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Strada facendo

Legami salvati, legami spezzati, tra sogni e guerre

sogno donna musica

 

 

Stanotte ho fatto un sogno pieno di paure, dolorosissimo. Eravamo a una riunione familiare. Non ricordo chi c’era delle mie persone care, ma avevo la netta sensazione che eravamo “tra di noi”. Eravamo tra di noi ma presi da una specie di angoscia collettiva. Non sapevamo dove era finita nostra madre, non riuscivamo a ritrovarla. Il sogno non mi ha restituito cosa facevamo per poterla ritrovare, ma mi ha consegnato soltanto l’angoscia per non esserci riusciti. Il sogno è finito così, senza soluzioni, soltanto con una enorme delusione per quel vuoto che non si è riempito. E mamma non è stata ritrovata. In effetti è morta 35 anni. Il sogno ha soltanto rielaborato il dolore di un’assenza, ha fatto diventare evento un crudo dato di fatto: mamma non c’è più.

Mentre stavo rimuginando il magone notturno leggo il Corriere e, in particolare, un’intervista a Giovanni Allevi, il noto musicista. Allevi ha un tumore e ha perso una sorella, di quattro anni più grande di lui. Parla di tutto questo cumulo di sofferenze e soprattutto della sorella. A compensare il dolore per la perdita ha composto una sinfonia. Non per una decisione razionale, precisa: “Proust ha dimostrato che il tempo perduto non si recupera con la logica, ma con l’epifania sensoriale. La musica è stata la mia Madeleine”.

Poi dice di aver pregato Dio: “Aiutami a superare e attraversare questo dolore». Ed è stato esaudito perché è ripartito spinto da uno straordinario amore alla vita.

Dice di essere sempre in contato con la sorella scomparsa. Assicura di sentirla “Nella quotidianità, nei messaggi che ci scambiavamo”. Nei momenti di difficoltà “il suo aiuto è stato fondamentale per sollevarmi dall’umiliazione, dal giudizio negativo che ricevevo… Lei mi sta dicendo: ‘Ora c’è una prestigiosa orchestra tedesca che suona la tua Sinfonia’. E io sono felice che lei l’ascolterà”.

Ecco come siamo. Siamo fatti di legami e viviamo perché quei legami ci sono e ci forgiano. Per cui non riusciamo a farne a meno. Quando sono finiti, i sogni ci fanno piangere perché non ci sono più, o li immaginiamo come se ci fossero ancora. Ma sia il dolore per il vuoto, sia il pieno che ci costruiamo con gli strumenti a disposizione, dicono la stessa cosa: non ci saremmo, o non saremmo come siamo se quei legami non ci fossero stati. Mentre il mondo che ci sta attorno, fa spesso di tutto per negare legami con le sue guerre e i suoi contrasti, ci rifugiamo in questo piccolo mondo degli affetti, il nostro mondo in alternativa a quel mondo.

Facciamo con il Narratore di Proust citato da Allevi. In una fredda mattina invernale, di ritorno dalla messa domenicale, intinge il suo dolcetto, la “maddalenina”, nella tazza di tè che la leggendaria zia Léonie gli ha preparato. Improvvisamente, la “memoria involontaria” attizzata da quel gusto gli fa ritornare alla memoria il fascinoso mondo perduto dell’infanzia: “tutti i fiori del nostro giardino e del parco di M. Swann (il vicino di casa), e le ninfee della Vivonne (il fiume che attraversa il villaggio) e la brava gente del villaggio e le loro piccole abitazioni e la chiesa parrocchiale e tutta Combray e i suoi dintorni, prendendo la loro forma e solidificandosi, nacquero, città e giardini insieme, tutto dalla mia tazza di tè”.

Il fascino “caloroso” del nostro piccolo mondo che diventa rifugio in mezzo al freddo invernale dell’”altro mondo”.

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