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Il primo della classe

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Sta per finire l’anno scolastico. Arriveranno voti e risultati. Forse qualcuno sarà “primo”, con i voti migliori. Il primo della classe: chi ha la mia età, che ormai guarda al tramonto, mantiene impresso nella mente un retaggio di questa figura emblematica che, nella scuola di quarant’anni fa, era vivissima nei pensieri e negli occhi dei docenti e dei genitori.

 

 

Una volta. Il primo della classe che non sbagliava mai. E c’era l’ultimo, l’”asino"

Ogni insegnante si prodigava per mostrare e ai suoi studenti e celebrare l’alunno più bravo, quello che aveva tutti dieci in pagella, quello sempre sul pezzo, sempre attento e performante, quello pienamente affidabile.

Non sbagliava mai il primo della classe, e se per caso avesse commesso un errore, questo gli sarebbe stato prontamente perdonato perché ovviamente da ritenersi del tutto casuale. Anche ogni genitore sperava in cuor suo che il proprio figlio o figlia fosse proprio quel “primo della classe” a cui guardare con ammirazione, soddisfazione e compiacimento.

Ovviamente in ogni classe era presente anche l’ultimo (spesso apostrofato con l’appellativo sprezzante di “asino”), l’opposto al primo della classe, quello che i bei voti li vedeva solo nella sua fantasia e forse neppure in quella, colui che non era mai all’altezza della situazione, che finiva spesso ai margini, dietro la lavagna o fuori dall’aula, quello che in famiglia subiva castighi continui e quotidiane umiliazioni e reprimende, insomma uno che creava disagio e malcontento sia agli insegnanti che ai genitori.

L’idea di “primo della classe” viene oggi opportunamente e giustamente messa in discussione; i motivi di questa revisione sono vari. Innanzitutto, se c’è un primo c’è anche un ultimo, se c’è un secondo c’è anche un penultimo e così, posizione dopo posizione, si costruisce una classifica che enfatizza le disuguaglianze e rende le diversità giudicabili e misurabili sulla base di criteri di opportunità, di adeguatezza, di prestazione. Questo atteggiamento, se perpetrato e avallato dal corpo docente, favorisce e alimenta la competitività e tende a porre i soggetti “l’un contro l’altro armati”, a creare gruppi chiusi di livello che tendono ad escludere chi non ne è parte o non ne è ritenuto degno.

Oggi. Un primo della classe possibile. Non per i voti ma per la generosità

Ammesso e non concesso che abbia ancora senso parlare di “primo della classe”, proviamo allora a definirne l’eventuale nuova fisionomia. Come si sarà compreso, personalmente dissento con coloro che utilizzano il criterio del profitto per stabilire la primazia di uno studente rispetto ad altri. Il profitto risulta essere un parametro soggettivo e personale, di natura individuale, in quanto riguarda il singolo e dipende da molteplici variabili: io ho la media dell’otto, io ho il voto più alto in matematica, io io ecc. Questo orgoglio altezzoso di carattere individuale è sufficiente ad appagare colui che lo può vantare, ma non è generativo. Credo pertanto che l’essere “primo” non vada stabilito sulla scia di un confronto fra performance individuali, bensì in una prospettiva collettiva.

Primo allora risulterà essere colui o colei che lavora per la classe, che si mette al suo servizio, che si rende disponibile per rappresentarla, tutelarla e difenderla, per aiutarla ad affrontare i problemi nel rapporto fra compagni e con i docenti, è colui o colei che prende l’iniziativa a favore di tutti, che organizza per tutti, che si rende disponibile verso tutti. L’essere primo, se questa è la prospettiva, rischierà forse di far perdere posizioni nella classifica del profitto, in quanto porterà il ragazzo a spendere molto tempo per i compagni, lo impegnerà anche oltre il tempo scolastico, lo esporrà nei confronti degli insegnanti (col rischio, non del tutto remoto, di generare dissapori e consolidare pregiudizi).

Questo, dunque, è “il primo della classe” che apprezzo di più, che ricerco in un gruppo, qualsiasi voto egli abbia in latino o in filosofia; la cultura fine e se stessa e vissuta in una prospettiva egoistica rende di certo il soggetto degno di ammirazione, ma non è generativa, se non (forse) nel proporre un modello (spesso inimitabile) da imitare. La cultura va condivisa; solo così è fertile, genera solo se accetta di indossare i panni (magari un po’ sgualciti e dozzinali) di coloro che ci stanno accanto; solo così le materie scolastiche prendono vita, quando lo studente accetta di perdere un po’ di lustro negli esiti, ma è disponibile a costruire relazioni e collaborazioni, anche in attività culturali, necessarie per la crescita e la maturazione di tutto il gruppo. Questo è il vero merito che rende degna una persona di essere collocata sul gradino più alto del podio.

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