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Strada facendo

Code per un nuovo orologio. E siamo liberi

swatch

 

Leggo sul sito dell’Eco di Bergamo. “A Bergamo code dalla notte davanti alla Swatch di via XX Settembre per la limited edition Swatch x AP Royal Pop, collaborazione con Audemars Piguet che porta in chiave accessibile e colorata l’iconico Royal Oak”.

La coda, l’evento nella scorsa notte. Tutto mi costringe a rispondere alla mia banale domanda: ma di che cosa si tratta? Faccio una rapida ricerca. Dunque, la lunga coda per comperare un orologio nuovo. Intanto, e se non ho visto male, i prezzi correnti vanno oltre i mille euro. La pubblicità è molto rassicurante, come deve essere una buona pubblicità. “Questa collezione unisce il design d'avanguardia dell'iconico Royal Oak di Audemars Piguet e l'ingegnosità modulare della vivace linea POP di Swatch degli anni Ottanta, dando vita a otto orologi da tasca di grande impatto, pensati per infinite possibilità di stile creativo”.

Di fronte alla notizia e alla pubblicità mi torna la mia abituale fissa (con il progredire dell’età, è noto, le fisse aumentano di numero e di intensità, diventando sempre più fisse). Questa fissa, stavolta. Ci ripetiamo, a nostra personale consolazione, che siamo liberi, molto più liberi di prima, quando povertà e convinzioni varie – comprese le convinzioni religiose rigorosamente condivise - ci opprimevano. Siamo molto più liberi. Poi, però, ci mettiamo in coda per spendere mille lire per un orologio, quell’orologio, che è diventato oggetto irrefrenabile del desiderio, soltanto perché la pubblicità ha convinto.

L’orologio è a taschino. E mi viene in mente il vecchio, vecchissimo orologio di papà che, a oggi, avrà almeno una ottantina di anni. Viene conservato, gelosamente, in una piccola bacheca, nella mia casa natale. Ricordo anche la marca: Omega. Era svizzero e questo, ai nostri occhi di bambini, aumentava vertiginosamente il suo prestigio. Mi viene il dubbio: vuoi vedere che magari il vecchio Omega vale qualche migliaia di euro? Ma mi ricredo velocemente. Non c’è nessuna pubblicità a sostegno. Eppure quell’orologio, per me, vale moltissimo. Ma vale moltissimo per una semplice, banale verità: era l’orologio di papà.

Alla fine, non ho dubbi. Preferisco di gran lunga questa forte estraniazione dei ricordi alla estraniazione della pubblicità e dei soldi. In barba a tutte le fisse e alla vecchiaia che le coltiva.

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