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Arcabas/Una chiesa che rinasce

Arcabas vetrate teschio

 

La prima fase della decorazione della chiesa di St. Hugues en Chartreuse. I comandamenti, l'ultima cena... La sfida dell'artista prende corpo

 

 

Siamo negli anni 1952 e 1953: subito dopo  aver ricevuto l’autorizzazione a “prendersi cura” della chiesa di St. Hugues en Chartreuse, Arcabas inizia il suo lavoro.

Ha le idee chiare, sa cosa vuole: fare di quel brutto ambiente una chiesa che sappia parlare alla gente, che trasmetta messaggi, dentro la quale nessuno possa restare indifferente. Una chiesa capace di catturare l’attenzione dei fedeli e di parlare loro: basta che essi siano disposti a mettersi in ascolto.  Vuole una chiesa dentro la quale trovi spazio la sua, di fede, insieme alla ricerca che egli porterà avanti fino alla fine della sua vita.

Giovani artisti per una chiesa nuova

Abbiamo già parlato della situazione sociale, economica e religiosa della Francia degli anni del dopoguerra; negli anni 50 assistiamo ad un fenomeno inconsueto, per la Francia: morti artisti, soprattutto giovani, iniziano ad interessarsi alle vecchie chiese lasciate morire e ridanno loro vita oppure tentano di costruirne di nuove.

Di questo fenomeno parla anche Couturier in “L’arte sacra” quando dice:  “per mantenere in vita l’Arte cristiana, in ogni generazione bisogna fare appello agli artisti (ai maestri) viventi. Perché l’arte non vive che attraverso i suoi maestri, e i suoi maestri in vita. Non può vivere dei maestri morti, per preziose che siano le loro eredità”.  Per realizzare questa operazione accade che un gruppo di artisti si senta chiamato in causa e accorra a dare il proprio contributo, in luoghi e con modalità diverse, per far sì che la “vecchia” Chiesa possa essere sostenuta da pietre nuove, forti, giovani e appassionate. Parliamo di Matisse a Vence, di Chagall a Nizza (il suo museo può essere equiparato ad una chiesa senza timore di scomuniche…), di  Foujita a Reims; ma anche di Léger, Lipchitz, Rouault e tanti altri …

In tutto questo fervore piomba  come un fulmine un proclama del Sant’Uffizio che mette in guardia contro l’arte moderna  e le sue espressioni non tradizionali; già nel ’47, d’altra parte, Papa Pio XII scriveva:

…certe immagini e rappresentazioni introdotte da alcuni artisti sembrano più una deformazione e una  depravazione  dell’arte sana che talvolta offendono la dignità, la modestia e la pietà cristiana e feriscono profondamente il senso religioso (…) bisogna cacciarle dalle nostre chiese come ogni cosa che contrasti con la santità del luogo”.

Una condanna senza scampo, alla quale però i giovani artisti rispondono con opere più che degne, più che rispettose, anche se “diverse” e certamente inconsuete.  Un ruolo davvero importante nell’evoluzione di questo fenomeno è quelli dei preti. Non lo si scrive quasi mai, ma io sono convinta che il rinnovamento dell’arte sacra sia passato (sia stato favorito…) anche dalla comprensione e dalla fiducia che tanti preti hanno riposto nei giovani artisti che si presentavano loro.   

Anche Arcabas  vive e condivide tutto il fiorire di nuove idee e di sogni per una chiesa più viva (come edificio ma non solo); però egli sogna (vuole) qualcosa di diverso, che non perda “il volto” a favore dell’informale, che tenga conto del luogo nel quale si inserisce e della devozione delle persone che lo vivono.

E’ in questo contesto che egli inizia la “creazione” della “sua” chiesa. Dopo aver effettuato lavori di preparazione e restauro delle strutture, si preoccupa di iniziare l’opera di decorazione, per dare alla chiesa un volto che rispecchi la sua visione di fede e il suo Credo.

Tela grezza di juta, rosso cupo e nero

La prima fase comprende la grande “Ultima cena”  che spicca sul fondo dell’abside, due tele sempre nello spazio absidale e il ciclo dei Comandamenti che abbraccia le tre pareti della navata: 144 mq. di tela che formano la grande fascia centrale: gli affreschi sui due archi centrali.

La presa d’atto dei bisogni sociali e la chiarezza dell’Annuncio del messaggio cristiano sono alla base (sono la base…) della prima fase del lavoro a St. Hugues, caratterizzata dalla massima semplicità che sta alla base di una fede profonda. E’ una fase caratterizzata da una pittura portata davvero ai minimi termini: sfrondato da ogni aggiunta rimane, nudo e potente, il messaggio.

Nessuna tela , nessuna tavola di legno. Solo la juta, un materiale semplice e grezzo (100% biodegradabile e sostenibile, precisiamo oggi…), utilizzato soprattutto per produrre sacchi e corde, magari qualche semplice tappeto; molto resistente, ha il difetto di sfilacciarsi facilmente. Arcabas si procura pezze di juta e una tavolozza davvero semplice, direi scarna. Rosso scuro, nero, tocchi di bianco dove serve. Perché in certi punti il bianco serve, eccome! Quale bianco? Ma il bianco di titanio, l’unico bianco vero, diceva Arcabas.

L’ultima cena

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Colpisce chi entra in chiesa, attirando subito l’attenzione. Composta da quattro grandi pannelli alti circa 4 metri, delimitati ai lati dalle colonne del grande arco e disposti attorno alle tre alte monofore vetrate, si sviluppa lungo l’intera parete semicircolare dell’abside. Semplice, quasi scarna, con uno sfondo rosso  e i personaggi di un nero grigiastro, è costruita attorno alla tavola coperta da una tovaglia a riquadri bianchi e grigi che consente di mantenere l’unità della scena. I due pannelli laterali mostrano ciascuno 4 apostoli (figure schematizzate, senza particolari che consentano di distinguerli) che parlano tra di loro; sei di essi hanno il capo rivolto verso Gesù, uno sulla destra gli volge le spalle e l’unico raffigurato con maggiore precisione e una folta barba, ci guarda negli occhi. Pietro, forse. Arcabas, sicuramente. La tela centrale a destra ospira tre apostoli, l’altra Gesù e Giovanni. I lineamenti di Gesù sono sottolineati da leggeri tratti di bianco.

Nessun accenno di cibo in tavola: solo il pane tra le mani di Gesù e il vino nelle coppe. Tutto quello che serve c’è. Davvero incisivo il gioco delle mani, bellissime, deli apostoli, mentre quelle di Gesù non si vedono quasi, “impastate” come sono con il pane che è la sua stessa carne.

La resurrezione di Lazzaro a sinistra e la scena dell’adultera destra completano la prima fase del presbiterio.

I comandamenti

 

comandamenti

Il ciclo dei comandamenti è impressionante. Le parole di ogni comandamento spiccano dipinte in bianco su una sorta di tavole in rosso vivace rette ciascuna da un angelo stilizzato ma con i piedi ben piantati per terra. Le sette grandi tele presentano immagini che non richiamano immediatamente il comandamento che accompagnano, ma illustrano liberamente i diversi momenti della vita umana perfino, in controfacciata, un gruppo di giocatori di pétanque (le bocce in ferro) con una signora elegante che assiste alla partita.

Arcabas ci sta dicendo che la Legge del Signore dev’essere parte della nostra vita di ogni giorno.

Rinascere

 

vetrata Madonna ritaglio

Sempre della prima fase fanno parte le splendide vetrate delle cappelle laterali: una raffigura la Madonna col Bambino e l’altra – che meriterebbe una puntata a parte -  è incredibile. Formata da tre monofore (quella centrale più grande)  raffigura il Calvario, con le tre croci vuote, a due delle quali sono ancora appoggiate le scale e le corde che sono servite per deporre i corpi dei crocifissi. Davanti, all’altezza della croce centrale, è appoggiato un teschio in bronzo (sempre opera di Arcabas che era un artista “a tutto tondo” ) lucidissimo, con i denti in porcellana.

 

 

 

 

 

golgota bella

Ricorda una tradizione leggendaria, riportata anche nella “Legenda Aurea” di Jacopo da Varagine, che racconta che alla morte di Adamo, egli sarebbe stato sepolto con dei semi in bocca. Questo perché i suoi figli avevano scoperto che dai semi sepolti nella terra nascevano germogli. Secondo questa antica tradizione sul corpo di Adamo, sepolto nella terra, sarebbe nato un germoglio e poi un albero che, molto tempo dopo, sarebbe servito per costruire il palo della croce di Gesù. Altri testi antichi sostengono che Gesù sarebbe stato crocifisso esattamente nel luogo dove era stato sepolto Adamo. Entrambe le leggende riportano con chiarezza un legame stretto tra Adamo e Gesù  (il secondo  Adamo), tra la colpa e la redenzione, che venne donata anche a chi era morto prima della missione di salvezza di Gesù. In fondo, i pittori del passato che raffiguravano la discesa agli inferi di Gesù prima della Resurrezione, mostravano Gesù che liberava Adamo ed Eva facendoli uscire dalla caverna che raffigurava gli inferi.

Tornando alla vetrata, in basso a sinistra, all’altezza del teschio, Arcabas ha inscritto in oro la parola “Naissance”, nascita. In una scena di morte, e di una morte atroce, egli ci mostra una ri-nascita...

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