Paolo VI che sembra affogarsi nella barba lunga del patriarca ortodosso di Athenagoras in un abbraccio che, a modo suo, ha fatto storia. La Chiesa cattolica e quella ortodossa cancellavano le antiche scomuniche del 1054. Avveniva esattamente sessant’anni fa come oggi: 7 dicembre 1965. Lo ha ricordato anche papa Leone nel suo recente viaggio in Turchia
Se ricordare certi anniversari non ha solo lo scopo di conservare la memoria del passato, ma di aiutarci, a mano a mano che la distanza temporale aumenta, a comprenderlo meglio e a vivere il nostro presente con più consapevolezza, mi pare importante richiamarne uno in particolare, che cade proprio oggi, il 7 dicembre: il 60° anniversario (7 dicembre 1965, cioè un giorno prima della chiusura del Concilio Vaticano II) della «Dichiarazione comune di Papa Paolo VI e del Patriarca ecumenico Athenagoras I, per togliere dalla memoria e nel mezzo della Chiesa le sentenze di scomunica dell’anno 1054». La ricorrenza è stata ricordata da Papa Leone XIV e dal Patriarca ortodosso Bartolomeo nella Dichiarazione congiunta pubblicata in occasione del loro recentissimo incontro a Istanbul (29 novembre) per celebrare i 1700 anni dal Concilio di Nicea (325 d. C.).
“Vogliamo cancellare dalla memoria la sentenza di scomunica"
Prima di soffermarci su quella Dichiarazione del 1965, può essere interessante leggere alcune affermazioni contenute, rispettivamente, nel «breve» apostolico di Paolo VI dal titolo «Camminate nell’amore», e nel «tomos» di Atenagoras I, anch’essi del 7 dicembre. Dopo aver accennato ai «deplorevoli eventi» del 1054, Paolo VI dichiara: «Davanti ai vescovi radunati nel Concilio Vaticano II, confessiamo che non possiamo tollerare oltre le parole che sono state dette e gli atti che sono stati compiuti in quel tempo e che non li possiamo approvare. Inoltre vogliamo cancellare dalla memoria della Chiesa la sentenza di scomunica che allora fu pronunciata, e vogliamo che sia abrogata per sempre e che cada nell’oblio». Athenagoras I invece dichiara: «Noi proclamiamo dunque per iscritto che l’anatema lanciato nella Grande Cancelleria della nostra Grande Chiesa nell’anno della salvezza 1054, è, da questo momento e a conoscenza di tutti, tolto dalla memoria e dal mezzo della Chiesa».
Per venire ora alla Dichiarazione comune, sempre del 7 dicembre, essa fu letta contemporaneamente a Roma in San Pietro e a Istanbul nella Chiesa del Fanaro: fu certamente una decisione storica, dopo 900 anni dallo scisma del 1054, anche perché il tema dell’unità dei cristiani è stato uno dei motivi ispiratori che hanno spinto Giovanni XXIII a indire il Concilio e ha infine trovato espressione, in particolare, nel Decreto Unitatis redintegratio.
All’inizio della Dichiarazione si ringrazia Dio per la possibilità che Paolo VI e Athenagoras I hanno avuto di incontrarsi in Terra Santa nel gennaio del 1964, col proposito di superare gli antichi contrasti tra le due Chiese, per essere di nuovo «una sola cosa», secondo la preghiera di Gesù.

Si ricordano poi i fatti del 1054 e le reciproche condanne, che «riguardavano però solo le persone allora colpite e non intendevano rompere la comunione ecclesiastica tra le sedi di Roma e di Costantinopoli».
Pertanto Paolo VI e Athenagoras I dichiarano di comune accordo: «di deplorare le parole offensive, i rimproveri senza fondamento e i gesti condannabili» che hanno accompagnato quei fatti; di «deplorare e cancellare dalla memoria e dal seno della Chiesa le sentenze di scomunica che vi hanno fatto seguito e di condannarle all’oblio»; di deplorare altri avvenimenti che «hanno alla fine condotto alla rottura effettiva della comunione ecclesiastica».
La “sincera volontà reciproca di riconciliazione"
La Dichiarazione si conclude con queste parole: «Questo gesto di giustizia e di perdono reciproco non può bastare a metter fine alle divergenze, antiche o più recenti, che sussistono tra la Chiesa romana e la Chiesa ortodossa», ma potrà essere apprezzato «come l’espressione di una sincera volontà reciproca di riconciliazione e come un invito a vivere, in uno spirito di fiducia, stima e carità reciproche, il dialogo che le condurrà, con l’aiuto di Dio, a vivere nuovamente nella piena comunione di fede, di concordia fraterna e di vita sacramentale che esisteva tra loro nel corso del primo millennio della vita della Chiesa».
Sono proprio queste parole finali quelle che vengono riprese nella Dichiarazione congiunta di Papa Leone e di Bartolomeo, i quali auspicano che il dialogo e la collaborazione tra le due Chiese continuino, perché veramente si possa realizzare la preghiera di Gesù «ut unum sint»; e cosa non secondaria, a cui essi accennano, è che «l’obiettivo dell’unità dei cristiani include il fine di contribuire in modo fondamentale e vivificante alla pace di tutti i popoli», oggi così seriamente minacciata.
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