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I figli di questo mondo e i figli della luce

Venticinquesima domenica C

 

XXV domenica del tempo ordinario (Immagine: tempera di Giuseppe Sala).
Per leggere i testi liturgici clicca qui.

 

Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce (Lc 16, 8)

 

Al termine della parabola, Gesù, attraverso la tecnica del paradosso (viene lodato l’amministratore disonesto), mette in guardia gli ascoltatori evidenziando una situazione molto concreta e direi diffusa, ossia che, mentre i figli di questo mondo si muovono con calcolata precisione, purtroppo “i buoni” spesso non sono così attenti e scrupolosi nel loro agire.

Il bene va fatto bene

Don Bosco era solito affermare che «il bene va fatto bene» (forse riecheggiano Diderot «Il ne suffit pas de faire le bien, il faut encore le bien faire»). Nella sua azione a favore di tanti ragazzi torinesi in stato di privazione se non di abbandono, don Bosco non si è limitato a fornire un tetto e un pasto, ma ha anche creato le scuole professionali, per l’epoca all’avanguardia, che hanno consentito a migliaia di giovani disagiati di costruirsi un futuro ed inserirsi a pieno titolo nella società.

Il buon samaritano, infatti, non si è limitato a soccorrere il malcapitato assalito dai briganti, ma lo ha anche portato alla locanda ed ha provveduto al pagamento dell’ospitalità (Lc 10, 25-37): si è, cioè, fatto carico, per usare un’espressione aziendale, dell’intero processo e non di una sola fase: potremmo dire l’emergenza.

Prudenti come i serpenti, semplici come le colombe

L’esigenza di una fede impegnativa, vigilante, ricorre ripetutamente nel Vangelo, ne è un preciso tratto. Il discepolo sia scaltro, come lo è stato il furbo amministratore, ma non diventi disonesto; sia prudente ma non diventi malizioso, perché la strada non è facile, anzi, senza mezzi termini Gesù ammonisce «io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt 10,16).

Il cristiano sia quindi molto attendo a discernere il male, ad avversarlo, senza tuttavia rispondere al male con il male, conservando cioè la fedeltà al Vangelo.

Le buone intenzioni non bastano

L’insegnamento evangelico ci esorta a superare ogni forma di buonismo, di facile indulgenza, di comoda tolleranza, che si limita alla superficie dei problemi, che smussa gli angoli ma che non va alla radice: magari può affrontare l’emergenza, la necessità contingente, ma non ha l’incisività necessaria per agire in profondità.

È noto come in passato, una distribuzione massiccia di aiuti alimentari promossa da alcuni organismi internazionali in Paesi in via di sviluppo abbia sì risolto la crisi alimentare del momento, la fase acuta del problema, ma abbia anche poi reso difficile ai contadini locali la vendita dei propri prodotti, causando gravi squilibri.

Nei primi anni Ottanta, grazie ai salesiani di Treviglio, ho potuto vivere una profonda esperienza in Rwanda, ospite delle suore spagnole di Kiziguro. Una sera, discutendo con un ragazzo italiano (Enrico, che vi stava svolgendo il servizio civile ormi da quasi due anni) della sua esperienza ed entrando anche nel merito specifico degli aiuti che venivano erogati dalla Comunità internazionale, questi concluse esclamando amaramente: «Stiamo trasformando quello che era un popolo di guerrieri in un popolo di accattoni.» Una decina di anni dopo, il Rwanda sarebbe stato sconvolto da una sanguinosa guerra civile culminata nel 1994 con il massacro, si stima, di un milione di ruandesi prevalentemente di etnia Tutsi (genocidio del Rwanda).

È nota l’amara riflessione di don Abbondio «Quelli che fanno il bene, lo fanno all'ingrosso: quand'hanno provata quella soddisfazione, n'hanno abbastanza, e non si voglion seccare a star dietro a tutte le conseguenze; ma coloro che hanno quel gusto di fare il male, ci mettono più diligenza, ci stanno dietro fino alla fine, non prendon mai requie, perché hanno quel canchero che li rode» (I promessi sposi, cap. XXIV).

L’impegno del cristiano

Il cristiano è quindi chiamato ad una scelta particolarmente esigente e non priva di rischi, pena la perdita di efficacia del suo agire.

Anche passando ad altri ambiti, vediamo, ad esempio, come in una società quale la nostra dove uno dei principi di riferimento seppure sotteso, soprattutto in campo etico, è il “vietato vietare” (slogan diffuso da alcune correnti del Sessantotto), il non prendere chiaramente e motivatamente posizione - magari con le migliori intenzioni, magari per non creare contrapposizioni o scomodi conflitti - alla fine si traduce in acquiescenza e, mi chiedo, se non, di fatto, in complicità. Il buonismo pare a volte più frutto di ingenuità o remissività piuttosto che di vera apertura e disponibilità.

Questo vale a maggior ragione in rapporto alle gravi ingiustizie sociali: qui ancora di più si apre il delicato tema dell’impegno politico del credente, inteso non certo come ricerca di potere, ma come servizio per la costruzione del bene comune e la difesa degli ultimi: in questo senso l’impegno civile di alto profilo non è una semplice opzione per il cristiano, ma è un preciso dovere.

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