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Biennale sì Biennale no

Biennale 2026

Perché la Biennale d’Arte di Venezia del 2026 ha marcato il dibattito politico, non solo artistico, prima e dopo la sua apertura?

Perché è importante che si rifletta sulle istituzioni artistiche nazionali, come segnali di forti cambiamenti anche sociali e non solo culturali?

Le vicende dell’arte sanno ancora coinvolgere il grande pubblico, al di là degli addetti ai lavori, in un clima mondiale sempre più instabile?

 

 

Quest’anno la Biennale di Venezia è stata graziata (e disgraziata) di un’attenzione dei media così presente e pressante, come non era mai avvenuto nelle edizioni precedenti. Inclusioni ed esclusioni, proteste e tensioni, contrasti tra i responsabili della cultura e tra gli stessi esponenti della destra di governo. Perfino la Comunità Europea ha espresso pubblicamente giudizi e minacce. Sembra che la questione debba essere destinata a non essere cestinata così in fretta.  Quest’ultima edizione della Biennale di Venezia ha evidenziato gli aspetti più problematici che accompagneranno anche per il futuro le manifestazioni internazionali che, ormai, si susseguono in ogni parte del mondo.

 

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Ecco alcune modeste riflessioni di carattere generale.

  1. Esiste ancora lo spazio neutro per una effettiva indipendenza delle istituzioni culturali rispetto alle scelte politiche dei governi? I padiglioni della Biennale di Venezia sono di proprietà dei rispettivi governi. Il controllo sul materiale espositivo e sulla scelta degli artisti è spesso esercitato dagli incaricati ad hoc nel pieno consenso delle scelte politiche di coloro che esercitano il potere. Spesso sono scelte che nulla hanno a vedere con i valori dell’arte e si indirizzano verso una marcata ricerca del consenso o della rappresentanza politica.

 

  1. Anche la stampa specializzata ha sottolineato che il meglio tra le proposte artistiche non sta nei padiglioni nazionali ma nei luoghi affittati dai diversi paesi esclusi dai luoghi canonici e ospitati in palazzi, chiese, luoghi ai margini del sistema espositivo ufficiale. Si veda il caso di Gaza e della Cisgiordania che non potendo godere dell’ufficialità del riconoscimento del proprio stato, hanno chiesto ospitalità a Palazzo Mora, grazie anche all’interessamento di organismi umanitari. Qui la tecnica del ricamo, gli abiti tradizionali, le memorie famigliari e domestiche, la testimonianza delle innumerevoli sofferenze del popolo e degli artisti hanno trovato eco e visibilità seppure a lato della manifestazione ufficiale.

 

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  1.  Nata quasi 140 anni fa per stimolare “… l’attività artistica e il mercato dell’arte nell’unificato Stato Italiano”, la Biennale di Venezia ha registrato nel corso dei decenni nuove declinazioni e nuove destinazioni. Per lungo tempo ha rappresentato una certa visione del panorama internazionale dell’arte e un aggiornamento per il grande pubblico relativo alle manifestazioni più significative della ricerca artistica contemporanea. Oggi non è più possibile delinearne la meta e neppure l’egemonia di un movimento particolare dell’avanguardia artistica. Si va verso un ritorno all’ordine? Verso la sfida dell’intelligenza artificiale? Verso nuovi alfabeti e la sostenibilità di un linguaggio globale e multisensoriale? Verso una insignificanza del concetto, privilegiando l’estetica sull’etica?

 

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L’arte ufficiale si concretizza più nelle aste e nel comparto finanziario che non nelle manifestazioni-mostre. Dunque, le Biennali, le Triennali, le Quadriennali sono tutte destinate all’inutilità? La Biennale di Venezia del 202 oggi non offre più la sfida dell’incontro tra le culture ma è sismografo delle fratture del mondo.

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