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Dare ai figli il cognome della madre. Una forma di risarcimento?

Proposte, pronunciamenti della magistratura sulla realtà della famiglia hanno fatto parlare nei giorni scorsi.
Questo ha rievocato una iniziativa di qualche tempo fa.
Il senatore Franceschini aveva proposto il cognome della madre per i figli

La proposta. Le discussioni

Il Senatore Franceschini, tempo fa, aveva ì depositato il Disegno di legge N. 1438 con il quale si proponeva di introdurre nel nostro Codice Civile l’obbligatorietà della trasmissione ai figli del cognome materno, e testualmente: «Art. 143-quater. – (Cognome del figlio di genitori coniugati) – Al figlio di genitori coniugati è attribuito il cognome della madre seguito dal cognome del padre. Il figlio trasmette al proprio figlio il cognome della madre».

Non sono mancate reazioni di diverso orientamento sulla opportunità della proposta e di cui i giornali hanno dato ampio resoconto, nonché sulla dubbia legittimità costituzionale in rapporto all’eguaglianza tra i coniugi come evidenziato dal prof. Cesare Mirabelli presidente emerito della Corte costituzionale.

A proposito di risarcimento

Mi vorrei qui invece soffermare su un altro aspetto della questione: il Senatore Franceschini anticipando sui social l’iniziativa parlamentare ha così argomentato «È una cosa semplice e anche un risarcimento per un’ingiustizia secolare che ha avuto non solo un valore simbolico, ma è stata una delle fonti culturali e sociali delle disuguaglianze di genere».

Osservo che il tema del “risarcimento” è un concetto chiave della cultura woke americana: si sostiene cioè, ad esempio in materia discriminazione razziale, che vi sia la necessità di riconoscere, attraverso l’introduzione di specifiche norme perequative, un risarcimento storico retroattivo per le ingiustizie subite nel passato schiavista: caso tipico l’attribuzione agli afroamericani di un maggior punteggio in materia di concorsi pubblici o di accesso alle università. 

Questo principio di attribuzione di un “privilegio” per compensare un torto storico è obiettivo dichiarato della proposta di Franceschini, che vorrebbe quindi riscattare un'ingiustizia di genere storicamente determinatasi nella nostra società.

Un risarcimento che rischia di diventare una rivalsa

A mio avviso la tesi del Senatore si presta ad alcune riflessioni: è giusto che oggi i discendenti di coloro che hanno commesso ingiustizie paghino per chi li ha preceduti? Non si introduce così una ereditarietà della colpa? Questo non contrasta con il principio etico della responsabilità personale? È conforme a giustizia il principio per cui solo perché bianco, o maschio nel nostro caso, io debba oggi pagare un risarcimento per qualche cosa che non ho mai commesso? Non si introduce così una forma di responsabilità oggettiva?

Un conto, a mio avviso, è il doveroso riconoscimento delle ingiustizie del passato, un conto è invece chiedere un risarcimento anche a chi non ne è assolutamente responsabile. Non si rischia di trasformare un preteso risarcimento in una odiosa forma di rivincita, anzi di rivalsa? E ancora, fino che punto la legge deve spingersi per sanare ingiustizie passate, soprattutto quando frutto di una mentalità e cultura dell’epoca storica e quindi quanto meno da contestualizzare? Non basta abrogare le norme oggi sentite come discriminatorie? Cos’altro dovrebbe fare il prudente legislatore oltre che rimuovere le ingiustizie e adeguare l’ordinamento giuridico alle nuove sensibilità?

Papa Wojtyla e la purificazione della memoria

Riflettendo sul tema del complesso rapporto con il passato, soprattutto quando questo si presenta come particolarmente doloroso, mi aiuta un passaggio in campo teologico, ossia l’esempio di Giovanni Paolo II che il 12 marzo 2000 ha celebrato la “Giornata del Perdono dell’anno Santo 2000”. Qui emerge la grandezza di un gesto, per certi versi addirittura drammatico per chi ricorda quell’evento, che non solo chiede perdono, ma avvia un profondo rinnovamento della coscienza collettiva liberandoci da tutte le forme di risentimento o di violenza. 

La purificazione della memoria, secondo Giovanni Paolo II, infatti, non è un mero atto simbolico, ma un reale strumento di pace e riconciliazione, un processo capace di ricucire le ferite del passato e costruire un futuro più giusto e solidale.

Io credo che questo approccio, che mira soprattutto alla riconciliazione, possa offrire importanti spunti di riflessione anche per il legislatore laico, il quale può trarre ispirazione da tale principio per affrontare e risolvere questioni complesse e dolorose legate alla storia e alle ingiustizie del passato. 

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