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La svolta della Lega Araba

 

La Lega Araba chiede ad Hamas di deporre le armi. Novità assoluta che provoca conseguenze per i paesi arabi, per Israele, per l'Autorità Nazionale Palestinese. E Israele deve decidere cosa fare dei Palestinesi. Ma Netaniahu, da quella parte, "non ci sente"

 

 

In questi giorni la Lega Araba ha intimato ad Hamas di deporre le armi, di rilasciare gli ostaggi e di riconsegnare Gaza all’Autorità nazionale palestinese. Si tratta di una novità assoluta. Fin dal 1946, la Lega araba si era sempre opposta alla costituzione di uno Stato di Israele. E quando, in forza di una risoluzione dell’ONU, il 14 maggio del 1948 Ben Gurion annunciò la fondazione dello Stato, il giorno dopo gli Stati arabi circonvicini attaccarono Israele da ogni lato. Dopo “la Guerra dei sei giorni”, approvarono la Risoluzione di Khartoum del 1° settembre 1967, nella quale riaffermarono "no alla pace, no al riconoscimento, no a negoziati con Israele”. Ancora nel 2014 la Lega ha ribadito la sua "totale e decisiva opposizione al riconoscimento di Israele come Stato ebraico". Intanto, però, a partire dall’Egitto nel 1979, sei Paesi arabi - Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco - incominciarono ad avviare relazioni ufficiali con Israele. Il 13 agosto 2020 furono siglati tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti gli “Accordi di Abramo”. Abramo è considerato patriarca degli Ebrei, attraverso la discendenza del figlio Isacco, e degli Arabi, attraverso la discendenza del figlio Ismaele.

La nuova posizione araba contiene tre sfide

La prima sfida vale per le leadership arabe. Per decenni l’anti-sionismo ha funzionato da cemento del consenso in Paesi, dove la legittimità democratica resta labile, come ha dimostrato la fiammata delle Primavere arabe. Che ora si avviino sulla strada di un riconoscimento dello Stato di Israele è segno di coraggio delle classi dirigenti più giovani – si pensi all’Arabia – e di una maturazione dei loro popoli.
La seconda sfida tocca Israele. Dal fallimento dell’ipotesi “Due popoli, due Stati”, perseguita fin dagli Accordi di Oslo del 1993, dal summit di Camp David del 2000, dai negoziati di Taba del 2001, la politica israeliana non prevede più nessuna statualità palestinese. Anche perché il perseguimento israeliano della colonizzazione massiccia della Cisgiordania e l’annessione appena annunciata della Striscia di Gaza hanno finito per indebolire i presupposti di realtà di uno “Stato” palestinese: Gaza sotto Hamas, Ramallah sotto l’ANP, presenza israeliana in Giudea e Samaria, secondo gli accordi di Oslo, ipotesi di autonomie tribali emerse a Hebron e a Gaza rendono incerti i confini territoriali. Quanto al monopolio della forza, che è la caratteristica decisiva di uno Stato, l’ANP non è semplicemente in grado di esercitarlo. Si dà un intreccio tra condizioni oggettive sfavorevoli ad una statualità palestinese e una politica israeliana che ha teso ad aggravarle, a mo’ di una profezia che si autoadempie.
La terza sfida riguarda l’Autorità Nazionale Palestinese, che deve ancora decidere se riconoscere la statualità di Israele e che è rimasta ambigua nel giudizio e perciò nei comportamenti verso Hamas fino a qualche mese fa. In effetti, gli “Stati” palestinesi sono due, con due “capitali”: Ramallah e Gaza. Ma l’ANP non pare avere la volontà e la forza di unificare e garantire il monopolio della forza.
La presa di posizione della Lega araba chiede tre riconoscimenti: ai singoli Stati arabi quello di Israele, a Israele quello di una statualità palestinese, all’ANP quello di Israele. All’ANP chiede di liquidare Hamas e di esercitare poteri statali effettivi.
Il salto quantico più difficile tocca ai Palestinesi e a Israele.
I Palestinesi devono superare definitivamente l’idea e il mito del “Diritto al ritorno” dei 700 mila profughi palestinesi, che, a seguito della Catastrofe (Nakba) degli eventi bellici del 1947-48, sono stati espulsi dalle loro terre e sono andati a popolare i campi-profughi, amministrati dall’UNRWA. L’istituzione dell’Agenzia dell’ONU per il soccorso e il lavoro dei profughi palestinesi ha finito, forse contro le intenzioni originarie, per eternizzare e far incancrenire questa tragica condizione, tenendo vivo il mito irrealizzabile del “Diritto al ritorno”. La sua realizzazione implica la distruzione di Israele.

Israele deve decidere, in accordo con la Lega araba, che cosa vuole fare dei Palestinesi

Da un lato è vero che storicamente non è mai esistito un popolo palestinese e che la “nazione palestinese” è stata inventata negli anni ’60 dai Sovietici, quando dovettero prendere atto che l’Israele dei kibbutz “socialisti” si era trasformato da potenziale polo antimperialista in Medioriente in un bastione filo-americano.

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina – l’OLP – diretta da Arafat, c’entrava assai poco con i Palestinesi. Arafat stesso era cittadino egiziano. Dall’altro pare difficile pensare di integrare circa cinque milioni di Palestinesi allo stesso modo in cui un milione e ottocentomila Arabi sono già oggi cittadini israeliani.
Se la distruzione militare di Hamas è una pre-condizione per ogni discorso successivo, questo discorso occorre incominciare a farlo subito. Finora Netanyahu si rifiuta ostinatamente persino di abbozzarlo.

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