Si parla molto, oggi, di Islam. Francesco si è confrontato con la religione di Maometto, con un suo inconfondibile stile di umiltà e apertura e, insieme, di straordinaria coerenza evangelica
Francesco nella terra dell'Islam
La pagina agiografica più rappresentativa della pratica missionaria di Francesco nelle terre dell’ Islàm è contenuta nella Vita di Tommaso da Celano.
Questi ci racconta che Francesco, ispirato dall’ardore dell’amore divino ed animato dal desiderio di compiere imprese («ad fortia mittere manum») all’altezza della totale dedizione spirituale («dilatato corde») con cui si era messo sulla strada del più compiuto adempimento del mandatum, decide di «passare per mare in Siria per predicare la fede cristiana e la penitenza ai Saraceni e agli altri infedeli» («ad praedicandam fidem christianam et poenitentiam Saracenis et caeteris infidelibus transfretare voluit» Vita, 57).
Frustrato più volte, da incidenti di percorso e malattie, nel suo desiderio del santo martirio, Francesco dovette aspettare diversi anni prima di raggiungere l’Egitto (gli storici datano l’evento al 1219), dove finalmente giunse in un momento in cui i rapporti tra cristiani e pagani erano segnati da scontri quotidiani, aspri e cruenti (Bonaventura parla di guerra implacabilis). Le tensioni non impedirono a Francesco di presentarsi al cospetto del Sultano, accompagnato, come prescriveva la Regola, da un socius.
“Spesso ingiuriati, vilipesi, spogliati, percossi, legati, incarcerati…”
Non è un furor gratuito e suicida quello che anima il frate, ma una risoluzione coerente con la disposizione fondativa della sua vocazione. Tommaso aveva raccontato in precedenza la novità francescana in un mondo dove profondi erano «l’oblio del Signore e la negligenza dei suoi comandamenti»: «Mentre si scrivevano nella Regola quelle parole: “Siano minori”(…) E realmente erano “minori”, perché “sottomessi a tutti”, e ricercavano l’ultimo posto e gli uffici cui fosse legata qualche umiliazione, per gettare così le solide fondamenta della vera umiltà, sulla quale si potesse svolgere l’edificio spirituale di tutte le virtù»(Vita, 38).
Questa voluta minorità si rivestiva della virtù della patientia che imponeva ai frati di «stare dove erano esposti a persecuzioni corporali piuttosto che dove, spargendosi la fama e l’ammirazione per la loro santità, potessero essere innalzati dal favore del mondo»(Vita, 40).
I toni ammirati con cui Tommaso descrive l’azione missionaria di Francesco in Egitto («Quis enarrare sufficiat?») non devono trarre in inganno: le virtù ineffabili che il frate dimostra, mentre attraversa il muro di ostilità e di aggressività e subisce l’odio brutale dei molti nei suoi confronti e poi al cospetto del Sultano, non sono eccezionali , ma costituiscono l’esemplare applicazione di quelle che la Regula non bullata stabiliva che la comunità dei frati dovesse praticare anche presso comunità cristiane. «La sicurezza («constantia») e il coraggio («virtute animi») con cui stava davanti e parlava [al Sultano], e la decisione («fiducia») e l’eloquenza («facundia») con cui rispondeva a quelli che ingiuriavano la legge cristiana», la mancanza assoluta di paura («Prima di giungere al Sultano, i suoi sicari l’afferrarono, l’insultarono, lo sferzarono, ed egli non temette nulla: né minacce, né torture, né morte» Vita, 57), sono qualità che Tommaso dichiara di aver riscontrato nei primi frates di Francesco che, milites obedientissimi, «spesso ingiuriati, vilipesi, spogliati, percossi, legati, incarcerati, senza cercare alcuna difesa, sopportavano tutto così virilmente che dalle loro labbra non usciva se non un cantico di lode e di ringraziamento»(Vita, 39).
Il sultano meravigliato del Poverello
L’incontro finale con il Sultano, un Signore di questo mondo, rappresenta la sfida, la tentazione più difficile: «…eccolo accolto dal Sultano con grande onore! Questi lo circondava di favori regalmente e, offrendogli molti doni, tentava di convertirlo alle ricchezze del mondo (ad divitias mundi animum eius inflectere conabatur); ma, vedendolo disprezzare tutto risolutamente come spazzatura, ne rimase profondamente stupito, e lo guardava come un uomo diverso da tutti gli altri. (cum vidisset eum strenuissime omnia velut stercora contemnentem, admiratione maxima repletus est et quasi virum omnibus dissimilem intuebatur eum) Era molto commosso dalle sue parole e lo ascoltava molto volentieri»(Vita, 57).
Francesco ha mostrato, «non verbo tantum et lingua, sed opere e veritate maxime»(Vita, 41) quello che, secondo Tommaso, distingueva i frati: «Avevano tanto disprezzo per i beni terreni che a stento sopportavano di accettare le cose più necessarie per vivere e, disabituati ormai da lungo tempo a qualsiasi comodità corporale, affrontavano senza paura alcuna le più dure privazioni. In ogni cosa avevano di mira con tutti la pace e la mitezza(«pacem et mansuetudinem»); e attendevano solo a opere oneste e di edificazione, evitando con grande cura ogni motivo di mal esempio. Parlavano, infatti, solamente quando era necessario, né mai dicevano parole scorrette o vane («scurrile aut otiosum quidpiam») (…) rivolto a terra lo sguardo, avevano la mente fissa al cielo. Gelosia, malizia, rancore, diverbi, sospetto e amarezza non trovavano posto in loro, ma soltanto grande concordia, costante serenità, azioni di ringraziamento e di lode.»(Vita, 41).
Come nelle concioni cittadine in Italia, sono la povertà materiale, la disarmata limpidezza d’intenti, la totale mancanza di interesse mondano o di malizia diplomatica, la sincera ricerca di concordia e di pace che smuovono «libentissime», secondo Tommaso, il Sultano all’ascolto delle parole di Francesco, ormai riconosciuto un «quasi virum omnibus dissimilem» per la sua divino-umanità.
Ma il sultano non si converte
Bonaventura aggiunge che Francesco, in un moto di accensione mistica, arrivò a proporre al Sultano un «giudizio di Dio»: accendere un fuoco gigantesco e lasciarglielo attraversare, con i sacerdoti pagani o da solo, per vedere chi ne uscisse illeso e abbracciare, in caso di successo del frate, la religione di Cristo. Il Sultano non volle esporre i suoi sacerdoti e Francesco agli esiti dell’ordalia (una pratica che Innocenzo III aveva nel 1211 condannato nei giudizi ecclesiastici ), per evitare che l’eventuale miracolo del frate potesse innescare conseguenze imprevedibili. L’incontro non portò alla conversione del Sultano e dunque subentrò la stagnazione del rapporto con i gentiles. Il martirio non si era tradotto in sterile immolazione del frate perché l’iniziativa pacifica di Francesco aveva generato nel Principe saraceno venerazione per la sua persona; aveva però anche dimostrato che mancava al Sultano la verae pietatis radicem, la disposizione alla trasformazione interiore cristiana (Legenda maior, IX, 9).
Anche il francese Giacomo da Vitry (crociato contro i catari e i valdesi, fiero sostenitore della V crociata e vescovo di San Giovanni d’Acri consacrato da Onorio III) dopo aver descritto, con un misto di dispetto e di ammirazione, la crescita notevole della presenza francescana in Europa e tra i pagani e la temeraria impresa di Francesco in Egitto, non nasconde i limiti e gli insuccessi di quelle fervide iniziative: «Del resto i saraceni stanno ad ascoltare volentieri tutti i predetti frati minori, mentre annunciano la fede di Cristo e la dottrina evangelica, ma solo fino a quando, nella loro predicazione, non incominciano a contraddire apertamente Maometto come ingannatore e perfido. Allora li percuotono barbaramente e quasi li ucciderebbero, se Dio non li proteggesse in modo prodigioso, e li cacciano fuori dalle loro città» (Historia occidentalis, II, 32).
Dunque, il rapporto con i Saraceni non si può comprendere staccandolo dai criteri di condotta generali che devono ispirare i frati che vanno per mundum; ad essi aggiunge la delicata questione del comportamento da tenersi inter infideles (e non contra, come ci ricorda con grande efficacia Chiara Frugoni): una presenza spirituale che voglia radicarsi e incidere in un contesto estraneo o minoritario, dal punto di vista confessionale, ed ostile per lo spirito di crociata che segnava la relazione politica tra cristianità e mondo islamico.
Povertà totale. La casa come “luogo” dell'annuncio
La condizione francescana originaria è caratterizzata dall’assoluta povertà materiale dei fratres; essa obbliga alla precarietà abitativa, che si pratica dimorando sempre da ospiti come forestieri e pellegrini. (Testamento, 24) per amore di Cristo. Ciò comporta la disponibilità dei frati ad accogliere, previa invocazione della pax huic domui che li ospita, quello che l’ospite metta a disposizione. L’eventuale ostilità ambientale va accolta e patita (Regula non bullata, XIV). Per la comunità dei frati delle origini la priorità non era predicare pubblicamente; il suo modello culturale non è la Chiesa ma la casa, visitata di porta in porta (Chiara Frugoni). Ci avrebbe pensato il Signore «a dar loro parola e spirito conforme ai tempi e alle circostanze, onde fossero in grado di proferire parole capaci di penetrare il cuore di molti uditori, e soprattutto dei giovani più che degli anziani» (Anonimo perugino, IX).
La stessa logica missionaria ispira la ben meditata XVI disposizione della Regola non bullata («Di coloro che vanno tra i saraceni e gli altri infedeli»), frutto dell’esperienza di Francesco e dei frati in Oriente e del confronto con l’evoluzione organizzativa dell’Ordine.
L’ atteggiamento disarmato che i frati devono assumere non viene fatto discendere da afflati sacrificali, ma consegue al mandatum evangelico che ispira la sequela: andare come pecore in mezzo ai lupi, con saggezza e umiltà. In mezzo agli infedeli i frati devono evitare di alimentare conflitti religiosi (liti) e di perseguire la loro affermazione confessionale attraverso dispute dottrinarie; devono, invece, confessare la loro fede cristiana rendendosi soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio. Possono anche, laddove, ispirate da Dio, si creino le condizioni, annunciare la Parola perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose, e nel Figlio Redentore e Salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani, poiché, se uno non sarà rinato per acqua e Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio (Regula non bullata, XVI).
Annuncio per tutti. Nessuna conquista
Queste disposizioni di Francesco contraddicevano lo spirito e la lettera con i quali i documenti ufficiali della Chiesa del tempo ostacolavano, nelle società cristiane, la frequentazione di pagani ed ebrei e negavano loro non solo l’accesso a determinate funzioni pubbliche, ma anche l’autorizzazione ad instaurare rapporti di lavoro al loro servizio. Francesco, al contrario, intende affermare la verità di Cristo Salvatore di tutti gli uomini attraverso la pratica, rivoluzionaria, dell’ inserimento servizievole nella società pagana
Le condotte da tenere tra i pagani indicate dalla Regula non rappresentano delle opzioni equivalenti e discrezionali, ma intendono vincolare la pratica missionaria non a finalità secolari di conquista e assoggettamento, quanto alla forza imperiosa e umile dell’ispirazione divina, alimentata dalla testimonianza di fede, disarmata e scandalosa, rappresentata dalla condotta e dalle opere dei frati inter infideles.
Francesco ha dettato anche il criterio interiore per riconoscere l’azione dello «spirito del Signore» nei «servi di Dio»: «se cioè quando il Signore compie, per mezzo di lui, qualcosa di buono, la sua «carne» non se ne inorgoglisce – poiché la «carne» è sempre contraria ad ogni bene – ma piuttosto si ritiene ancora più vile ai propri occhi e si stima minore di tutti gli altri uomini» (Ammonizioni, XII, Come riconoscere lo Spirito del Signore).
Siamo dunque lontani da strategie missionarie coloniali, pianificate ed aggressive, ma anche da logiche liberali di libertà religiosa o da forme di acquiescenza spirituale o di docile remissività di fronte al nemico materiale e spirituale, rappresentato da ciò che, ignorando o contrastando la Verità cristiana, preclude agli uomini la salvezza personale e all’umanità la possibilità di celebrare nella sua totalità la gloria divina. Il dono fatto a Dio della volontà personale e della proprietà del corpo dota il frate francescano del coraggio del martirio e della serenità davanti alla persecuzione.
"La tribolazione la persecuzione, la vergogna e la fame, l’infermità e la tentazione e altre simili cose"
Questa disposizione mette nella giusta luce la celebrazione che, secondo la tradizione dei compagni, Francesco fa dei paladini del ciclo carolingio: «Carlo imperatore, Orlando e Oliviero, tutti i paladini e i prodi guerrieri che furono gagliardi nei combattimenti, incalzando gl'infedeli con molto sudore e fatica fino alla morte, riportarono su di essi una gloriosa memorabile vittoria, e all'ultimo questi santi martiri caddero in battaglia per la fede di Cristo» (Compilazione di Assisi, 103).
Il riferimento a queste imprese eroiche serve a Francesco per sconfessare la richiesta da parte di un novizio di possedere un Salterio, primo gradino di una sua pericolosa acculturazione teologica. Le imprese dei paladini e quelle dei santi non possono ridursi a sapienza libresca, utile solo a farne strumento di orgoglio e privilegio per chi la coltiva: l’imitazione di chi ha seguito il Signore deve tradursi in una sequela che rinnovi la tribolazione la persecuzione, la vergogna e la fame, l’infermità e la tentazione e altre simili cose, per ricevere, alla fine il dono della vita eterna (Ammonizioni, VI, L’imitazione del Signore).
L’immaginario cavalleresco consente di esemplificare il principio che l’edificazione spirituale degli uomini e la loro conversione non dipendono dalla finezza intellettuale dei predicatori o dalla celebrazione retorico-letteraria di modelli di santità eroica, ma dallo spirito di carità che si esprime in opere spirituali invisibili al mondo: in realtà il Signore li edifica e li converte per le orazioni dei santi frati, per quanto questi ultimi lo ignorino, giacché Dio non vuole che lo sappiano, affinché non ne siano insuperbiti. Questi sono i miei frati, cavalieri della tavola rotonda, che si appartano in luoghi disabitati e remoti per abbandonarsi con più amore all’orazione e alla meditazione, piangendo i peccati propri e altrui. La loro santità è nota a Dio, e talvolta ignota ai fratelli e agli altri uomini (Compilazione di Assisi, 103).
Dunque, non bisogna contrapporre, sulla base della sensibilità ideologica di noi contemporanei, un Francesco pacifista al miles cruciatus o strumentalizzare in modo legionario la sua brama di conversione dei pagani; occorre invece cogliere l’importanza per il frate di restituire la militia per la vittoria del Dio Salvatore di tutti gli uomini alla sua rinnovata natura di testimonianza spirituale sottomessa disarmata e fiduciosa, ispirata da quello stesso Dio, ed al suo connotato qualificante di sacrificio di sé per Cristo.
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