Dalla televisione al cinema, Carlo Acutis esce dalla nicchia ecclesiale e parla a un pubblico sempre più ampio. Una santità raccontata attraverso scuola, amici, tecnologia e vita quotidiana, sul filo sottile tra testimonianza e personaggio.
Domenica 27 settembre Il mio nome è Carlo, il film tv di Giacomo Campiotti dedicato a Carlo Acutis, ha raccolto 4 milioni e 269 mila spettatori, con il 29,6% di share e punte del 40%. Tra i 15 e i 34 anni lo share è arrivato al 32,6%. Due giorni dopo, alla Filmoteca Vaticana, è stato presentato Carlo Acutis. Il giovane santo, documentario di Luca Salmaso che arriverà nelle sale dal 15 ottobre. A un anno dalla canonizzazione, Carlo non è più soltanto una figura molto amata dentro la Chiesa: è ormai anche un personaggio riconoscibile nel grande racconto popolare italiano.
Un santo “normale"
La parola “pop” può sembrare strana accostata a un santo, ma forse è proprio questo il punto: Acutis non entra nell’immaginario contemporaneo malgrado la sua normalità, ma grazie a essa. Non viene ricordato come un giovane separato dal mondo, cresciuto in un’esistenza eccezionale o irraggiungibile; era uno studente, aveva amici, giocava a calcio, amava i videogiochi, i computer, i film polizieschi, gli animali. Usava Internet con naturalezza, non come un oggetto estraneo da evangelizzare ma come parte dell’ambiente in cui viveva. Allo stesso tempo, andava a Messa, faceva volontariato, insegnava catechismo e coltivava una fede intensissima.
Per secoli l’iconografia dei santi ha spesso insistito sulla distanza: vite radicali, martiri, conventi, missioni, esperienze mistiche. Dal momento che tutti siamo chiamati alla santità, vederla solo come un’eccellenza irraggiungibile rischia quasi di sviarci nella direzione opposta, del “vabbè, mica posso essere come loro!”.
Carlo, invece, offre una forma di identificazione immediata. La domanda che suscita non è tanto “come potrei diventare come lui?”, ma “che cosa c’era, dentro una vita così simile alla mia, da renderla santa?”. È una santità che non chiede allo spettatore di immaginarsi mistico o asceta, ma lo costringe a guardare con occhi nuovi la sua stessa quotidianità moderna.
È probabilmente questa la ragione per cui il racconto di Acutis riesce a uscire dalla nicchia ecclesiale; il pubblico non deve conoscere il linguaggio interno della Chiesa per capire la storia di un adolescente che muore a quindici anni e che, nel poco tempo avuto a disposizione, prova a vivere con intensamente. Anche chi non condivide la sua fede può riconoscere il tema umano del cosa fare con il tempo che ci è dato.
Il santo che rischia di diventare personaggio
Proprio il successo mediatico pone una seconda domanda: quando raccontare un santo aiuta a conoscerlo e quando, invece, rischia di trasformarlo in un personaggio? Ogni narrazione popolare, inevitabilmente, semplifica, con le sue immagini forti, le sue formule facilmente ricordabili, i dettagli che diventano simboli. Nel caso di Carlo, il rischio è ridurlo al “santo di Internet”, al ragazzo in felpa con il computer, a una sorta di influencer cattolico di poco ante litteram. Etichette di per sé innocue, ma possono diventare una scorciatoia per cui il mezzo prende il posto del messaggio.
Eppure, proprio qui film e documentari possono avere una funzione importante, se resistono alla tentazione di costruire un santino contemporaneo. La forza di Carlo non sta nel fatto che usasse strumenti moderni - anche perché milioni di adolescenti li usano, ma sta nel modo in cui, dentro una vita normale, aveva stabilito delle priorità. La tecnologia, gli amici, lo sport, lo studio non erano nemici della fede, ma neppure il centro assoluto dell’esistenza.
Carlo, modello del “santo della porta accanto"
Forse il vero motivo del suo successo è che Carlo Acutis rende narrabile, nel linguaggio del presente, un’idea antica: che la santità non coincida con l’eccezionalità sociale, con una vita lontana dalla nostra, ma con il modo in cui si abita ciò che è ordinario. È qualcosa di molto vicino a quella “santità della porta accanto” richiamata anche dalla Chiesa nel raccontare la sua figura.
Se il racconto mediatico saprà conservare questa tensione, la popolarità non sarà necessariamente una banalizzazione. Potrà essere, al contrario, la porta d’ingresso verso una domanda più profonda.
Il dato degli ascolti, allora, ci dirà qualcosa di più di un successo televisivo: dirà che una storia religiosa, quando smette di parlare soltanto a chi possiede già le sue chiavi, può ancora diventare una storia di tutti.
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