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Il ricco mangione e il povero. Le strade per arrivare alla Verità

XXVI domenica Tempo ordinario C

XXVi domenica del tempo ordinario (Immagine: tempera di Giuseppe Sala).
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"Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento". Ma Abramo rispose: "Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro". E lui replicò: "No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno". Abramo rispose: "Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti"».

Il drammatico dialogo tra Abramo e il ricco Epulone chiude la parabola senza lasciare spazio ad alcuna concessione: i mezzi, le possibilità, i messaggi per conoscere la Verità sono già a disposizione degli uomini, a quelli si devono affidare per conoscere la via della conversione.

Anche il credente a volte desidererebbe qualche cosa in più, non dico una prova ma almeno un indizio o un riscontro convincente che quella indicata dalla Rivelazione sia proprio la Verità, ma Gesù in modo perentorio avverte, mettendo alla prova gli ascoltatori, che non vi sono altre strade: è lì che il discepolo deve rivolgere il suo sguardo. La parabola insegna che le voci, le testimonianze sono chiare e non mancano (Mosè e i profeti) ma sono gli uomini che non le vogliono ascoltare, in questo caso perché i cinque fratelli sono troppo distratti dalla ricchezza.

«Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto» (Salmo 27,7-8)

Ecco allora che il credente è chiamato a cercare con umiltà la Verità con gli strumenti che ci sono: la Sacra Scrittura, il depositum fidei, il Magistero della Chiesa, l’esempio dei Santi, nella consapevolezza tuttavia che il messaggio cristiano è pur sempre «scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani» (1Cor 1, 23). Ratzinger scriveva che il dubbio stesso è componente essenziale della fede, e che Dio costituisce “l’ipotesi migliore” per spiegare il significato della realtà e dell’esperienza umana, e non il frutto di una dimostrazione (Introduzione al cristianesimo 1969).

E poi ci sono i Profeti, coloro che in ogni tempo mossi dallo Spirito, in modo lungimirante, con libertà, anche in forme non istituzionali, hanno la forza di indicare la strada, di guardare lontano, di illuminare lucidamente il cammino, di accendere la Speranza.

E i profeti dove sono?

Già, i Profeti! ma dove sono oggi i profeti? Chi sono? Come riconoscerli? Come cogliere, intercettare la loro voce tra il frastuono delle voci che da ogni parte assillano l’uomo moderno? Come distinguerli dai falsi profeti, dalle sirene che sembrano accarezzare gli orecchi degli uomini?

Ma fino a che punto noi siamo veramente disposti ad ascoltare voci fuori dagli schemi, voci che possono mettere in discussione le nostre convinzioni; siamo veramente aperti a confrontarci con nuovi punti di vista lontani dal nostro? Abbiamo questa capacità di discernimento e di ascolto?

Benedetto XVI e, forse ancora di più, papa Francesco hanno tanto insistito sul bisogno di profezia, di una Chiesa profetica che, rinnovata e alleggerita dal peso istituzionale, sappia testimoniare in modo credibile che il Vangelo è possibile, che mostri anche all’uomo di oggi la bellezza della fede. Anche noi, del resto, a seconda dei carismi che abbiamo ricevuto, siamo chiamati ad essere un po’ profeti in questo tempo, in mezzo agli uomini con cui condividiamo le nostre vite, a rendere ragione della nostra fede.

«Perché, Signore, mi respingi, perché mi nascondi il tuo volto?» (Salmo 88, 15)

Tuttavia, il silenzio di Dio costituisce un peso, forse una prova inevitabile per il credente: la drastica chiusura della parabola odierna ci costringe a stare con i piedi per terra, a seguire la difficile strada che ci è stata indicata da Gesù, senza scorciatoie o fatti eclatanti come potrebbe essere un morto che torna in vita per convertirci.

«Il sussurro di una brezza leggera» (1Re 19, 11-13)

Forse è necessario acquisire la consapevolezza che, come il profeta Elia, Dio non lo si trova nel fragore o nella forza ma nella voce sottile del deserto ed è così, nella quiete e nel silenzio, che il credente, con umiltà e apertura di cuore, può finalmente "mettersi in ascolto".

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