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La scelta di don Alberto Ravagnani. Anche la comunicazione ha bisogno di carità

ravagnani

 

Don Alberto Ravagnani, il noto prete influencer, ha lasciato il sacerdozio. Al di là dei molti giudizi contrastanti sul personaggio e sulla sua vicenda, esiste qualche grosso problema a monte: la figura del prete e la sua crisi, la Chiesa in bilico fra buttarsi nel mondo o tirarsene fuori

 

La notizia mi raggiunge da due messaggi su WhatsApp: il fatto è lo stesso ma il tono tra le due comunicazioni opposto. Il primo suona più o meno così: “Don Ravagnani, il prete influencer, lascia il ministero. Era ovvio che sarebbe successo, forse è meglio così per la Chiesa”. Il secondo invece si interroga sulla sofferenza interiore di chi è arrivato alla decisione di abbandonare il ministero sacerdotale e pone delle domande sulla solitudine del clero, sull’adeguatezza dei percorsi di formazione e sull’impatto negativo che questa scelta di vita può avere sui giovani che sono stati il seguito di don Alberto. Approcci opposti che ritrovo anche nelle centinaia di contenuti e di commenti comparsi sul web in seguito all’annuncio della “scelta”: così la definisce don Alberto che per l’occasione ha anche pubblicato un libro.

È iniziata con un semplice videoclip

Era il 2020, in piena pandemia di Covid19. Don Alberto Ravagnani – il direttore dell’oratorio a Busto Arsizio – pubblica alcuni video su YouTube: sono delle catechesi per gli i suoi adolescenti che riscuotono grande successo mediatico. Contenuti ben confezionati, con un linguaggio diretto e accattivante. Il ritmo è sostenuto e l’efficacia notevole. Guadagnano grande visibilità.

Dopo quell’esordio si aprono tante opportunità per quel neo-ordinato, già rinominato della stampa “il prete influencer”. Don Alberto le coglie e altre ne sa generare: produzione di contenuti per le piattaforme social, una community di giovani che si ritrova periodicamente a Loreto, partecipazione a show – programmi tv – eventi – conferenze, un paio di libri pubblicati e molto altro.

Tra TikTok, YouTube e Instagram il numero delle persone raggiunte è di tutto rispetto. E come succede a tutte le persone che si affacciano sulla scena pubblica nell’era di internet non mancano le contestazioni, le critiche e le polemiche sia attorno alla sua figura che alle riflessioni che condivide.

Tra confusione e divisione

Sono le regole dei social nella loro versione attuale: la vita e l’intrattenimento si sovrappongono e si confondono, scena pubblica e vita privata non si possono più distinguere nettamente. Il successo e la critica aspra sono due volti della stessa medaglia e per ogni sostenitore che mette un like emerge anche un detrattore che si sente legittimato a insultare senza freni. Si perde la distinzione tra chi parla e ciò che dice. Ma forse in tutto questo non c’è davvero qualcosa di nuovo.

Il ruolo del prete – una figura già pubblica che da sempre si destreggia tra apprezzamenti e critiche nella vita off-line – complica ulteriormente la situazione. In molti si chiedono se sia giusto che la Chiesa si esponga attraverso le piattaforme digitali e pratichi la grammatica che i nuovi mezzi di comunicazione hanno imposto. Altri invitano alla prudenza perché la sovra-esposizione mediatica e il successo rischiano di illudere e ingannare. Qualcuno contesta la troppa libertà personale e di pensiero dei missionari digitali come don Alberto. Molti altri invece vedono finalmente una Chiesa al passo con i tempi, libera dalle rigidità e dagli stereotipi della tradizione, capace di condividere con il mondo l’annuncio evangelico.

La logica che prevale sembra essere soprattutto la divisione: le posizioni tendono a estremizzarsi, il pubblico rischia di trasformarsi in tifoseria, la forza delle argomentazioni è soffocata dai giudizi affrettati. Si moltiplicano gli epiteti, spariscono i luoghi di confronto.

Il web: nuovo pulpito

Nell’arena del cattolicesimo on-line non c’è solo don Ravagnani. Negli ultimi anni si sono affacciati preti video-predicatori di ogni genere e tipo, giovani testimonial della fede che citano in scioltezza passaggi biblici, energici difensori della tradizione (o le tradizioni) e che hanno grande abilità nel promuovere una fede militante in conflitto con il mondo contemporaneo e con ogni forma di dialogo e mediazione accanto a divulgatori competenti ma non sempre accattivanti.

La vicenda di don Alberto Ravagnani dovrebbe farci riflettere su quanto sia complesso per tutti abitare la scena pubblica contemporanea che è al contempo reale e virtuale. Se ci liberassimo dalla tentazione di giudicare la sua persona e il suo operato potremmo tentare dei ragionamenti circa la sfida di raccontare il Vangelo all’umanità di oggi che pratica con regolarità i linguaggi del web e che affronta la vita quotidiana con le stesse logiche riscontrabili nei commenti al feed di un social network.

Apparteniamo a questo tempo

Stare nel tempo presente, comprendere la cultura e la società e possederne il linguaggio è una necessità evangelica: il cristianesimo non può ridursi come vorrebbe qualcuno ad una sorta di setta religiosa che conserva una forma storica (più o meno coincidente con la devozione ottocentesca), in opposizione a un mondo perverso.

Al contempo serve maturità e prudenza per non venire travolti dalla visibilità o dalla conflittualità oppure rimanere vittime dell’immagine esteriore di sé che il mondo pretende ma che rischia di essere solamente una caricatura da personaggio dello spettacolo.

La crisi personale di don Ravagnani sta facendo emergere una grande diversità di approccio che i cristiani hanno verso la vita e la loro fede. La fazione dei tradizionalisti, quella dei devoti così come quella dei modernisti (parola molto usata e quasi sempre a sproposito) farebbero bene a non cavalcare questo episodio – certamente già motivo di tanta sofferenza – per aumentare la visibilità della propria idea e gettare discredito su quella degli altri. La vera sfida è ripartire dal cuore del Vangelo che non detesta il mondo, ma lo ama pur con tutti i suoi limiti. E non c’è annuncio possibile senza fraternità.

Una sola regola

San Paolo l’aveva già suggerito ai cristiani di Corinto nel I secolo: “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna” (1Cor 13,1).

La carità è l’unico vero criterio che orienta la Chiesa e i cristiani: dovrebbe essere così. È necessario ricordarlo a chi si è molto esposto sulla scena pubblica rischiando di smarrirsi, su chi giudica con una certa faciloneria l’operato degli altri, a chi pensa di avere la risposta pronta per ogni situazione, a chi vive l’appartenenza alla Chiesa con lo stesso atteggiamento degli ultras allo stadio, a chi guarda alla contemporaneità con orrore e anche a chi con ammirazione o invidia brama al successo che non ha.

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