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Bergamo ieri e oggi - rubrica a cura di Rosella Ferrari

Preti e suore

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Ricordo come fosse oggi l’esclamazione di una parente che viveva lontano ed era venuta a trovarci; dopo una passeggiata in Città Alta, era tornata a casa davvero sorpresa: “ma c’è un raduno di preti? ce ne sono ovunque!”.  Ed era davvero così: impossibile uscire di casa senza incontrare almeno un prete o una suora. Almeno…

 

 

Il saturno e le suore

So bene che il titolo appare criptico, ma con un po’ di pazienza ci arriviamo…

Preti ovunque

Partiamo da un dato di fatto, credo inconfutabile. Ai miei tempi (come dicevano i nonni, quelli di un tempo e quelli di oggi) in Città Alta la sensazione era che la categoria umana più rappresentata fossero i preti. Nonostante ci fossero tantissimi bambini, perché le famiglie erano davvero numerose, i preti erano davvero tantissimi, ed erano ovunque! Al secondo posto, quasi pari merito, c’erano le suore. Impossibile pensare di uscire di casa senza incontrarne un po’. No, non uno o due… un po’.

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Prima di tutto c’era il Vescovo, che aveva un suo segretario privato (lo ricordate, vero, che il nostro Papa Giovanni fu segretario del Vescovo Radini Tedeschi?); poi in ogni parrocchia c’erano almeno un parroco e un curato e le parrocchie in Città Alta erano tantissime, da S. Andrea a Castagneta, da Sudorno a Borgo Canale, da San Vigilio a San Pancrazio, dal Carmine a san Lorenzo al Duomo… Spero di non averne dimenticata nessuna ma non ci giurerei. E già qui abbiamo un buon numero di preti. Poi c’erano quelli della Curia e quelli – molto importanti – del Capitolo del Duomo, e i professori del Seminario. Che era pieno zeppo di seminaristi di ogni età che spesso uscivano, per andare a qualche incontro, a una celebrazione o anche solo per fare un giro. Solo per dare un po’ i numeri (…) pensate che nel 1961 il Seminario di Bergamo ospitava 303 seminaristi e 15 insegnanti (che sommati ai 310 del Seminario di Clusone coi loro 25 insegnanti fanno decisamente una squadra notevole!), mentre l’anno più fecondo vide la presenza contemporanea di 350 seminaristi solo nella Città Alta.

Ogni prete, anche quelli delle parrocchie più lontane dalla città, aveva necessità di salire in Curia ed è facile intuire che ogni giorno ce ne potesse essere qualcuno in visita. E poi anche i preti delle Comunità di Città Bassa (penso a quelli “fidei donum” del Sacro Cuore, a quelli del “seminario” del Paradiso, ma anche a quelli del Conventino e di altre tantissime realtà) salivano spesso in Curia, quindi converrete con me che eravamo davvero ricchi di preti!

I seminaristi

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Torniamo per un momento ai seminaristi, che spesso uscivano divisi per classi, accompagnati da almeno un professore. Uscivano “in divisa”, quindi con la lunga tonaca nera con millemila bottoni e con in testa il saturno (quello del titolo!) che era un cappello a tesa larga, circolare, con la cupoletta centrale. Visti dall’alto (cioè dalle finestre della nostra casa) sembravano uno strano animale scuro con le gobbe che si spostava lungo il marciapiedi…

La cosa affascinante era che spesso, arrivati alla Fara, si fermavano a fare una partitella a calcio. Appoggiavano a terra i saturni, sollevavano un po’ la veste, fissando l’orlo nella cintura dei pantaloni, e giocavano come gli altri ragazzi, urlando per un gol come tutti. Alla fine si ricomponevano, rimettevano il saturno, si mettevano ordinatissimi in fila per due e proseguivano la strada, parecchio più sudati ma con gli occhi che brillavano… soprattutto quelli che avevano vinto.

Nessuno parlava coi seminaristi, incontrandoli per strada, nemmeno se ne conosceva qualcuno di persona: semplicemente, si chinava il capo sussurrando un ”sia lodato Gesù Cristo” collettivo, ottenendo in cambio una risposta altrettanto collettiva: “sempre sia lodato”. Ai preti più grandi, invece, si diceva “riverisco”.

I preti erano rispettati da tutti, anche dagli uomini adulti, perfino da quelli che non bazzicavano tanto le chiese; tutti, col cappello in mano e il capo chino, si rivolgevano loro con un “riverisco, sciur preòst”; a noi bambini invece facevano soprattutto parecchia soggezione. Forse perché i parroci al tempo erano parecchio severi di oggi, e non lesinavano, in chiesa, scappellotti piazzati alla perfezione sulla nuca dei maschi, in modo da far cadere direttamente in grembo al malcapitato il berretto che era rimasto inopinatamente in testa. Per le bambine, niente scappellotti ma richiami lanciati con un tono di voce tale da far tremare le colonne della chiesa. Ho visto bambine piangere, per questo; anche perché dopo una cosa del genere, a casa le mamme facevano il resto…

E poi le confessioni…

Ogni tanto veniva qualche prete “straniero” ad aiutare il parroco con le confessioni e la coda dalla sua parte si allungava, perché il concetto era chiaro: nessuno può essere peggio del parroco in tema di severità e consistenza delle penitenze!  Il quale parroco, se la sua coda finiva, usciva di slancio dal confessionale e spostava con decisione un po’ di bambini davanti al suo. State pur certi che quei bambini sarebbero stati gli ultimi a uscire dalla chiesa, perché la loro penitenza sarebbe stata sicuramente impegnativa. Del tipo “10 pateraveegloria issé  t’empàret”. Sapete quanto lunghi sono, 10 Pater, Ave e Gloria, mentre i tuoi compagni sono fuori a giocare e il parroco ti controlla a vista???

A s. Andrea, il parroco severo, il comunista “scomunicato"

Onestamente non ricordo il nome dei parroci delle altre parrocchie, ma ricordo bene quelli di S. Andrea, ovviamente. Negli anni ’50 e sicuramene fino ad agosto del 1960 il Parroco era don Galizzi, un prete all’antica, anziano, coi capelli bianchi e due occhi azzurri severi. Lo ricordo molto alto, ma forse è perché ero piccola io… Non solo i suoi occhi erano severi: ricordo bene le ragazze che uscivano dalla chiesa piangendo, dopo una confessione. Era un pastore rigoroso, convinto – come molti al tempo – che un pugno di ferro avrebbe evitato tanti problemi alle pecorelle. Ricordo un signore (tutti gli uomini venivano chiamati “signore” col cognome al seguito) dichiaratamente comunista, cosa che a quei tempi equivaleva a una scomunica che impediva l’accesso non solo alla chiesa ma anche, e soprattutto, ai sacramenti. Questa persona era, oltre che comunista convinto, anche un credente convinto e soffriva moltissimo il fatto di non poter vivere la propria fede. E così la domenica partiva dalla parte bassa della Fara, dove abitava, con la sua famiglia e saliva fino alla chiesa di S. Andrea, dove si separavano: madre e figli entravano in chiesa e lui rimaneva fuori sui gradoni che danno sulla via. Non potrò mai dimenticare quell’uomo gentile e sempre disponibile che, dai gradoni esterni, il cappello appoggiato a fianco, seguiva la Messa, alzandosi, sedendosi e inginocchiandosi a tempo debito. E poi un giorno il Parroco successivo, don Silvio Ceribelli, uscì dalla chiesa, gli si avvicinò e lo accompagnò all’interno: l’emozione dell’uomo era tangibile come la sua gioia.

Sempre nella mia parrocchia c’era anche un Vicario, don Pietro Dossi, che si occupava della chiesa del Pozzo Bianco (non molto amata dal Parroco Galizzi che privilegiava la parrocchiale): uomo colto, sensibile, attento ai giovani e agli ammalati, aveva vinto un concorso a quiz che gli aveva fruttato una delle prime televisioni di Bergamo, forse la prima in assoluto in Città Alta; e così ogni sera fuori dalla sua porta i giovani della parrocchia aspettavano che egli aprisse loro la porta per godersi gli spettacoli. Rimase in S. Andrea decenni e solo negli ultimi anni si trasferì nella casa dei Canonici. A parte il suo amore per la Madonna del Buon Consiglio, il ricordo più bello che ho del signor Vicario è l’immagine di lui, con la stola e l’olio santo (si diceva così) affiancato da un chierichetto col turibolo, che si reca alla casa di un ammalato per somministrargli l’estrema unzione e stargli accanto fino alla fine. Quanta gente di S. Andrea è morta con lui accanto!

Il Vescovo e la sberla

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Tornando per un momento ai Vescovi, quando sono nata io c’era il vescovo Bernareggi (quello del Museo diocesano); il primo che ho conosciuto è stato mons. Piazzi, che veniva spesso anche nella nostra Parrocchia: morì, ricordo, all’improvviso, ancora giovane. Dopo di lui ci sono stati i vescovi Gaddi, Oggioni, Amadei (amatissimo) e Beschi, il nostro Vescovo Francesco di oggi. Per noi bambini i Vescovi erano quelli delle cresime: temutissimi perché la questione della “sberla” era non poco preoccupante. “Ma farà male?” chiedevamo a suor Maria Bambina, quella del catechismo. La risposta era parecchio criptica: “Deve capire se siete abbastanza forti per essere soldati di Gesù”. E così nei giorni precedenti parlavamo solo di quello, con un timore notevole. Anche perché avevamo sei anni, visto che allora la Cresima veniva amministrata poco dopo la Prima Comunione; era una giornata davvero speciale perché anche i bambini della diocesi salivano in duomo per il sacramento: la Città Alta era piena di bambine che sembravano principesse e di bambini elegantissimi e coi capelli “leccati” per sottomettere i riccioli: ecco, quel giorno i bambini erano addirittura più numerosi dei preti!

E poi don Carlì, don Pedemonti, don Vitale...

Un’importanza particolare avevano i preti del Seminarino - l’oratorio storico di Città Alta – in modo particolare don Carlo, del quale i giovani dei miei tempi (e anche quelli un po’ più grandi) parlano ancora oggi con affetto e riconoscenza. Anche perché don Carlo (detto don Carlì) aveva inventato la storia del voto… dovrei parlarne per ore, ma lo farò in un prossimo pezzo. Senza dimenticare don Pedemonti e la sua scuola di canto di S. Maria Maggiore: chiedete a ogni ragazzo di allora e ve ne parlerà con rimpianto!

E poi c’era il mitico don Vitale… Capelli ricci e scuri, occhi azzurri, andatura da don Camillo (quello dei film con Peppone) capace di scovare i ragazzi che cercavano di scantonare (dal catechismo, dalla messa, dal “mese di maggio, da qualsiasi cosa), magari lasciando tatticamente suonare la campanella della messa per poi fiondarsi in piazzetta (Verzeri, poi Angelini), beccandoli di sorpresa e trascinandoli in chiesa per le orecchie (letteralmente… chiedete al Pier Carlo…). Eppure, don Vitale era molto amato dai ragazzini, tanto che molti di essi, diventati grandi, gli chiesero di celebrare il loro matrimonio. E al suo funerale la chiesa era piena dei suoi ragazzi di un tempo.

Le suore

Arriviamo quindi alle suore e al loro secondo posto nella classifica delle categorie umane più presenti in Città Alta. Ce n’erano di tutti i tipi, riconoscibili immediatamente dalla “divisa” del loro ordine. Tutte, meno quelle di clausura perché ai miei tempi, non uscivano davvero mai: si potevano incontrare nel loro monastero (quello di S. Grata in via Arena) ma solo attraverso un doppio ordine di grate, il che rendeva il tutto ancora più misterioso e affascinante. E piacevole, visto che tra le grate era posizionate una ruota di legno girevole, che serviva per passare qualcosa dai visitatori alle suore o viceversa. Il viceversa erano di solito i buschetti, cioè i ritagli delle particole, che le suore davano, impacchettati ieri come oggi in carta velina bianca, in cambio di una piccola offerta: perfino le monetine per i legnetti di liquirizia andavano bene! E non c’era paragone coi buschetti (confesso che ci vado ancora, a prendere i buschetti dalle suore di via Arena…).

C’erano le suore del Buon Pastore e quelle Orsoline al Pozzo Bianco; quelle della Sagesse, che avevano una scuola e un collegio all’inizio della via san Giacomo; ancora le Orsoline di via Rocca, le Suore del Sacro Cuore “ del Gromo (via Donizetti), quelle di Rosate, le terziarie di via Arena, le domenicane di via Tassis, le “suore infermiere” di via Salvecchio, le suore “degli orfanelli” in via dei Torni, quelle di S. Gottardo…Chissà se ne ho dimenticata qualcuna… Nei prossimi giorni i miei amici di “Nati in Città alta” me lo segnaleranno di sicuro!

Suor Costanza e Alere

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Per noi bambine incontrare le suore era più pericoloso che per i maschi, perché loro trovavano sempre qualcosa da farti fare. “Oh, sei libera oggi? Vieni che ti do l’Alere da distribuire”, diceva di solito la suor Costanza che, esattamente come la zia Nino di cui ho parlato in un pezzo precedente, aveva il dono dell’ubiquità: potevi cambiare mille strade, ma la incontravi comunque. Odiavamo l’Alere, che era una rivista del Seminario, credo. La odiavamo perché non è che potevi distribuirla gratis, no. Dovevi suonare ad ogni singolo campanello , fare un bel sorriso e chiedere: vuole comprare l’Alere, per favore?  L’altro problema era che l’Alere non aveva un prezzo di copertina, era “a offerta” quindi la contabilità era parecchio complicata; dovevamo stare bene attente coi soldi, perché alla fine la suor Costanza controllava i giornali rimasti e i soldi e se la cifra consegnata non era compatibile erano cavoli amari. Però, a dire il vero, non chiedeva mai alle nostre mamme di rifondere le perdite… E ricordo bene che qualche mia amica, reclutata come me ma parecchio più sveglia, decideva che prima di tornare dalla suora avremmo fatto un salto dalla “drogherina” per prendere qualche asabeso o un legnetto di liquirizia. La drogherina si chiamava Laura e ci teneva la parte; perché suor Costanza andava spesso a chiedere se le sue distributrici fossero passate di lì, e lei negava, pur tenendo la sua copia dell’Alere in vista. Comunque sia, preferivamo essere reclutate dalla suora del cartone (credo si chiamasse suor Epifania con l’accento sulla prima a: Epifània)  e la accompagnavamo nei negozi e soprattutto nei bar a ritirare le scatole vuote che lei poi rivendeva: qualche volta ci scappava anche una caramella. Comunque, era impressionante la quantità di scatole di cartone che suor Epifania riusciva a caricarsi sulla schiena, sfidando ogni legge della fisica…

L’asilo di via Solata

Tornando alla Suor Costanza, insieme a Suor Filomena era la suora dell’asilo di via Solata. Dove sono andate intere generazioni di Cittàaltini. Io ho una foto della mia mamma – classe 1925 – nella foto ufficiale del suo anno all’asilo, con tanto di bandiera della Patria alle spalle. Ovviamente ho anche le mie, di foto all’asilo, davanti alla piccola grotta di Lourdes nel giardino, e quelle delle mie sorelle. E perfino una di mia figlia, che per qualche mese ci andò, tanto per non perdere il gusto dell’asilo di via Solata. Non tutti i bambini del mio tempo saranno d’accordo con me, ma i miei ricordi parlano di una suor Filomena più anziana e quindi più “morbida” e di una Suor Costanza decisissima a tenere l’ordine, anche a suon di sberle. Raramente ho trovato un “collega” di quegli anni che non ne avesse mai presa una da lei… Allora era tacitamente permesso, alle suore così come agli insegnanti, “mettere in riga” i bambini e le bambine più esuberanti: chiedete a mia sorella se non ci credete!

La fede in Città Alta

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(Ma credo ovunque, solo che da noi il controllo era costante, visto il numero dei preti e delle suore ) era una roba seria, ma davvero. Non si sgarrava. Sempre la suor Costanza era la “guardiana” di tutti i bambini che andavano a Messa in s. Pancrazio e se qualcuno parlottava col vicino di banco, la sberla sulla testa era immediata e garantita. Nella mia parrocchia la cosa della sberla, come ho detto, era appannaggio del parroco e riservata ai ragazzi che non si erano tolti il berretto entrando in chiesa. Con noi bambine non parlava quasi mai, se aveva qualcosa da dire alle ragazze invece lo tuonava direttamente dal pulpito indicando col dito perché non ci fossero dubbi: “quella lì, si proprio quella lì”…

 

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La messa prima era appannaggio delle mamme e delle nonne, che poi tornavano in casa in tempo per occuparsi della famiglia e del pranzo. Quella vespertina, quando è stata “inventata” era vista un po’ male, almeno agli inizi, perché “la messa santifica la giornata, mica la notte”. Il catechismo si chiamava, almeno in S. Andrea, “dottrinino” , era tenuto (per le bambine) da Suor Maria Bambina e occupava la domenica pomeriggio, fino all’orario in cui la funzione del pomeriggio arrivava alla benedizione solenne. Allora un chierichetto veniva ad avvisare che era ora e la suora ci accompagnava in chiesa dove, con soddisfazione, potevamo cantare il Tantum Ergo in latino, visto che lo avevamo imparato alla perfezione. Poi si andava all’oratorio. Niente gite fuori porta, niente scampagnate: le nostre domeniche erano così… e ci piacevano molto. Dovrei parlare delle processioni, della settimana santa, dei tridui, delle novene… ci saranno altre occasioni. Per oggi mi fermo qui.

E oggi…

Le cose sono cambiate, e parecchio. Con una grande tristezza, ho saputo che il Seminario ha chiuso le sue scuole, che ospita pochissimi studenti in Teologia e temo che saranno sempre di meno. Quest’anno sono stati ordinati due preti novelli, a Bergamo dove eravamo abituati a numeri davvero diversi. Sono convinta che la Chiesa dovrebbe davvero affrontare seriamente la questione, senza preconcetti né rigidità. Speriamo…

Per le suore le cose non sono certo meglio, anzi. Solo in Città Alta, lo stabile della Scuola della Sagesse si è trasformato in appartamenti di lusso dalla vista panoramica mozzafiato; in via Rocca le suore non ci sono più, ma personale laico continua ad occuparsi delle ragazze del pensionato e dei bambini dell’asilo di via Solata. Al posto delle suore di Rosate c’è l’università; il “Buon Pastore”, posto nella zona più bella di tutta la città, pare sia stato venduto;  le suore del Sacro Cuore ci sono ancora e ospitano signore anziane; le terziarie di via Arena non ci sono più, come quelle dei Torni.

Scendendo appena dalla Città Alta, il Monastero Matris Domini è desolatamente vuoto ed in vendita; due grandi parrocchie della Città bassa hanno un Parroco in comune; molti conventi sopravvivono grazie a suore o frati che arrivano da Paesi lontani. Temo che entro pochi anni tutti i monasteri e i conventi saranno in via di esaurimento per mancanza di monaci, preti e suore. Forse questo è l’ambito di cambiamento più evidente tra la mia Città Alta e quella di oggi. Speriamo in un cambiamento in tempi brevi…

Questo articolo è dedicato alla mia carissima amica Katia Stilliti, innamorata della nostra Città Alta, che lo aspettava e non ha fatto in tempo a leggerlo.

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Ferrari

5 commenti

  1. Nata nel 1959, vissuta in città alta nell’oratorio e al canto di don Giuseppe, proprio negli anni e coi personaggi descritti. Mio fratello chierichetto in S.Pancrazio con l’amatissimo don Vitale. Genitori e nonni di città alta. Grazie per il racconto vivido e per me commovente. Mentre leggi vedi le immagini, i volti e fluiscono i ricordi. Grazie, davvero.

  2. Grazie Rosella per aver condiviso questi ricordi. Anche io come tanti sono innamorato di Città Alta, spesso mi chiedo: chissà come viveva la gente nel passato. Apprezzo molto quello che hai scritto e oggi é molto chiara la denominazione “. Bergamo città dei preti” …..

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