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s. Francesco. La pace di Dio tra giustizia e perdono

Assisu san Damiano

 

Francesco interviene anche nelle lotte che agitano le comunità di Gubbio, Assisi, Greccio, Perugia. Il suo messaggio ha delle sorprendenti ricadute sociali e politiche

 

 

Il lupo di Gubbio e i nemici della comunità

Un testo agiografico celeberrimo della tradizione francescana, l’episodio apocrifo del «Lupo di Gubbio» (Fioretti, XXI),  testimonia in modo esemplare le disposizioni spirituali che determinano la pace interna ed esterna delle collettività: la violenza ferina che minaccia la comunità politica (la pulsione aggressiva ed omicida di un Lupo che attenta alla sicurezza ed alla serenità degli abitanti di un borgo importante) può essere disinnescata solo da una ritrovata coesione spirituale e morale sotto l’autorità del Signore, portatore e garante della «pace».

 Questa maturazione sociale protegge le comunità medievali, storicamente fragili nel loro rapporto con l’ambiente circostante, dall’animale la cui reale minaccia ha autorizzato una demonizzazione che ha trasformato la sua caccia in un banco di prova per le virtù di «cavalieri, sacerdoti, contadini».  La paura e la caccia al Lupo diventano simbolo del pericolo e della lotta contro chi attenta alla salute materiale e spirituale dei membri di una comunità: il predatore, il bandito e l’eretico.

Francesco e il Lupo "addomesticato"

Francesco, con la sua predicazione,  riattiva la forza spirituale di un ritrovato timor di Dio (coscienza della onnipotenza della sua legge e rischio della dannazione eterna per chi non la rispetti) donando alla comunità di Gubbio il coraggio di ridimensionare le paure provocate dalla minaccia fisica del Lupo (Francesco così rampogna gli abitanti: «quanto è dunque da temere la bocca dello inferno, quando tanta moltitudine tiene in paura e in tremore la bocca d’un piccolo animale.»). Riattiva la capacità di riconoscere il fondamento naturale  della aggressività (Francesco aveva detto, sicuro e spiazzante, alla belva: «imperò che io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male»). Mostra la forza di farsi carico collettivamente della soddisfazione dei bisogni dell’animale selvatico («Allora tutto il popolo a una voce promise di nutricarlo continovamente»).

Il Lupo, da parte sua, si impegna ad accettare l’addomesticamento. In cambio, la belva vedrà soddisfatto il bisogno primario che lo agitava, presupposto doveroso perché la creatura, riconosciuta in un vincolo di fraternità (fratello Lupo), possa comprendere i «grandi malefici» arrecati, con la sua condotta, all’ordine divino e, pentito, possa accettare di vincolarsi in un patto di convivenza civile non opportunistico o mortificante («E il lupo inginocchiasi e inchina il capo e con atti mansueti di corpo e di coda e d’orecchi dimostrava, quanto è possibile, di volere servare loro ogni patto.»).

L’esito della vicenda è una pace, il cui effetto, apocalittico e storico nello stesso tempo, è la vittoria della liberalità «cortese» delle relazioni urbane sull’inimicizia ferina. («E poi il detto lupo vivette due anni in Agobbio, ed entravasi dimesticamente per le case a uscio a uscio, sanza fare male a persona e sanza esserne fatto a lui, e fu nutricato cortesemente dalla gente, e andandosi così per la terra e per le case, giammai nessuno cane gli abbaiava drieto. Finalmente dopo due anni frate lupo sì si morì di vecchiaia, di che li cittadini molto si dolsono, impero` che veggendolo andare così mansueto per la città, si raccordavano meglio della virtù e santità di santo Francesco»).

Greccio, la mancata conversione, la punizione divina

Nella realtà le cronache documentavano un’amara verità: «non appena l’uomo diminuisce le difese, il lupo accorre e divora» (Dizionario dell’Occidente medievale, voce animali, Einaudi ). Questa evidenza storica, che il fioretto aveva risolto in un idillio agiografico, viene testimoniata con disincantato realismo dalla tradizione dei compagni di Francesco, che lo descrivono severo profeta della rovina della comunità di Greccio, che, non avendo saputo frenare l’orgoglio per i frutti che Dio aveva fatto discendere su di essa,  ne aveva subito  la vendetta punitrice (Compilazione di Assisi, 74).

La popolazione di Greccio non aveva creduto al monito con cui Francesco aveva accompagnato l’invito a pentirsi e a convertirsi per sfuggire alle calamità che minacciavano la sua sicurezza e prosperità (i lupi aggressori e la grandine devastatrice dei campi). Il frate, infatti,  aveva avvertito che la conversione dei cuori doveva essere definitiva, perché, in caso di ritorno al peccato, la benedizione divina si sarebbe trasformata in una punizione peggiore delle piaghe finora patite.

Il borgo, grazie all’efficacia della predicazione francescana, fu miracolosamente protetto dai due flagelli e godette di circa venti anni di prosperità spirituale e materiale. I frutti della predilezione divina alimentarono, però,  l’orgoglio dei popolani, che presero a odiarsi, a fare uso delle spade fino ad ammazzarsi fra loro, uccidevano di nascosto gli animali, di notte si davano a rapine e furti, e commettevano molte altre malvagità. Dio, indignato, ritirò la sua misericordia, e infierì spietatamente contro coloro che non avevano ascoltato le predizioni di Francesco: e così ritornò il flagello della grandine e dei lupi, come aveva predetto il Santo, e molte altre tribolazioni più dure delle antecedenti li colpirono. Infatti, tutto il paese fu divorato dall'incendio, e gli abitanti perdettero ogni loro avere, salvando soltanto la vita.

Solo la maturazione definitiva della concordia spirituale e della morigeratezza dei costumi, in cui si esprimono il riconoscimento dell’autorità divina ed il servizio obbediente alla sua volontà,  preserva la comunità politica dalla minaccia, sempre incombente, dell’ambiente naturale, dalla disgregazione civile e dalla rovina materiale.

Perugia e la necessaria umiltà verso le comunità vicine

La medesima tradizione narra che un identico monito profetico venne lanciato da Francesco nei confronti dei Perugini, a denunciare la parabola rovinosa di una comunità  che esercitava la propria supremazia politico-economica in modo sanguinario e superbo ai danni dei suoi vicini (Compilazione di Assisi, 75). Il frate predicava con coraggio tra la popolazione del Comune  la necessità  di riconoscere nella superiore grandezza e potenza che essa  aveva storicamente conseguito sulle altre comunità i segni della benedizione di Dio («Il Signore vi ha resi grandi e potenti sopra tutti i vostri vicini»); questo riconoscimento  imponeva il mandato di una condotta più umile, riconoscente verso la maestà del Creatore e rispettosa delle ragioni delle popolazioni vicine, vittime invece di devastazioni e uccisioni («E per questo motivo dovete essere più riconoscenti al vostro Creatore, e mantenervi umili non solo davanti a Dio onnipotente, ma anche nei rapporti con i vostri vicini. Purtroppo, il vostro cuore si è gonfiato di arroganza e, invasati dall'orgoglio e dalla potenza, voi devastate le terre dei vostri vicini e molti ne ammazzate»).

Francesco predica al popolo perugino l’umiltà  come disposizione spirituale necessaria a prendere coscienza della vera natura di ogni imperium politico storicamente dato. La potenza terrena, riconosciuta la sua fonte di legittimazione (la legge di Dio), può così esprimere, all’interno ed all’esterno della proprio zona d’influenza, tutta la  potenzialità pacificatrice contenuta nella funzione provvidenziale che le è stata sub condicione affidata. Ricevere il potere di governare i popoli dall’unico legittimo detentore di tale potestas significa  farsi testimone della sua legge d’amore e di giustizia verso le «creature». Così frate Francesco predica ai perugini che la ragione storica profonda della durata e della rovina della loro autorità terrena sarà legata alla qualità ed alla tenuta della loro fidelitas all’unica vera potenza, creatrice di tutte le altre.

Francesco, nel frangente, si oppone con coraggio all’azione di disturbo delle élites armate di Perugia alla sua predica, conquistando il favore ed rispetto timoroso dei cittadini con il suo carisma ardente. Si fa ascoltare, vincendo i pregiudizi di chi poteva vedere nella sua opera lo strumento infido della propaganda di Assisi, mortale nemica di Perugia. La credibilità della sua profezia era legata al coraggio di non far passare sotto silenzio  «i vizi del popolo che offendevano pubblicamente Dio e il prossimo»; e la vergogna, che la sua rampogna provocava negli ascoltatori, era per loro motivo di edificazione spirituale.

La devastazione della guerra civile

Francesco, nella sua predica, profetizza che la mancata riparazione dei danni inflitti avrebbe causato, di lì a poco, una devastante destabilizzazione interna, fatale preludio alla guerra civile tra le componenti sociali (Ora io vi dico che, se non vi convertite subito a Dio e non riparate ai danni compiuti, il Signore, che nessuna ingiustizia lascia impunita, a maggiore vendetta e castigo e disonore vostro, vi farà insorgere gli uni contro gli altri. Scoppiata la discordia e la guerra civile, patirete tali tribolazioni quante i vostri vicini non potrebbero infliggervi»).

I nobili e il popolo dopo pochi giorni «vennero a sangue», con reciproca devastazione dei beni posseduti. Anche la Chiesa locale fu trascinata nello scontro tra fazioni, dimostrando di non aver saputo esercitare la sua funzione di istituzione garante della pace (Pochi giorni dopo, Dio permise che tra nobili e popolo esplodesse un conflitto. Il popolo cacciò dalla città i cavalieri, e costoro con l'aiuto della Chiesa, devastarono molti campi, vigneti, frutteti del popolo, facendo loro tutti i malanni possibili. A sua volta il popolo guastò le campagne, vigneti e frutteti appartenenti ai nobili. Così i perugini patirono una punizione più grave di quelle da loro inflitte ai vicini. E così si realizzò alla lettera la predizione fatta da Francesco) .

Lo scioglimento del conflitto tra detentori di pubblici poteri è addirittura all’origine della «strofa del perdono» aggiunta alle laudi del Cantico delle creature: «Laudato si, mi Segnore,/ per quilli ke perdonano per lo tuo amore / e sustengu enfirmitate et tribulacione./ Beati quilgli kel sosteranno in pace/ ka da te, Altissimo, sirano coronati» (Compilazione di Assisi, 84).

Assisi: lo scontro tra Vescovo e Potestà

I compagni di Francesco riportano lo scontro furibondo, a base di scomuniche e di rappresaglie economiche, insorto tra il Potestà e il Vescovo di Assisi. Insopportabile per il frate l’inazione rispetto a questo conflitto: «Grande vergogna è per noi, servi di Dio, che il vescovo e il podestà si odino talmente l’un l’altro, e nessuno si prenda pena di rimetterli in pace e concordia» .

I frati, inviati da Francesco sofferente, cantarono  al cospetto delle autorità in lotta le lodi a Dio del Cantico arricchito della nuova strofa, composta dal frate per l’occasione. Il Podestà, ascoltando la composizione con la viva devozione e la commozione che si deve ad una  parola evangelica ( «Egli aveva infatti molta fede e venerazione per il beato Francesco»), vive una radicale riconversione della sua disposizione d’animo, tale da trasmettergli un’ardente disponibilità al perdono, addirittura verso chi avesse usato violenza contro i suoi affetti più profondi, e da fargli compiere un gesto, spiazzante, di umile contrizione nei confronti del Vescovo («Finite le Laudi del Signore il podestà disse davanti a tutti: “Vi dico, in verità, che non solo al signor vescovo, che devo considerare mio signore, sarei disposto a perdonare, ma anche a chi mi avesse assassinato il fratello o il figlio”. Indi si gettò ai piedi del vescovo dicendogli: “Per amore del Signore nostro Gesù Cristo e del beato Francesco, suo servo, eccomi pronto a soddisfarvi in tutto, come a voi piacerà”»).  Il perdono del Potestà si esprime in un gesto di totale abbandono alla volontà dell’avversario, grazie alla gioia di un ritrovato spirito di servizio fondato sull’amore per Gesù ed il suo servo Francesco.

La conversione del Potestà attiva la reazione altrettanto umile e spiazzante del Vescovo, che non concede il perdono, ma lo richiede a sua volta, ammettendo di non essere stato, per limiti caratteriali, all’altezza della dignità sacerdotale ricoperta (Il vescovo lo prese fra le braccia, si alzò e gli rispose: «Per la carica che ricopro dovrei essere umile. Purtroppo ho un temperamento portato all’ira. Ti prego di perdonarmi». E così i due si abbracciarono e baciarono con molta cordialità e affetto) .

Francesco e il “chiostro in mezzo agli uomini"

L’abbraccio di riconciliazione, dai tratti manzoniani, tra Vescovo e Podestà di Assisi consente, attraverso la rigenerazione spirituale dei reggitori alimentata da Francesco,  la restituzione delle cariche pubbliche alla  funzione salvifica di strumenti concordi della Signoria di Dio su Assisi («Tutti coloro che erano stati presenti alla scena e avevano sentito quelle parole, ritennero la cosa un grande miracolo, attribuendo ai meriti del beato Francesco il fatto che il Signore avesse così subitamente toccato il cuore dei due avversari. I quali, senza più ricordare gli insulti reciproci, tornarono a sincera concordia dopo uno scandalo così grave»).

  I risultati politici della predicazione francescana dipendono dal fatto che essa  «avveniva “ad modum concionantis”, cioè secondo i moduli espressivi della pratica oratoria caratteristica della vita politica nella civiltà comunale dell’Italia centrosettentrionale. (…) I positivi risultati delle sue parole facevano singolare contrasto con l’aspetto insignificante di Frate Francesco e con la scarsezza della sua cultura: il singolare contrasto era però la prova che l’efficacia delle sue parole era stata conferita da Dio. Frate Francesco era visto dunque come “uomo di Dio”, l’uomo che non aveva rinchiuso individui nelle mura dei monasteri, ma aveva portato il “chiostro”, lo spazio di perfezione cristiana, in mezzo agli uomini». (Grado Merlo) 

 

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