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Un'immagine alla settimana - Rubrica a cura di Osvaldo Roncelli

Tra indifferenza e sollecitudine

disagio difficoltà problemi

 

I problemi più grandi, immensamente più grandi di noi premono. Oscilliamo tra il lasciar perdere e lasciarci prendere, tra indifferenza e sollecitudine. Sono i nostri tempi, nei quali siamo chiamati a vivere. Tre immagini per pensarci.

 

 

Indifferenza

 

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Il dramma del silenzio

Sul muro di cemento al marciapiede del binario 21 della Stazione Centrale di Milano - come fortemente voluto dalla senatrice a vita Liliana Segre - è scritta in rilievo a caratteri cubitali la parola “INDIFFERENZA".

Come noto, Liliana Segre - deportata ad Auschwitz proprio da quel binario sotterraneo il 30 gennaio 1944 all’età di 13 anni - spiega da tempo che l’indifferenza delle persone comuni fu complice dell’orrore tanto quanto la violenza dei carnefici.

Tarlo che corrode cultura

L’indifferenza genera sconvolgimenti di consenso: mentre centinaia di ebrei, partigiani, oppositori politici venivano ammassati su vagoni piombati nei sotterranei in partenza per destinazioni ignote, le persone comuni - anche cristiane, di buon cuore, ben pensanti, anche generose - continuavano la loro vita non vedendo, forse anche non potendo più vedere, scivolati in nuove consuetudini di quieto vivere veicolato da cattivi maestri.

Cambiano i carnefici e nuove sono le vittime; resta il pericolo di considerare “giusto” ciò che prima era condiviso come “orrore”…e la solitudine dilaga.

Sollecitudine

Cesare Ripa pubblica nel 1593 “Iconologia”, un testo per dare immagine a concetti astratti.

Così illustra la sollecitudine:

 

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“Bella Donna, levata sopra due ali, con un Gallo sotto a’ piedi et il Sole che spunti fuori dall’onde marine…la Sollecitudine piglia per i capelli l’occasione et la ritiene con tutto il bene et bello che porta seco. L’ali significano velocità et il Gallo diligenza…si aggionge il Sole, il quale nel suo veloce corso è durabile et permanente”

“…piglia per i capelli l’occasione… e porta seco bene e bello…”

L’immagine è eloquente concentrato di simboli: la bellezza è sospesa nell’aria sopra il mare, antico segno di profondità inesplorate, di misteri dell’anima, d’ignoto caos. La bella donna vola veloce - attenta alle clessidre che scandiscono tempo da non perdere - agile, pronta come il gallo, sveglio ad annunciare il sole nascente, luce per il nuovo giorno operoso.

Tutto è movimento, premura, dedizione: è vita opposta al quieto vivere.

Sollecitudine è il contrario di indifferenza, anche di solitudine.

Consapevole struggente indifferenza

Michelangelo Merisi detto “Caravaggio” affronta il coacervo di sentimenti tra indifferenza e sollecitudine nel suo dipinto “Il martirio di san Matteo” del 1599 per la cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi a Roma.

 

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Il martirio di Matteo

Caravaggio illustra alla lettera quanto Jacopo da Varagine racconta nella Legenda Aurea pubblicata nella metà del XIII secolo. Matteo è in Etiopia; predicando il Vangelo; denunciando misfatti e corruzione del potere suscita le ire del re che manda suoi sicari ad assassinarlo. Viene ucciso sulla soglia della vasca lustrale mentre celebra il Battesimo ai catecumeni.

Caravaggio “fotografa” la scena nell’attimo prima che il fendente mortale colpisca il martire già a terra con gli occhi fissi sul suo carnefice. Dal gruppo dei catecumeni emerge, ignudo, il falso neofita che blocca il braccio di Matteo per trafiggerlo: nessuno lo ferma, molti cercano di scansarsi; l’accolito è in preda al terrore; due personaggi - uno con cappello piumato - assistono indifferenti; sullo sfondo due si allontanano, ma uno si volta e guarda.

 

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Rammarico, rimpianto, rimorso

Chi guarda è Michelangelo da Caravaggio che si autoritrae nella penombra contratto da consapevole, struggente indifferenza; vorrebbe fare, ma non fa; si volta non per curiosità, ma per rammarico; consapevole del dramma in atto, procede ugualmente nel suo usuale vivere; non “piglia per i capelli l’occasione… il bene et bello che porta seco”.

Caravaggio - primo artista moderno - si autodenuncia, va oltre i lineamenti del suo viso e dipinge molto di più: per la prima volta nell’arte occidentale prende forma la coscienza.

 

 

 

 

 

 

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