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E se fosse diverso?

 

Il Tabor è soprattutto sorpresa: un Gesù diverso, inatteso. Pietro fa fatica a capire. Ma, come Pietro, ogni credente è chiamato a confrontarsi con un Dio che non è quello che ci siamo costruiti con il nostro artigianato di casa

 

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

 

Strano, quel Gesù

È curioso vedere i discepoli che cadono a terra in preda a un grande timore. Almeno per quanto riguarda Pietro, il Vangelo fino a questo punto ce lo fa conoscere come un uomo abbastanza sicuro del fatto suo, a volte impetuoso. Sbaglia persino, ma timoroso no. E invece qui sembra preso di contropiede, e con lui i suoi due amici. Non se l’aspettavano proprio che quel Gesù potesse essere così. Pensavano che tutto sommato lo conoscevano: non era da un giorno che lo seguivano! Lo avevano visto mangiare, dormire, parlare con loro: credevano tutto sommato di possederlo. Sì, forse si aspettavano un colpo di scena, un botto finale, quello sì. Ma questo episodio della trasfigurazione deve essere sembrato tanto strano ai loro occhi, da lasciarli senza parole.

Addirittura qualche riga indietro Pietro si era sentito in condizioni di dare qualche consiglio a Gesù che aveva appena annunciato la sua passione: «Ma no, Gesù, lascia stare, non ti accadrà mai!». Aveva bene in mente chi fosse Gesù e, con il suo immaginario, non ci stava questo Gesù che andava a morire. Come ora non ci sta questo Gesù che cambia volto, diventa bianchissimo e parla con Elia e Mosè.

Veniamo etichettati e ne soffriamo

Il problema di Pietro e dei suoi compagni è forse questo: hanno troppo bene in mente chi è Gesù, e selezionano tutto in base all’immagine che si sono fatti. Da una parte è inevitabile: i pregiudizi ci sono e non sono malvagi. Noi non possiamo vivere senza pregiudizi: quando entriamo in una realtà, anche nuova, tendiamo inevitabilmente a etichettarla, a classificarla, non possiamo fare altrimenti. E non c’è niente di male, a patto che le nostre categorie siano permeabili. Infatti i guai nascono quando tendiamo a sostituire la realtà con le nostre categorie e a blindarle, di modo tale che la realtà non abbia più niente da dire ai nostri giudizi. Il limite patologico di questa tendenza è la schizofrenia, per cui uno perde completamente il contatto con il reale. Ma esistono migliaia di forme meno patologiche, più subdole e anche più difficili da stanare in cui i giudizi sul reale si fossilizzano.

Basti pensare a quanto ci fa soffrire quando una persona ci rinfaccia una cosa magari vecchia di mesi o addirittura di anni: quello che ci fa più male non è la cosa in sé, ma è che questa persona pensi che io sia ancora quello; non mi ha dato nessuna possibilità di crescere, crede che io sia quello che ha fatto quella tal cosa e non potrò mai essere diverso. Oppure quanto male ci fa quando ci colpiscono in un difetto che oggettivamente abbiamo! Ma ciò che ci fa male è che siamo etichettati solo per quel difetto: abbiamo altro, tante ricchezze, eppure chi ci sta davanti e ci deride ci colpisce proprio lì, dove fa più male, e ci secca terribilmente essere limitati a quel difetto.

 E se Dio non fosse un soprammobile vecchiotto?

Lo stesso meccanismo può scattare con la fede: se ho già deciso chi è Gesù, è poco probabile che farò due passi in là. Il problema di tante nostre difficoltà di fede è che abbiamo teorizzato e blindato alcuni elementi, non siamo disposti a ridiscuterli, ed è un po’ inevitabile che il divino possa diventare nella nostra vita… tanto importante quanto un soprammobile un po’ vecchiotto che è lì, ti ci sei anche affezionato, ma non è che ti sorprenda più di tanto. Dio è quel qualcosa di cui ti hanno parlato quando eri piccoletto, a cui hai acceso la candela quando eri preoccupato, quello festeggiato nei momenti belli della festa del paese, quello dei momenti piacevoli della vita, magari quello incontrato settimanalmente nel “precetto festivo” e nelle “preghiere dette” il mattino e la sera. Se invece la sorte ti ha fatto nascere in un ambiente dove la fede non è proprio di casa, potrebbe essere quell’entità sospetta sullo sfondo. Per tutti sempre lì, al posto che gli hai sempre assegnato. Inerte. Ma se fosse diverso? Se fosse vero che lui è vivente?

Sul Tabor gli apostoli forse hanno intuito una domanda: e se fosse diverso? Se fosse altro Gesù di Nazaret? E se non avessimo calcolato tutto? E se ci fosse ancora qualcosa di diverso da scoprire? A noi la scelta: blindarci e dire “lo so già”. Oppure lasciare che una domanda in noi crei spazio: e se fosse diverso?

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