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Testimoni di Pace e di Nonviolenza

Gandhi e la forza profetica della Nonviolenza

Gandhi

“Chi segue la Verità deve essere, sempre e a ogni costo, disposto a morire in suo nome. E quando verrà il momento, dovrà offrire senza esitazione la propria vita.” Così scriveva e così farà: mentre si recava alla consueta preghiera serale, il 30 Gennaio del 1948, Gandhi venne assassinato nel suo ashram, a Delhi, con un colpo di pistola Beretta da un fanatico estremista hindu. “He Ram” (Mio Dio) fu la sua ultima invocazione…

 

 

L’esperienza in Sudafrica

Mohandas Karamchand Gandhi era nato il 2 Ottobre 1869 a Porbandar, nell’India occidentale, da una famiglia agiata, appartenente alla classe mercantile. Si sposò a tredici anni, secondo le regole della propria casta, con la coetanea Kasturba Makharji. Nonostante la giovane età e il matrimonio combinato, l’intesa tra i due si rivelerà profonda e duratura, condividendo l’un l’altro gioie e dolori, carcere compreso.

Nel 1886 andò a Londra per conseguire l’abilitazione alla professione forense. Qui vi trascorse quasi tre anni, venendo a contatto con il fascino e le contraddizioni della cultura occidentale e della religione cristiana. Più volte tentato di diventare un perfetto gentleman, nell’abito come nella mentalità mondana, restò fedele alle sue radici etico-religiose, anche se del Cristianesimo disse di essere rimasto colpito più che dal comportamento dei suoi fedeli dalle parole di Gesù nel Discorso della Montagna.

Divenuto avvocato nel 1891, tornò in patria per esercitare la professione ma senza immediato successo. Recatosi in Sudafrica (1893) con l’incarico di consulente legale per una ditta indiana, fu testimone diretto delle numerose discriminazioni razziali. Famoso l’episodio in cui sperimentò su di sé le dolorose conseguenze dell’apartheid: un giorno, benché viaggiasse con regolare biglietto ferroviario di prima classe, fu letteralmente buttato fuori dal treno.

Ahimsa e Satyagraha

Questa e altre esperienze simili segneranno profondamente le scelte future del giovane Mohandas. Rassegnarsi alla violenza delle leggi ingiuste e quindi esserne complice oppure cercare un’alternativa? La domanda cominciò a insinuarsi sempre più con insistenza nella coscienza di Gandhi. Dubbio e scetticismo presto lo tormentarono, finché si rese conto che era inutile e controproducente reagire alla violenza con la violenza: “occhio per occhio, rende il mondo cieco”.

Oltre che nella Baghavad Gita, poema sacro della tradizione hinduista, egli troverà la risposta anche nella lettura di alcune pagine della Bibbia e del Corano, come pure nella conoscenza del buddhismo, del giainismo e delle opere di J. Ruskin, di H. D. Thoreau e di L. Tolstoj.

Gandhi visse ventidue anni in Sudafrica: qui cominciò a praticare forme di lotta ispirate all’ahimsa, in sanscrito “non nuocere”, da cui in italiano la parola nonviolenza (scritta unitamente, senza trattino, come indicava Aldo Capitini, filosofo e fondatore del Movimento Nonviolento, per designarne il significato attivo e propositivo). La sua lotta nonviolenta, più che una strategia politica, è anche e soprattutto una scelta personale, uno stile di vita che presuppone una vera e propria disciplina interiore: preghiera, digiuno, silenzio (che egli stesso praticava ogni lunedì), povertà volontaria, lavoro manuale, servizio… Il fine è la Forza di Verità (Satyagraha, espressione coniata da Gandhi stesso), adesione sincera alla Verità dell’Amore, vissuta nell’etica quotidiana e tradotta nell’azione politica: da persone coraggiose più che da donne e uomini pavidi o codardi.

“Sii tu stesso il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.

Tornato in India (1915) Gandhi da “lealista” all’Impero divenne ben presto “ribelle”: iniziò a indire campagne di resistenza nonviolenta con l’intento di portare il suo Paese all’indipendenza contro il colonialismo britannico. Elaborerà un “Programma costruttivo” per integrare lo swaraj, inteso sia come autocontrollo personale sia come autogoverno sociale, con lo swadeshi, ovvero l’autosufficienza economica al fine di attuare il sarvodaya, il bene di tutti.

Fondamentale sarà la scelta di diffondere nei villaggi le scuole del Nai Talim (la Nuova Educazione), basata sulla pedagogia esperenziale. Nel tempo si susseguirono numerose azioni politiche: scioperi, boicottaggi dei prodotti inglesi, non-cooperazione, disobbedienza civile…Alcune avranno successo come la Marcia del Sale (1930-31) contro il monopolio britannico oppure come la raggiunta indipendenza indiana (15 Agosto 1947) senza alcuna lotta armata. Altre invece non raggiungeranno i fini desiderati come, ad esempio, il protrarsi delle continue violenze tra hinduisti e musulmani, che porterà alla spartizione dell’India in due Stati secondo il rispettivo credo religioso: Unione Indiana, a maggioranza hindu e Pakistan, a maggioranza islamica.

Profeta disarmato e disarmante

Di questi insuccessi Gandhi farà autocritica parlando di “errori grandi come l’Himalaya” e allontanandosi sempre più dall’impegno politico diretto.

Difficile e ingeneroso fare bilanci. Non possiamo però negare un dato storico che dice dell’incidenza politica della nonviolenza gandhiana: su 323 rivoluzioni scoppiate nel secolo scorso, quelle nonviolente sono state un centinaio, ottenendo il 53% di successo di contro il 26% di quelle violente (A. Drago, Le rivoluzioni nonviolente dell’ultimo secolo, ed. Nuova Cultura, Roma, 2010). “A stento probabilmente le generazioni future potranno credere che un uomo simile abbia mai calpestato la terra in carne ed ossa”, ci ha attestato A. Einstein. Alla nostra generazione del secondo dopoguerra, vissuta nel secolo più violento della Storia, il grato compito di riproporne/testimoniarne la forza profetica.

 

Bibliografia minima

Gandhi, La mia vita per la libertà, Newton Compton,1978
Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi,1996
F.C.Manara, Una forza che dà vita, Unicopli,2006

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