato “autonomo”, libero, portavoce del mondo del lavoro; dall’altra il sindacato compromesso, piegato al potere, cinghia di trasmissione del partito e pertanto disconnesso dalla base. Per molto tempo questa è stata una polarizzazione orientante e rassicurante.

Ma è davvero così semplice? Oppure la debolezza del sindacalismo confederale lo porta a cercare coperture tranquillizzante? Così mentre la Cisl cerca coperture dal governo di centro-destra, la Cgil e la Uil si rivolgono, come successo con i referendum, alla opposizione.

Perché l’autonomia del sindacato non sia solo una parola

L’autonomia, così come oggi viene evocata, è più una parola totemica che una prassi reale. Certamente il sindacato non può isolarsi e restare fuori dai giochi della politica. Non esiste una sorta di purezza al di là della politica per nessuno, tanto meno per il sindacalismo confederale.

In verità la realtà è più complessa: ogni sindacato che negozia, tratta, firma, partecipa, è già dentro il campo politico. La questione non è se fare compromessi, ma con chi li si fa, per cosa, e in nome di chi.

Sono pertanto portato a leggere la vicenda di Luigi Sbarra e delle acquiescenze della CISL non solo una “deviazione" rispetto alla storia della CISL: ma come il sintomo di un sindacato che da tempo fatica a essere soggetto sociale e non solo istituzione mediatrice. Il rischio non è solo quello di “stare troppo vicini al governo”, ma di interiorizzare la logica del governo, del potere, dell’adattamento.

Il sindacato non è (mai stato) un blocco unico

“Il sindacato” – diciamolo con chiarezza - anche per chi come il sottoscritto crede che sarebbe necessaria una unità d’azione per affrontare le grandi trasformazioni del nostro tempo – non è un soggetto compatto e omogeneo. Dentro convivono culture diverse, interessi spesso divergenti, storie e visioni che si incrociano e si scontrano. Parlare come se esistesse un unico “modello sindacale” significa nascondere il conflitto reale e le differenze che attraversano le organizzazioni.

Lo stesso vale per l’uso del termine che comunemente compare nel discorso sindacale: “i lavoratori, le lavoratrici”: che sempre più sembra assumere il senso di una categoria astratta, quando la realtà del lavoro ci si presenta come frammentata, precaria, spezzate tra mille contratti e nessuna garanzia. Se il sindacato oggi non intercetta chi lavora fuori dai modelli novecenteschi, non è più autonomo ma semplicemente irrilevante.

Dialogo con il potere o con chi il potere non l'ha mai avuto?

Parlando del sindacato si usano molto concetti come “perdita di legittimazione”, di “crisi”, di “disaffezione”. Ma attenzione: non stiamo parlando di fatti oggettivi, ma di discorsi. Parlare di “crisi” del sindacato può essere un modo per aprire una trasformazione, oppure per neutralizzare ogni spinta al cambiamento. La crisi è un campo di battaglia: chi ne controlla il racconto, controlla anche le possibilità future.

E allora la domanda va ribaltata: il sindacato è in crisi perché insegue troppo il potere? o perché ha smesso di parlare con e per chi il potere non ce l’ha mai avuto? La crisi viene da fuori o è prodotta dall’interno?

Il “caso Sbarra” segno di una crisi più vasta

Ho più volte criticato le posizioni assunte dalla Cisl e dal Segretario Sbarra, ma vorrei cercare di evitare che tutto si riduca al comportamento di un singolo segretario, seppure importante, perché molte volte questo è un modo per evitare il nodo politico più profondo: che tipo di sindacato vogliamo costruire nel XXI secolo?

Un sindacato che si limita a gestire il danno, a cercare di evitare condizioni sempre peggiori? O un sindacato capace di proposta, di conflitto, di ricomposizione sociale, di rappresentanza radicale anche nelle nuove forme di lavoro frammentato?

Sbarra non è il problema. È solo il simbolo di una crisi più ampia. Se la critica resta solo morale (“è troppo vicino al governo”), non cambieremo nulla. Serve una critica strutturale, che smascheri la retorica dell’autonomia e la rimetta nelle mani della base.

Autonomia non è purezza. È radicamento, impegno, proposta e lotta.

La vera autonomia sindacale non è quella che si chiude nei recinti della neutralità formale. È quella che si radica nei bisogni materiali, nelle lotte reali, nelle assemblee, nei territori, nella solidarietà attiva. Autonomia è non avere dipendenze nemmeno quando si presentano con il volto del “ministero”, del “partito amico”, della “concertazione”.

"Il sindacato o è uguaglianza o non è". E rischia di scomparire

La posta in gioco è alta. O il sindacato torna a essere strumento di gestione dei conflitti reali che si sviluppano in campo economico e nella distribuzione della ricchezza in termini sociali e non solo privati e individuali o diventerà un pezzo del sistema che diceva di voler cambiare. O il sindacato torna a rappresentare chi vive il lavoro sfruttato, precario, invisibile – o diventerà solo un ufficio per la gestione delle vertenze residue, o dei servizi assistenziali e fiscali, utili ma che sono elementi sussidiari al sindacato, che per sua vocazione tende alla emancipazione dalle dipendenze e all’uguaglianza possibile.

Carniti indimenticato segretario generale della Cisl era solito ripetere: “il sindacato o è uguaglianza e solidarietà o non è” Se guardiamo alle politiche sull’immigrazione che questo governo sta attuando, ci si rende conto della lontananza che esiste con questa idea di sindacato e di umanità.

Non è tempo di nostalgie. È tempo di pensare altrimenti. Di disinnescare i miti, di guardare in faccia le aporie, di accettare che il cambiamento non sarà lineare. Ma necessario.

Sono convinto che nella vita sociale e sindacale non esistono posizioni neutre. Ogni parola è già una scelta. Ogni silenzio, una presa di parte. Decostruire è l'inizio del cambiamento.

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Pezzotta

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