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Non obbedire: solo làsciati addomesticare

Il piccolo principe

Commento al Vangelo della Vi domenica di Pasqua – anno A. Spunto del “Piccolo Principe” di Sait-Exupéry. Quello che conta sono i legami, l’”addomesticamento” più che la pura obbedienza.

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui (Gv 14, 15-21)

 

 

“Gli uomini” disse la volpe “hanno dei fucili e cacciano. È molto noioso! Allevano anche delle galline. È il loro solo interesse. Tu cerchi le galline?”. “No”, disse il piccolo principe. “Cerco degli amici. Che cosa vuol dire addomesticare?”
“È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…”
“Creare dei legami?”
“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”.
“Comincio a capire”, disse il piccolo principe (da Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe - video)

La libertà non si discute

“Addomesticare” non è certo un vocabolo nobile se si pensa all’uomo. Per lo meno non lo è nella nostra cultura: la libertà dell’individuo per noi è tutto – almeno a livello ideale, salvo venire smentiti sistematicamente dalla politica, dall’economia e dai condizionamenti culturali di cui gli algoritmi sono ottimi alleati. Ognuno deve essere libero di fare ciò che crede, di seguire il proprio sogno o ideale, di assecondare il proprio istinto. Nessuno ha diritto di interferire nella libertà del singolo. L’individualismo estremo, di cui l’occidente è artefice e vittima, non contempla lo spazio dell’addomesticamento perché non elabora la possibilità reale di creare legami.

E che dire del tempo? La pazienza necessaria a far crescere, la costanza e la ripetitività fondamentali sia in un processo educativo, sia nella costruzione di una relazione solida, non appartengono alle opzioni che mediamente siamo disposti a concederci: tutto deve essere pronto velocemente, efficiente, consegnato in un attimo. Non ha grande importanza se tutta questa fretta – che a volte è solamente impulsività e istintività senza contegno – va a discapito di altre persone, dei diritti del lavoro, dell’ambiente e chissà di quanti altri beni che volentieri preferiamo ignorare per non disturbare la nostra coscienza assopita.

L’autore del Piccolo Principe ha sfidato la cultura occidentale con largo anticipo rispetto ai tempi della degenerazione individualista che stiamo vivendo. Ha raccontato di due estranei, due soggetti soli – mossi da curiosità ma anche timorosi –, e del loro lento avvicinarsi. Ha mostrato il fascino del corteggiamento che è tutt’altro da un’infatuazione romantica ma è continuità, concretezza, puntualità: è mostrarsi affidabile e dimostrare rispetto per l’altro. L’immagine del Piccolo Principe e della volpe che da una selvatica estraneità realizzano un’amicizia così sincera da giustificare le lacrime quando uno dei due non sarà più presente è per noi una grande sfida e una buona chiave di lettura per leggere la libertà di Gesù di cui ancora il Vangelo ci parla.

Il legame che vive in eterno

Dopo la cena, dopo la lavanda dei piedi, dopo molte parole e immagini arrivate come sintesi di un lungo cammino percorso insieme da Gesù e dai suoi discepoli, arrivano delle promesse. «Non vi lascerò orfani». Gesù è un Maestro anomalo: non si accontenta di portare un messaggio, non è appagato dai bagni di folla lungo le rive del lago di Tiberiade o davanti all’ingresso del Tempio di Gerusalemme. Non ama il successo e fugge quanto lo vogliono incoronare re. Le parole memorabili non le ha pronunciate nei luoghi delle istituzioni ma ha scelto le case degli amici – o dei peccatori pubblici che hanno smesso di essere solo un’etichetta per tornare ad essere persone. Lì ha aperto il cuore: il suo e dei commensali.

Sono parole figlie di lunghe frequentazioni e di cammini pazientemente condivisi anche quelle che consegna nella penombra ai discepoli. Gesù è stato un bravo “addomesticatore” per loro: non li ha condizionati o convinti ma ha stretto un legame. Ognuno di quei discepoli ha sperimentato che la libertà individuale è cosa grande ma anche fragilissima e può diventare distruttiva: Giuda già se ne era già andato nella notte. Ma il legame è più grande della libertà: la relazione supera i singoli che la costituiscono ed è più promettente delle singole coscienze.

Il Dio di Gesù è un Padre che non lascia orfani. Manda il Paraclito: continua ad essere presenza “addomesticante” che incoraggia, sostiene, consola. La sua verità è solo in una relazione che non si impone, non conosce la violenza degli uomini che “hanno fucili e cacciano”.

Osservare, non obbedire

C’è un comandamento da osservare: non da obbedire. L’unico comandamento di Gesù è quello dell’amore: descrive una vita che sa farsi dono per altre vite, proprio come la sua. L’amore è l’unica dimensione dell’esistenza che non si può costringere: è così, nonostante la nostra umanità ammalata di individualismo continui a pretendere inutilmente l’amore anche con la violenza inflitta e mieta vittime di continuo (circa una ogni 3 giorni). Il comandamento dell’amore si deve “osservare” innanzitutto perché va ammirato. Ha un fascino che possiamo respirare: sfugge alle nostre capacità ma non al nostro gusto. Lo si deve osservare perché più che un’azione da eseguire con efficacia è una serie di passi da porre dietro a chi ha già aperto la strada e sperimentato il legame di vita più autentico e generativo: «Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi».

Il comandamento è da osservare e non da obbedire perché più che una check-list deve dare forma a una mentalità e a un cuore. Deve addomesticare noi, incorreggibili selvatici, e aprire lo spazio di un futuro proteso verso l’eterno (non nel senso di un tempo infinito ma di un legame d’amore smisurato).

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