Savino Pezzotta reagisce alla strage di bambini di Gaza e reagisce da ex-responsabile sindacale (è stato segretario nazionale della CISL) e da nonno. Gli aspetti politico-sociali e umani sono gli aspetti inestricabili di quel dramma
Scegliere la pace
Oltre 16.000 bambini uccisi in 21 mesi di guerra. Questa è la cifra agghiacciante che non possiamo più ignorare. Come nonno e come ex dirigente sindacale, credo che sia venuto il tempo che le persone comuni , quelle che abitano nei nostri paesi, che vivono nelle nostre parrocchie, che si guadagnano la vita con il lavoro, rompere il silenzio politico.
È ora di scegliere la pace.
Ogni sera, davanti al telegiornale, mi si spezza il cuore di fronte ai volti e agli occhi di quei bambini di Gaza, privati di casa, famiglia, futuro. Sono più di 16.500 i bambini uccisi, oltre 14.000 quelli feriti, secondo le Nazioni Unite. Non sono numeri: sono vite distrutte, infanzie cancellate, un massacro umano e una barbarie senza precedenti.
La strage, il Vangelo, i credenti
Non possiamo più far finta di niente. Non possiamo più voltare lo sguardo. Noi sappiamo, conosciamo ogni dettaglio di questa tragedia. Eppure, la politica tace, si nasconde dietro un linguaggio vago, sterile, diplomatico. È una complicità silenziosa, inaccettabile.
Come cristiano, mi ribello con la “differenza evangelica” di Michel de Certeau: rimanere saldi nel Vangelo, senza piegarsi al potere né rifugiarsi nell’indifferenza. Significa tenere vivo lo spazio per l’Altro, soprattutto quando l’Altro è il più debole, l’innocente.
Responsabili della pace
Come ex dirigente sindacale e politico, questa strage mi riempie di rabbia e dolore. Ho vissuto il mio impegno sindacale cercando di fare della solidarietà un impegno concreto, non un’astrazione. Oggi, troppi governi, anche in Europa e in Italia, si nascondono dietro una diplomazia inutile, incapaci di chiedere un cessate il fuoco immediato e condizioni serie per la pace.
La pace non è un’utopia: è una responsabilità urgente. Nessuna strategia militare, nessun interesse politico giustifica la morte di un solo bambino. Ogni vita, soprattutto quella dei più piccoli, deve essere sacra e difesa con ogni mezzo, ovunque.
Rompere il silenzio significa smascherare chi, mossi da interessi geopolitici o economici, alimenta questa spirale di violenza. Significa pretendere con forza corridoi umanitari, aiuti immediati e un embargo totale sulle armi.
La mia angoscia di nonno si fonde con la responsabilità di cittadino e di ex rappresentante dei lavoratori: non possiamo essere spettatori passivi. È ora di alzare la voce. È ora di agire.
La differenza evangelica oggi è questo: essere umani fino in fondo, mantenere viva la speranza, schierarsi con chi non ha voce. È la scelta tra guardare e voltarsi dall’altra parte. Io scelgo di guardare. E tu?
1 commento
Questa riflessione di Savino è opportuno sia letta assieme all’editoriale pubblicato su Avvenire di oggi, 13 agosto, a firma di Pierangelo Sequeri: “LA PAROLA E LA VERGOGNA – RECUPERARE LA NOSTRA VOCE” che, tra l’altro, dice “Le guerre odierne cercano sempre più di far passare noi come stupidi, opponendo alla sterilità della parola disarmata l’efficacia della violenza armata. È così che siamo rimasti senza parole. L’indecenza e la vergogna della brutalità sono scese in campo e dilagano, approfittando di un clima favorevole”.