Domenico Battaglia, vescovo e cardinale di Napoli, ha scritto una lettera che mette sotto processo un sistema nel quale la guerra fa diventare il sangue umano un lubrificante degli ingranaggi finanziari.
In un'epoca in cui la guerra non è più un fallimento della politica, ma il suo asset più redditizio, il grido del cardinale di Napoli, Domenico Battaglia, squarcia il velo dell'ipocrisia con una lettera “ai mercanti di morte” (www.chiesadinapoli.it/?s=mercanti+di+morte). Un testo, da far leggere nelle nostre comunità cristiane, che è un vero e proprio atto di parresia politica e che mette sotto processo un sistema dove il sangue umano è diventato il lubrificante degli ingranaggi finanziari.
2.443 miliardi di dollari per la spesa militare
Mentre don Mimmo chiede “Quante vite vi bastano?”, i mercati rispondono con una precisione impressionante. Non possiamo ignorare che la spesa militare globale ha raggiunto la cifra record di 2.443 miliardi di dollari (dati SIPRI). E mentre le comunità cristiane pregano per la pace, le esportazioni di armi sono aumentate drasticamente, alimentando conflitti che generano profughi, che vengono poi respinti dalle stesse nazioni che hanno venduto le bombe.
Non possiamo fingere di guardare da un’altra parte. Come cittadini, la nostra responsabilità è diretta: l'Italia rimane tra i primi dieci esportatori mondiali, con commesse che interessano zone di tensione o Paesi che violano sistematicamente i diritti umani, in aperta contraddizione con la legge 185/90 che dovrebbe vietarlo.
Il sogno del profeta: trasformare le spade in aratri
La forza profetica del testo dell’arcivescovo di Napoli risiede nel rovesciamento del paradigma di Isaia: trasformare le spade in aratri. Non è un'utopia poetica, ma una necessità politica. “Chi commercia morte contribuisce a un sistema che nega la dignità.” Un’affermazione non colpisce solo i produttori, ma il sistema bancario armato: quegli istituti di credito che finanziano la produzione e l'esportazione di sistemi d'offesa. La scelta politica oggi non è solamente tra destra o sinistra, ma tra un'economia estrattiva di morte e un'economia generativa di cura.
La lettera di Napoli ci ricorda che la pace non è una tregua tra due massacri, ma giustizia sociale incarnata. Se la guerra è diventata un business “come un altro”, allora la nostra obiezione deve diventare un business “diverso”. Che vuol dire disinvestimento: togliere il consenso economico a chi lucra sui conflitti; riconversione: esigere che le fabbriche di morte diventino centri di innovazione civile. E trasparenza: Pretendere che il “made in Italy” non sia più sinonimo di mine antiuomo o missili, ma di strumenti che curano e costruiscono.
Il messaggio del cardinale di Napoli non è una provocazione. E', piuttosto, un faro che illumina una verità scomoda: non esiste pace senza il disarmo dei portafogli.
Siamo pronti a smettere di essere azionisti involontari della distruzione?
Leggi anche:
Galimberti