Giunge notizia che in Francia si voglia adottare un atteggiamento selettivo all’esame di quella che corrisponde alla nostra media. Da noi è diverso. E il “metodo” francese suscita alcune fondate perplessità.
Scuola media, in Francia si boccia, da noi sono (quasi) tutti promossi
Cosa stanno combinando i nostri cugini di Francia? Fa discutere la riforma del “brevet” francese (che corrisponde grosso modo al nostro esame di terza media), in base alla quale, aumentando la complessità dell’esame e variando i criteri di valutazione, si prevede un drastico aumento del numero di bocciati (secondo il ministro almeno 1 su 4, con un tasso di promozione che passerebbe dall’85% attuale al 75%).
Le motivazioni sono da rintracciare nel livellamento della scuola francese verso il basso, fattore che genera perdita di competitività del paese. Insomma, è un vero attacco alla scuola di massa, alla scuola per tutti; gli scopi dichiarati, da conseguire attraverso un maggior rigore, sono il tentativo di anticipare la selezione per evitarne la ricaduta nei licei, con conseguenti risentimenti verso gli insegnanti, la volontà di ridurre le diseguaglianze e di valorizzare il merito.
Guardiamo in casa nostra. Cosa succede in Italia? L’esame di terza media registra ormai da anni un tasso di successo del 95-97% (altissimo rispetto ai nostri vicini, ma anche rispetto agli altri paesi europei); in compenso il tasso di abbandono precoce della scuola supera da noi il 10% e risulta più alto di almeno un punto rispetto alla media europea.
L’aspetto in cui l’Italia primeggia in Europa è l’inclusione, in quanto la nostra scuola risulta in assoluto la più inclusiva.
La “scuola di mezzo”, anello debole del sistema scolastico
Attribuire la colpa della perdita di competitività dello stato intero alla scarsa selettività della scuola di base mi sembra francamente una fesseria.
E' però da condividere l’idea che l’anello debole del sistema scolastico sia la “scuola di mezzo”, quella che separa la primaria dalla secondaria di secondo grado.
Questo dato risulta chiaro ai francesi e risulta chiaro anche a noi italiani: le problematiche più serie legate all’apprendimento e al comportamento si registrano in effetti negli anni della secondaria di primo grado, una branca del sistema scolastico in cui, almeno da noi, si fa di tutto, si chiede di tutto, ma si resta nel limbo di una offerta formativa non ben definita, fumosa e poco efficace.
Lo dimostrano gli esiti dei test Invalsi, che segnalano a livello nazionale gravi lacune, specie nelle conoscenze in ambito matematico e scientifico; ma lo dimostrano anche i frequenti fatti e misfatti che si compiono nelle nostre aule e nelle nostre scuole medie, con richiesta costante di interventi disciplinari ma anche con una palese impotenza riguardo all’efficacia di tali interventi.
Le carenze si superano bocciando? Difficile
La risposta a questa oggettiva urgenza che accomuna Francia e Italia (e penso anche altri paesi europei) è un incremento del rigore e della selezione? Non ne sono del tutto convinto, anche se sono d’accordo che debba essere recuperata e richiesta maggiore serietà ed efficacia. Selezionare, piuttosto, rischia di accrescere le disuguaglianze, già naturalmente indotte dal retroterra socioculturale familiare.
La risposta più sensata potrebbe piuttosto essere cercata nella riduzione del numero di studenti per classe al fine di favorire la personalizzazione della proposta didattica, una più mirata definizione dei contenuti da veicolare, delle competenze da conseguire e degli ambiti da approfondire (senza pretendere che alle medie si parli di tutto), e, perché no, una maggiore severità che non generi fratture ma stimoli al confronto e al miglioramento. L’aspetto del comportamento spesso problematico e oppositivo, trattandosi di preadolescenti e adolescenti, è invece da affidare a esperti (psicologi, pedagogisti, assistenti sociali) e non da scaricare sulle fragili spalle degli insegnanti tuttofare (che esistono solo nella fantasia di chi legifera).
La meritocrazia non corregge de disuguaglianze. Anzi
Una parola sul merito. L’idea che la meritocrazia corregga le diseguaglianze, come ritiene il ministro francese che ha promosso la riforma, mi trova alquanto perplesso; mi verrebbe da dire piuttosto che rimarca le diseguaglianze, dato che spesso il merito viene riconosciuto ed enfatizzato per esprimere la superiorità di qualcuno rispetto ad altri (il più bravo in matematica, la migliore in disegno, il/la primo/a della classe ecc.).
La meritocrazia ha senso solo se promuove un generale impulso al miglioramento collettivo, solo se contribuisce ad alzare il livello di tutti, non a far emergere l’eccellenza del singolo. Se vista nell’ottica di una crescita di tutti, a livelli diversi ovviamente ma proprio di tutti, ben venga il riconoscimento del merito; in caso contrario è solo un altro modo per generare divisioni e fratture e incrementare il disagio e la perdita di autostima dei meno dotati.
In conclusione, pur condividendo alcune riflessioni che stanno alla base della riforma francese, continuo a preferire la nostra proposta a quella dei nostri vicini e non soffro nei loro confronti di alcun complesso di inferiorità.
P.S. Per fortuna, qualche volta, la scuola fa anche sorridere e non per gli strafalcioni di ministri, insegnanti e alunni, ma per aneddoti e vicende particolari, come quella accaduta in un liceo di Bolzano, nel quale, durante l’intervallo, ha fatto visita un capriolo divenuto per qualche istante la star iper-fotografata dai cellulari degli studenti. Verrebbe da dire che la nostra scuola è talmente inclusiva da accogliere anche simpatici animali.
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